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Italia

Movimento 17 ottobre, fermato il presunto ideatore: il caso Siher e la questione cittadinanza

Antonio Antipari

Youssef Siher, trentenne bresciano, fermato dalla Procura di Milano con l'accusa di aver ideato la pagina del movimento. Il caso riapre il dibattito sulla cittadinanza.

Riassunto dell'articolo

La Procura di Milano ha disposto il fermo di Youssef Siher, 30 anni, italiano nato nel Bresciano, ritenuto l'ideatore della pagina Instagram del Movimento 17 ottobre e indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e per violenza organizzata; vale la presunzione di innocenza. Il commento sostiene che il caso imponga di ripensare il significato della cittadinanza e propone di estendere la revoca a chi è condannato per terrorismo.

Il presunto ideatore della pagina Movimento 17 ottobre ha un nome: Youssef Siher. Lo ha riferito il Tg1, ripreso dalla diretta del Corriere di Milano e poi da Il Giorno: la Polizia ha individuato l’autore della pagina Instagram del movimento, un trentenne italiano nato e cresciuto nel Bresciano, di origini marocchine secondo la maggior parte delle fonti (egiziane secondo LaPresse). Attivista dei movimenti pro-pal e giornalista free-lance, in passato stagista all’ISPI e collaboratore de Il Fatto Quotidiano e de Il Foglio, è indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e per violenza organizzata (art. 420-bis). Dopo l’interrogatorio in questura e le perquisizioni a Milano e nel Bresciano, in serata la Procura ne ha disposto il fermo; è indagata, a piede libero, anche la moglie. Per lui, come per chiunque, vale la presunzione di innocenza. Ma il caso pone una questione che va affrontata senza giri di parole: quella della cittadinanza.

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Chi è Youssef Siher: cosa si sa

Stamattina, in un articolo che poneva la stessa domanda, la risposta era: non si sa. L’aggiornamento delle 13:51 ha cambiato il quadro, nel pomeriggio è arrivato il nome e in serata il fermo, che dovrà essere convalidato dal gip. Sull’origine, le prime ricostruzioni parlavano di origini palestinesi; le successive, a cominciare dal Tg1 ripreso da Il Giorno, indicano origini marocchine. L’individuazione riguarda la pagina Instagram del movimento, non il canale Telegram. Ricostruzioni di stampa e ipotesi della Procura andranno verificate nel processo: le responsabilità penali le stabilisce un giudice.

Oltre l’etichetta di “seconda generazione”

Youssef Siher è un cittadino italiano. Proprio per questo il suo caso dice qualcosa che il dibattito pubblico tende a evitare. L’etichetta “italiani di seconda generazione” viene usata spesso come se bastasse a chiudere ogni discussione sull’integrazione: si è cittadini, dunque la questione non si pone. Non è così. La cittadinanza è un atto giuridico; l’appartenenza a una comunità nazionale, alla sua storia, alle sue leggi, si costruisce e si dimostra. Da identitari pensiamo che il dibattito debba ripartire da qui: che cosa significa essere italiani, e che cosa lo Stato ha il diritto di chiedere a chi lo diventa. Il movimento, nato dopo gli scontri del 17-18 ottobre, che oggi promette la tattica “be water” con tre ritrovi comunicati alle 14:30 e piazza finale alle 15:30, rivendicava di non avere capi. Secondo gli inquirenti un ideatore ce l’aveva.

La risposta: una cittadinanza che sia un patto serio

Il caso riapre il dibattito sulla revoca della cittadinanza per chi viene condannato per terrorismo. Oggi la legge, con l’articolo 10-bis della legge 91 del 1992, la prevede solo dopo una condanna definitiva per reati di terrorismo o di eversione, e solo per chi la cittadinanza l’ha acquisita; la Costituzione, all’articolo 22, vieta di toglierla per motivi politici. Noi pensiamo che quella norma vada estesa e applicata con rigore: la cittadinanza italiana è un patto, e chi lo tradisce usando la violenza contro lo Stato non può pretendere di conservarne tutti i vantaggi. È una battaglia che si combatte in Parlamento, con una legge, e che si applica dopo una condanna: non contro un indagato prima del processo.

Polizia e Procura in una settimana

E c’è un altro fatto che va detto, perché smentisce chi descrive lo Stato italiano come impotente. In una settimana, dalla guerriglia di sabato scorso all’identificazione del presunto ideatore della pagina, l’apparato investigativo ha fatto quello che doveva fare: oltre 150 perquisizioni tra Milano, Monza, Como e altre 20 città, e un nome sul tavolo della Procura. Una pagina nata nell’anonimato dei social, con la dottrina della fluidità e dell’assenza di capi, è stata ricondotta a una persona, a un’abitazione, a un interrogatorio. Questa è la capacità della nostra polizia giudiziaria: mentre i movimenti si nascondono dietro l’anonimato e i proclami, lo Stato li trova. È così che si difende una Nazione: non con le parole, ma con un apparato che funziona.

Il pomeriggio di oggi dirà se la tattica “be water” è vera o un bluff: prefetto e questore hanno vietato le manifestazioni in centro, oltre 1.200 operatori tra forze dell’ordine e militari presidiano Milano e le perquisizioni sono oltre 150. Ma al di là di come finisce oggi, il caso Siher pone una domanda che la politica non può più rinviare: che cosa vuol dire essere cittadini italiani. Alla giustizia il compito di stabilire le responsabilità; al Parlamento quello di decidere se la legge sulla cittadinanza è all’altezza.

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Antonio Antipari
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