Il 10 marzo 2026, nel giro di poco più di un’ora di assemblea, i soci di Hoepli SpA hanno votato lo scioglimento volontario della società e la sua messa in liquidazione. Centocinquantasei anni di storia editoriale e libraria milanese sospesi a un procedimento burocratico, affidati a un liquidatore. Novanta dipendenti nel limbo. Un catalogo tecnico-scientifico tra i più significativi d’Europa a rischio dispersione.
La notizia ha fatto il giro d’Italia nel giro di poche ore. Il sindaco Sala ha dichiarato di seguire la vicenda con “grande apprensione”. I sindacati hanno scioperato e annunciato un flash mob per sabato 14 marzo. I commenti sui social erano quelli di chi apprende la morte di qualcuno che credeva immortale.
Eppure la domanda che questa vicenda pone non è sentimentale. È politica. Non “perché chiude Hoepli?” — la risposta è nota, e non riguarda il mercato — ma: cosa dice di Milano il fatto che una città di questa taglia, con questa storia, non abbia ancora trovato il modo di non perdere uno dei suoi simboli più riconoscibili?
Un arrivo il 7 dicembre. Come un segno
Ulrico Hoepli arrivò a Milano il 7 dicembre 1870 — giorno di Sant’Ambrogio, il patrono della città. Aveva ventitré anni, veniva da un paesino della Turgovia svizzera, aveva già lavorato come garzone di libreria a Zurigo, Magonza, Trieste, Breslavia e persino al Cairo, dove aveva riordinato la biblioteca del viceré d’Egitto. Comprò una piccola libreria nella Galleria de Cristoforis, la pagò sedici mila lire, e l’anno dopo pubblicò il suo primo titolo.
Non è un dettaglio folkloristico che un editore straniero abbia scelto Milano come sede della sua impresa. È una dichiarazione sulla natura della città. Milano, alla fine dell’Ottocento, era il luogo dove si produceva, dove si costruiva, dove si trasformava la conoscenza in strumento pratico. I manuali hoepliani — a partire dal celebre Manuale dell’Ingegnere di Colombo, ancora in catalogo all’ottantaquattresima edizione — non erano libri da passeggio. Erano l’armamentario intellettuale della prima industrializzazione italiana. Hoepli e Milano si scelsero reciprocamente per affinità di carattere: entrambe convinte che sapere servisse a fare.
Quella convergenza tra vocazione editoriale e identità urbana non è mai venuta meno. Nel 1921, per il cinquantenario dell’attività, Hoepli donò alla città una biblioteca popolare. Nel 1930 donò il Planetario di Porta Venezia, che porta ancora il suo nome. Nel 1997 il Comune conferì all’azienda l’Ambrogino d’oro. Non premi simbolici: riconoscimenti di un rapporto di mutua costruzione tra una casa editrice e la comunità in cui era radicata.
Non è il mercato che chiude Hoepli
Questo punto merita di essere detto con chiarezza, perché cambia radicalmente la natura del problema. Hoepli non chiude perché i milanesi hanno smesso di comprare libri. Non chiude perché Amazon l’ha sconfitta. Non chiude perché il mercato editoriale è in crisi strutturale — anche se lo è.
Hoepli chiude perché la famiglia proprietaria non riesce a governarsi. Da un lato il ramo di maggioranza, Ulrico Carlo e i suoi tre figli, con quasi il 75% del capitale. Dall’altro i fratelli Nava, figli di Bianca Hoepli, con il restante 25%. Tra i due blocchi sono in corso cause civili e penali. Ogni tentativo di cessione a terzi — Mondadori si era fatta avanti, poi si era ritirata; lo stesso Feltrinelli — è naufragato sull’impossibilità di trovare un accordo interno tra i soci. Il risultato è che un conflitto privato ha preso in ostaggio un patrimonio collettivo.
Il paradosso è ulteriormente acuito dai dati di bilancio: i debiti erano stati ridotti di oltre quattro milioni di euro nell’ultimo esercizio, il patrimonio netto si attestava a quasi undici milioni e mezzo. Non era un’azienda fallita. Era un’azienda paralizzata. E la paralisi, in un mercato che richiede decisioni rapide, ha lo stesso effetto del fallimento — solo più lento e più indegno.
La desertificazione culturale delle città europee
Quello che accade a Hoepli non è un caso isolato. È l’episodio milanese di un fenomeno che percorre le grandi città europee da almeno un decennio: la progressiva scomparsa dei presidi culturali fisici dai centri storici, rimpiazzati da vetrine di lusso, spazi direzionali o attività a elevata rotazione di clientela.
