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Geopolitica

Egitto, via libera al sostegno militare a Riad contro gli houthi. Ma il Cairo resta fuori dal Patto della Mecca

Bruno Bindel

Via libera a porte chiuse alla richiesta di al-Sisi: solo difesa del territorio saudita, nessun attacco allo Yemen. In gioco Bab el-Mandeb, Suez e gli aiuti di Riad. L'adesione al Patto della Mecca resta «in seria considerazione».

Riassunto dell'articolo

Il 26 ottobre 2026 il parlamento egiziano ha autorizzato il presidente al-Sisi a sostenere militarmente l'Arabia Saudita contro gli houthi, se Riad lo chiederà, dopo la richiesta presentata il 17 ottobre. Al-Sisi parla di una missione solo difensiva, senza attacchi allo Yemen. L'articolo spiega perché il Cairo si muove ora (Bab el-Mandeb, perdite del Canale di Suez, aiuti e rimesse dall'Arabia Saudita), perché non entra nel Patto della Mecca firmato ad agosto da Arabia Saudita, Pakistan e Turchia e quali precedenti lo frenano: la guerra nel Nord Yemen degli anni Sessanta, il ruolo soprattutto navale del 2015 e l'assenza di grandi dispiegamenti terrestri dal 1991.

Il parlamento egiziano ha autorizzato oggi, lunedì 26 ottobre, il presidente Abdel Fattah al-Sisi a prendere «le misure necessarie per sostenere il Regno dell’Arabia Saudita», secondo la formula riportata dal quotidiano di Stato Al-Ahram. Il via libera scatta se Riad chiederà aiuto contro gli houthi yemeniti, alleati dell’Iran, che da settimane colpiscono il regno con missili e droni.

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Il voto si è svolto a porte chiuse e il conteggio non è stato reso pubblico. Gli 11 deputati del Partito socialdemocratico egiziano, all’opposizione, si sono astenuti: secondo loro mancano informazioni su obiettivi, portata, durata, costi e rischi della missione.

La decisione arriva nello stesso giorno in cui sauditi, turchi e pachistani sono a Teheran per il vertice tra le Nazioni del Patto della Mecca e l’Iran. Il Cairo si avvicina alla guerra, ma di quel patto non fa parte.

Cosa ha chiesto al-Sisi

La richiesta è del 17 ottobre. Parlando alla cerimonia di diploma di un’accademia militare, al-Sisi ha chiesto al parlamento una sessione d’urgenza per autorizzarlo a intervenire in difesa dell’Arabia Saudita, se il regno lo chiederà. «Non parlo di attaccare o di fare la guerra. Cerchiamo solo di difendere», ha detto.

Il passaggio in aula è obbligato. La Costituzione egiziana vieta al presidente di mandare le forze armate a combattere fuori dai confini senza consultare il Consiglio di difesa nazionale e senza il voto favorevole di due terzi della Camera. Il Consiglio si era già espresso, promettendo a Riad «tutte le forme di sostegno necessarie e possibili», compresa la protezione dei luoghi santi dell’islam. In aula il voto è slittato dopo due giorni di discussione.

Nel frattempo il ministro degli Esteri Badr Abdelatty e il capo dell’intelligence Hassan Rashad hanno portato a Riad una lettera di al-Sisi per il principe ereditario Mohammed bin Salman. Il sostegno egiziano, ha chiarito al-Sisi, si limiterà alla difesa del territorio e dei confini sauditi: nessun attacco allo Yemen. Un funzionario della regione ha spiegato all’Associated Press che l’Egitto schiererà sistemi di difesa aerea e aerei per abbattere missili e droni, senza truppe di terra in Yemen.

Perché ora: Bab el-Mandeb e Suez

Gli houthi controllano la capitale yemenita Sanaa e combattono il governo riconosciuto dalla comunità internazionale e la coalizione a guida saudita che lo sostiene. Lo scontro si è inasprito a luglio, quando il movimento ha proclamato un «blocco marittimo» dei porti sauditi e ha conquistato nuovo territorio. Da allora ha colpito più volte l’aeroporto internazionale di Riad e gli impianti di Saudi Aramco, fermando voli ed esportazioni di petrolio. Per Reuters lo Yemen è diventato un fronte instabile della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Per il Cairo il problema è prima di tutto geografico. Le avanzate degli houthi minacciano lo stretto di Bab el-Mandeb, l’ingresso meridionale del Mar Rosso e quindi del Canale di Suez. Secondo Abdelatty il canale ha già perso circa 11 miliardi di dollari dall’inizio degli attacchi houthi alle navi, nel 2023. Il deputato Mostafa Bakry, vicino al governo, l’ha detto senza giri di parole: «Il Canale di Suez non resterà ostaggio di una fazione che è uno strumento dell’Iran».

