Pier Ferdinando Casini non si ricandida. Dopo 44 anni filati in Parlamento, il senatore bolognese ha fatto sapere che alle prossime politiche resterà a casa. Lo ha scritto in una lettera a un quotidiano e lo ha ripetuto a un altro: è tempo di lasciare il posto a chi va più d’accordo con i partiti e con le coalizioni di oggi. Applausi, commozione, ritratti da monumento. Il Tribuno, che è di natura sospettosa, ha fatto invece due conti.
Il primo conto è facile. Casini è entrato a Montecitorio nel 1983, con la Democrazia Cristiana, quando al Quirinale c’era Pertini. Da allora ha cambiato sigle e alleati senza cambiare mai mestiere: con Berlusconi fino alla presidenza della Camera, poi contro Berlusconi, infine senatore nelle liste del Pd. Nessuno, nella storia della Repubblica, è rimasto in Parlamento più a lungo. Un primato che dice molto di lui e qualcosa in più di chi lo ha sempre messo in lista.
Il secondo conto è più interessante. Alla domanda sul Quirinale, l’uomo che si fa da parte non ha risposto di no. Ha risposto che «al Colle non ci si candida, si viene eletti». Tradotto dal democristiano: io non chiedo niente, ma sapete dove trovarmi. E nei palazzi sul suo nome già si ragiona, soprattutto nel caso in cui dalle urne non uscisse una maggioranza netta.
Eccolo, il punto. Chi si candida deve convincere gli italiani. Chi aspetta la chiamata deve solo sperare che gli italiani non convincano nessuno. La «riserva della Repubblica» è un mestiere curioso: rende soltanto quando il voto non decide. È lo stesso copione di chi annuncia i governi di palazzo prima delle elezioni. E spiega perché una legge elettorale pensata per dare un vincitore a certi ambienti piaccia così poco.
A Roma, quando la patria chiamò, Cincinnato lasciò l’aratro, risolse la faccenda in sedici giorni, restituì i pieni poteri e tornò al suo campo. Casini per lasciare il seggio ci ha messo quarantaquattro anni, e l’aratro lo ha parcheggiato in vista del Quirinale. Nel frattempo ha una parola buona per tutti: a Giorgia Meloni riconosce una solidità notevole, a Elly Schlein una testardaggine da non sottovalutare. Chi deve essere votato da tutti non può dispiacere a nessuno.
Sia chiaro: a settant’anni un uomo ha diritto alla pensione, e pure alle ambizioni. Ma se Casini non si ricandida, almeno non si racconti che esce di scena. Cambia soltanto elettori: da qualche milione di italiani a qualche centinaio di grandi elettori. Molto più comodi da convincere.
Ave atque vale.

