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Italia

Napoli, il campo largo parte tra piazza vuota e contestazioni

Federico Galli

Doveva essere la prova di unità verso il 2027. Si è chiusa con la piazza mezza vuota e con la sinistra che contesta la sinistra.

Riassunto dell'articolo

L'8 luglio 2026 la prima manifestazione unitaria del campo largo a Napoli, in piazza del Gesù Nuovo, si è svolta davanti a una piazza semivuota — circa un migliaio di presenti secondo Il Manifesto, trecento secondo Potere al Popolo — ed è stata interrotta dalla contestazione degli attivisti di Potere al Popolo, che hanno accusato la coalizione di rappresentare una «oligarchia». In serata è arrivata la solidarietà di Giorgia Meloni ai leader contestati.

Doveva essere la partenza in grande stile. Invece la manifestazione del campo largo a Napoli, l’8 luglio, ha regalato l’immagine esatta di ciò che quella coalizione teme di essere: una piazza mezza vuota e una sinistra che litiga con la sinistra.

CREAZIONE SITI WEB
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La piazza che non si è riempita

Piazza del Gesù Nuovo, prima delle due tappe di luglio — la seconda a Padova il 15 — pensate per lanciare la sfida al governo verso il 2027. Sul palco Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, con il sindaco Gaetano Manfredi e il governatore della Campania Roberto Fico.

Bello schieramento. Peccato per il pubblico. A raccontare il vuoto non è la stampa avversaria, ma la loro. Il Manifesto ammette che la piazza «pur piccola, non si è riempita» e conta all’incirca un migliaio di presenti. Potere al Popolo abbassa ancora l’asticella: si e no trecento persone.

Tutti i vertici nazionali dell’opposizione riuniti nella città simbolo del Mezzogiorno, e un colpo d’occhio da assemblea di sezione.

La contestazione di Potere al Popolo

Il meglio arriva mentre parla Fico. Sotto il palco irrompe un gruppo di attivisti di Potere al Popolo: bandiere, fischi, cori di «vergogna» e «buffoni». La diretta viene sospesa per un quarto d’ora.

Non è la destra a rovinare la festa dell’unità progressista. È la sinistra. Quella più a sinistra di loro, che li contesta in faccia accusandoli di essere il problema, non la soluzione.

«Oligarchia»: l’accusa che arriva da sinistra

Il portavoce nazionale di Potere al Popolo, Giuliano Granato, riassume tutto in una parola: «oligarchia». Serve un campo di vera alternativa, è il senso, che rappresenti la maggioranza dei cittadini e non «una piccola oligarchia».

È la fotografia che denunciamo da tempo, servita stavolta da un movimento di sinistra: un ceto politico chiuso e autoreferenziale, che parla di popolo e il popolo non lo porta più in piazza.

Non fanno in tempo a riunirsi e già litigano

La reazione dal palco dice tutto. Conte tenta la mediazione: «Non facciamo decreti per impedirvi di parlare». Fratoianni scende tra la folla. Bonelli sceglie la linea dura e bolla i contestatori: «Sono i fascisti che traggono vantaggio da questa operazione».

Ecco il capolavoro: chi non è abbastanza a sinistra diventa di colpo utile ai «fascisti». E intanto parte della piazza risponde agli attivisti con cori di «fascisti» e con Bella ciao, cioè con il repertorio antifascista puntato contro altri manifestanti di sinistra.

Non fanno in tempo a riunirsi e già si dividono su chi sia il vero compagno. Lo avevamo scritto quando il cartello nasceva escludendo Renzi: un campo che si proclama largo e il cui primo atto pubblico è sempre un confine, un veto, un’espulsione.

La solidarietà che pesa come una sconfitta

A completare il quadro, in serata, la mossa che li ha davvero umiliati: la solidarietà di Giorgia Meloni. La libertà di manifestare deve valere sempre e per tutti, scrive la presidente del Consiglio, «senza doppi standard».

Difesi dall’avversaria che vorrebbero mandare a casa. Potere al Popolo ribatte piccato: «Vi fa proprio paura il dissenso, eh?». La giornata che doveva certificare l’unità si chiude con la coalizione stretta tra chi la contesta da sinistra e chi la protegge da destra. Foto di gruppo e Pino Daniele in sottofondo, per coprire il rumore del vuoto.

Il popolo vero era altrove

Resta un dato, ed è politico più di ogni slogan. Alla chiamata di tutti i massimi dirigenti dell’opposizione, nella città simbolo del Sud, ha risposto un migliaio scarso di persone, quando è andata bene. E i disoccupati del Movimento 7 Novembre, che pure erano lì per i tirocini bloccati, non chiedevano di essere rappresentati: chiedevano conto.

Un campo si proclama largo. Ma quando lo apri, dentro non c’è la Nazione. C’è una sezione mezza vuota che discute su chi debba restare fuori.

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Federico Galli
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