Poi c’è il legame economico. Sotto al-Sisi l’Arabia Saudita ha garantito all’Egitto miliardi di dollari di aiuti, depositi presso la banca centrale e forniture di energia. Milioni di egiziani vivono e lavorano nel regno, che è la prima fonte di rimesse della Nazione. Un cittadino egiziano residente a Riad è stato ucciso negli attacchi all’aeroporto.

Un piede fuori dal Patto della Mecca

L’Egitto ha condannato più volte gli attacchi dell’Iran e dei gruppi filoiraniani contro le monarchie del Golfo, ma finora non è entrato in combattimento. E non ha aderito al Patto della Mecca, l’accordo di difesa comune firmato ad agosto da Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, secondo cui un attacco contro un membro vale come attacco contro tutti.

Il 13 ottobre, a Bloomberg Television, Abdelatty ha usato due registri diversi. Sul sostegno a Riad: «Qualunque cosa chiedano i sauditi, naturalmente risponderemo». Sul patto: «La questione è in seria considerazione da parte egiziana». Già ad agosto aveva spiegato che l’adesione richiede «studi approfonditi alla luce della Costituzione egiziana e degli impegni giuridici».

È la differenza tra aiutare un alleato e legarsi a un’alleanza. Il voto di oggi lascia al Cairo il controllo su quando, come e quanto intervenire, sempre su richiesta saudita e con il passaggio parlamentare alle spalle. Una clausola di difesa automatica toglierebbe questa possibilità di dosare l’impegno.

Il peso dello Yemen

A frenare il Cairo c’è anche la storia. Nel 1962 Gamal Abdel Nasser intervenne nella guerra civile del Nord Yemen a fianco dei repubblicani, contro i monarchici sostenuti proprio da Riad. Vi mandò decine di migliaia di soldati, in un intervento durato anni. Al-Ahram ha definito quell’avventura «uno dei punti più bassi» della presidenza Nasser, e secondo molti storici contribuì alla sconfitta del 1967 contro Israele.

Nel marzo 2015 l’Egitto è entrato nella coalizione a guida saudita contro gli houthi, ma soprattutto con la marina, per proteggere le rotte del Mar Rosso. Secondo Reuters schierò anche circa 800 soldati di terra con un ruolo di combattimento limitato; l’Associated Press scrive invece che non mandò truppe di terra. Da allora, e in generale dalla guerra del Golfo del 1991, il Cairo non ha più fatto grandi dispiegamenti terrestri all’estero.

Gli houthi conoscono questa memoria e la usano. Il 17 ottobre il presidente del parlamento di Sanaa, che nessuno riconosce a livello internazionale, ha scritto al suo omologo egiziano Hisham Badawy che trascinare l’Egitto nel conflitto «rappresenterebbe un grave pericolo per la sua sicurezza nazionale». Con il voto di oggi il Cairo ha scelto comunque da che parte stare. Quanto spingersi, lo deciderà la prossima richiesta di Riad.

Fonti

Reuters/AFP via Dawn, “Egypt approves military support for Saudi Arabia after Houthi attacks escalate” (26 ottobre 2026)
Reuters via The Jerusalem Post, “Egyptian parliament authorizes anti-Houthi military support” (26 ottobre 2026)
Associated Press, “Egypt’s parliament authorizes military support for Saudi Arabia to defend against Houthi attacks” (26 ottobre 2026)
The Media Line, “Egypt Parliament Authorizes Military Support for Saudi Arabia Against Houthis” (26 ottobre 2026)
The National, “El Sisi seeks parliamentary approval to defend Saudi Arabia if asked” (17 ottobre 2026)
The National, “Egypt pledges support for Saudi Arabia as Houthis warn Cairo against military intervention” (18 ottobre 2026)
Al Jazeera, “What help can Egypt offer Saudi Arabia in the war against the Houthis?” (18 ottobre 2026)
Bernama, “Egypt Vows ‘Any Kind’ Of Support For Saudi Arabia After Houthi Attacks” (13 ottobre 2026)
The National, “Egypt considering legal issues around joining latest regional defence pact” (14 agosto 2026)

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