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Russia

Putin confisca i beni delle aziende UE: «Avete finanziato Kiev, ora pagate»

Redazione - Il Politico

Decreto del Cremlino: sotto amministrazione russa Tarkett, Menshen, Ontex e gli asset ex Eviosys. Peskov: «La Nazione d'origine ha contato». A settembre era toccato a Nestlé, Auchan e Metro.

Riassunto dell'articolo

Il 15 ottobre 2026 Vladimir Putin ha firmato un decreto che pone sotto amministrazione russa i beni locali di quattro aziende di Francia, Germania, Svezia e Belgio (Tarkett, Menshen, Sverige International Holdings, Ontex) più gli asset russi dell'ex europea Eviosys, oggi della statunitense Sonoco. Il Cremlino, per bocca di Peskov, parla di ritorsione per il sostegno europeo all'Ucraina e di risposta alle «espropriazioni illegali» di beni russi. È il secondo round dopo Nestlé, Auchan e Metro a settembre. L'articolo sostiene la tesi del Politico Web: le sanzioni sono un boomerang, a pagare il conto sono le imprese europee mentre Bruxelles discute di nuovi pacchetti.

La Russia confisca i beni delle aziende UE presenti sul suo territorio, e lo fa con un decreto firmato da Vladimir Putin. Giovedì 15 ottobre il Cremlino ha posto sotto amministrazione temporanea gli asset russi di quattro società di Francia, Germania, Svezia e Belgio, più quelli dell’ex europea Eviosys, oggi in mano americana. La motivazione ufficiale è una ritorsione per il sostegno dell’Europa all’Ucraina. Quella reale, per le imprese coinvolte, è un conto salatissimo.

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Il decreto e le aziende colpite

Il decreto elenca i beni del produttore francese di pavimenti Tarkett, del produttore tedesco di imballaggi Menshen, della svedese Sverige International Holdings e della belga Ontex, azienda di prodotti per l’igiene quotata a Bruxelles che impiega 350 persone in Russia con una fabbrica alle porte di Mosca. Nel mirino anche gli asset russi di Eviosys, ex azienda europea di imballaggi metallici acquisita nel dicembre 2024 dal gruppo statunitense Sonoco: il decreto li attribuisce alla controllata olandese di Sonoco.

Le reazioni delle aziende sono arrivate in poche ore. Tarkett ha detto di stare «perdendo il controllo effettivo» delle sue attività in Russia e di valutare la situazione. Ontex ha confermato di essere stata informata e di valutare «le misure adeguate per salvaguardare i propri asset». Sonoco, che nel 2022 aveva annunciato l’uscita dalla Russia, si ritrova dentro dal portone di servizio: gli asset rilevati con Eviosys valgono lo 0,5% del totale del gruppo, ma ora sono sotto amministrazione russa.

«La Nazione d’origine ha contato»: la linea del Cremlino

Il portavoce Dmitry Peskov non ha usato giri di parole: «La Nazione d’origine è stata uno dei fattori presi in considerazione nella decisione». Le Nazioni coinvolte, ha aggiunto, si sono rese responsabili di «espropriazioni illegali di proprietà russe». Il riferimento è ai circa 210 miliardi di euro di asset sovrani russi congelati in Europa dopo l’inizio della guerra, oltre ai beni di aziende russe colpiti dalle sanzioni occidentali.

Il Cremlino ha anche precisato che le misure rispondono al coinvolgimento delle Nazioni UE nelle «ostilità dirette sul campo di battaglia», ma sarebbero «reversibili». Putin, parlando agli imprenditori russi poco prima della pubblicazione del decreto, ha ammesso che prendersi gli asset occidentali ha «certi svantaggi», senza scendere nei dettagli, e ha invitato le aziende russe subentrate a cercare finanziamenti domestici.

Il boomerang delle sanzioni

Non è il primo round. A settembre la stessa sorte era toccata al colosso alimentare svizzero Nestlé e alle catene Auchan e Metro. Si chiama amministrazione temporanea, e il Cremlino insiste che è reversibile. Ma i precedenti dicono come va a finire: i primi a finire sotto gestione statale, nel luglio 2023, furono la danese Carlsberg e la francese Danone, poi cedute a soggetti legati alle autorità russe. Stavolta gli asset passano alla Centre Capital, società di gestione registrata a Mosca nel febbraio 2026: per gli asset di Nestlé, Auchan e Metro di settembre, i media russi citati da Brussels Signal parlano di legami con i servizi di sicurezza. Il messaggio è chiaro e va oltre i singoli nomi: chi resta in Russia paga il prezzo delle decisioni prese a Bruxelles.

Ed è qui che la notizia diventa politica europea. Mentre Washington tratta direttamente con Mosca sul gasolio, l’Europa rinnova le sanzioni ogni sei mesi all’unanimità e intanto le sue imprese perdono fabbriche, quote di mercato e posti di lavoro. La ritorsione russa colpisce la Francia, la Germania, la Svezia e il Belgio: quattro Nazioni, quattro governi che in Consiglio europeo votano compatto per la linea dura. Il conto, però, non lo paga il Consiglio. Lo pagano Tarkett, Menshen, Ontex e i loro dipendenti.

Zelensky a Bruxelles mentre i fondi finiscono

Il decreto arriva mentre Volodymyr Zelensky discuteva a Bruxelles con la presidente della Commissione e il presidente del Consiglio europeo del sostegno finanziario all’Ucraina per il prossimo anno. Kiev affronta una crisi di bilancio da guerra: deficit nei finanziamenti militari, crescita ferma, entrate interne in calo per gli attacchi russi a imprese e infrastrutture.

I leader UE si sono stretti attorno a Zelensky in uno dei momenti più difficili per l’Ucraina, con il timore che gli Stati Uniti riducano condivisione di intelligence e forniture militari. Ma la foto di unità costa cara: ogni nuovo pacchetto di aiuti allarga la lista delle ritorsioni russe contro le aziende europee. È il circolo vizioso delle sanzioni come le ha disegnate Bruxelles: più la UE alza la posta su Kiev, più Mosca alza la posta sulle imprese europee. E a perdere, in entrambi i casi, sono gli europei.

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