A Londra, Parigi, Barcellona, le grandi librerie indipendenti hanno ceduto uno dopo l’altro sotto la pressione combinata degli affitti insostenibili e della concorrenza digitale. Le città si sono riempite di flagship store e boutique d’alto bordo, mentre la vita intellettuale si è spostata in periferia — dove sopravvive, ma perde visibilità, centralità, capacità di aggregazione. Il centro storico diventa un fondale scenografico per il turismo di lusso, non più un luogo dove si produce pensiero.
Milano non è immune da questa dinamica. Anzi, negli ultimi anni ha accelerato la sua trasformazione in città della finanza, del design e della moda — con tutto ciò che questo comporta in termini di uso degli spazi. L’immobile di via Hoepli 5, progettato da Figini e Pollini nel dopoguerra, è nel cuore pulsante della città, tra il Duomo e la Scala. In un mercato immobiliare come quello milanese, quella posizione vale cifre considerevoli. Il timore che dietro la liquidazione ci sia anche un interesse a valorizzare l’asset immobiliare non è infondato — ed è esattamente il tipo di scambio che una città con una propria identità dovrebbe rifiutare.
Cosa può fare Milano — e cosa deve
Il sindaco Sala ha dichiarato che i luoghi della cultura sono “la vera infrastruttura di una città”. È una formulazione corretta. Ma un’infrastruttura non si protegge con le dichiarazioni di apprensione: si protegge con strumenti normativi, economici e politici concreti.
Ci sono almeno tre livelli su cui Milano può — e deve — agire. Il primo è il riconoscimento formale di Hoepli come “bottega storica”: uno status giuridico che esiste nella legislazione regionale e comunale e che comporta tutele specifiche, inclusa la possibilità di opporsi a cambi di destinazione d’uso degli spazi. Una petizione in questo senso è già in corso. Dovrebbe diventare un atto amministrativo, non restare una raccolta di firme.
Il secondo è la ricerca attiva di un acquirente che garantisca la continuità del progetto culturale. Il Comune e la Regione Lombardia hanno strumenti di moral suasion e, se necessario, di cofinanziamento per favorire operazioni di questo tipo. Il modello non è quello del sussidio pubblico a un’impresa privata: è quello del presidio culturale trattato come tale, con logiche analoghe a quelle che si applicano ai teatri, ai musei, agli archivi.
Il terzo, più strutturale, è una riflessione sull’urbanistica culturale della città. Milano ha investito enormemente nella sua immagine internazionale — Expo, il nuovo skyline di Porta Nuova, il design week che porta mezzo mondo in città ogni aprile. Nessuno di questi investimenti ha senso se la città svuota il proprio centro di vita intellettuale. Una metropoli che si vende come capitale del pensiero creativo ma non riesce a tenere aperta la propria libreria storica più importante sta raccontando di sé una storia incoerente.
L’appello ai milanesi
C’è qualcosa che i milanesi possono fare indipendentemente dalle istituzioni, e che vale la pena dire esplicitamente. La liquidazione è deliberata, ma non è ancora eseguita. Il liquidatore nominato — l’avvocata Laura Limido — ha il mandato di “preservare il valore del patrimonio aziendale”. Questo significa che una cessione unitaria a un acquirente serio è ancora possibile. Il tempo è stretto, ma non è esaurito.
In questo frangente, la pressione civica conta. Non solo il flash mob di sabato — che è un segnale necessario — ma una mobilitazione più sostenuta: lettori, professionisti, imprenditori, istituzioni accademiche, ordini professionali che hanno fatto della cultura tecnica e scientifica hoepliana il proprio riferimento da generazioni. Tutti soggetti che hanno interesse diretto a che Hoepli non venga smembrata e il catalogo non venga ceduto a pezzi a chi ha solo interesse commerciale nella divisione scolastica.
Milano ha già perso troppo del suo tessuto culturale fisico. Ha perso gallerie, cinema storici, librerie di quartiere. Ogni volta la perdita è stata accompagnata da dichiarazioni di dispiacere. Il dispiacere non basta. Quello che serve — e che distingue una città che è soggetto della propria storia da una che ne è semplice teatro — è la capacità di trasformare il riconoscimento del valore in azione concreta e tempestiva.
Hoepli è arrivata a Milano il giorno di Sant’Ambrogio. Sarebbe un segnale di scarsa memoria civica lasciarla andare via senza combattere.
Fonti
Il Post – Hoepli sarà messa in liquidazione
Il Fatto Quotidiano – Hoepli chiude dopo 156 anni: decisa la liquidazione
Sky TG24 – Hoepli in liquidazione volontaria
ANSA – Sala: Hoepli patrimonio di Milano
ANSA – Sciopero alla libreria Hoepli: “La cultura non si svende”
Artribune – La crisi di Hoepli: cassa integrazione e rischio liquidazione
Sky TG24 – Hoepli a rischio chiusura: la storica casa editrice verso liquidazione
Hoepli Editore – Storia della Casa Editrice
Urbanfile – La Galleria de Cristoforis e la libreria Hoepli

