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Geopolitica

Patto della Mecca a Teheran: sauditi, turchi e pachistani trattano con l’Iran

Bruno Bindel

Khalid bin Salman, Asim Munir e Ibrahim Kalin incontrano Pezeshkian mentre gli houthi colpiscono Riad. Trump a Fox News: «Faccio un accordo con loro o li finisco?»

Riassunto dell'articolo

Il 26 ottobre il ministro della Difesa saudita Khalid bin Salman, il capo dell'esercito pachistano Asim Munir e il capo dell'intelligence turca Ibrahim Kalin sono attesi a Teheran per colloqui con il presidente Pezeshkian: è il primo contatto di alto livello tra l'Iran e tutti i firmatari del Patto della Mecca, l'accordo di difesa comune firmato ad agosto. L'articolo spiega chi ha voluto il vertice, il peso degli attacchi houthi sull'Arabia Saudita e l'alternativa di Trump tra accordo e attacco dopo le elezioni americane del 3 novembre.

Il ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, il capo dell’esercito pachistano, il feldmaresciallo Asim Munir, e il capo dell’intelligence turca, Ibrahim Kalin, sono attesi oggi, lunedì 26 ottobre, a Teheran. Incontreranno il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Mohsen Rezaei.

CREAZIONE SITI WEB
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I tre rappresentano le Nazioni firmatarie del Patto della Mecca, l’accordo di difesa comune siglato ad agosto da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Secondo Reuters è il primo contatto di alto livello tra l’Iran e tutti i membri del blocco da quando l’Arabia Saudita è stata trascinata più a fondo nella guerra. Al momento in cui scriviamo non è stato reso noto alcun esito dei colloqui.

Chi ha voluto il vertice

L’iniziativa, ha riferito a Reuters un alto funzionario iraniano, è partita dal Pakistan: Munir l’ha proposta durante la sua visita a Teheran della settimana scorsa. Il vicesegretario del Consiglio supremo, Ali Bagheri Kani, ha spiegato alla televisione di Stato che gli ospiti terranno consultazioni sulla sicurezza regionale.

Da Riad, il vice ministro per la diplomazia pubblica Rayed Krimly ha presentato la missione come parte degli sforzi per la de-escalation e a sostegno della mediazione di Qatar e Pakistan, le due Nazioni che a giugno avevano favorito l’accordo provvisorio tra Washington e Teheran, saltato poche settimane dopo con la ripresa dei combattimenti. Domenica i mediatori qatarioti erano già a Teheran.

Riad sotto il fuoco degli houthi

Il motivo dell’urgenza è nel cielo saudita. Gli houthi yemeniti, alleati dell’Iran, hanno intensificato da agosto gli attacchi contro l’Arabia Saudita. Domenica Riad ha intercettato un’altra ondata di missili e droni e gli houthi hanno rivendicato un attacco all’aeroporto internazionale King Khalid della capitale, poche ore dopo la sua riapertura ai voli. Lunedì la coalizione a guida saudita ha dichiarato di aver intercettato un missile balistico diretto su Riad.

Le conseguenze sono già visibili: l’Arabia Saudita ha rinviato al 2027 la sua conferenza internazionale sugli investimenti e Washington ha ordinato al personale diplomatico non essenziale e alle famiglie di lasciare il regno, come avevamo raccontato nell’articolo sui droni houthi e sui diplomatici americani in partenza. Riad, alleata degli Stati Uniti, è diventata il punto più esposto del conflitto: andare a Teheran significa parlare direttamente con chi può frenare gli houthi.

Cos’è il Patto della Mecca

Il nome ufficiale è Accordo di difesa congiunta della Mecca. Firmato ad agosto, stabilisce che un attacco armato contro uno dei membri vale come attacco contro tutti. Il Pakistan lo ha approvato, mentre in Turchia la ratifica parlamentare è ancora in corso.

Il 5 ottobre, a Riad, il comitato politico e di difesa dell’alleanza si è riunito d’urgenza e ha deciso di «passare immediatamente all’attuazione pratica degli impegni di difesa collettiva», prendendo le misure necessarie per fornire le forze e le capacità militari concordate. Nella stessa riunione è stato nominato il primo segretario generale, il generale pachistano in congedo Nauman Mahmood. Il blocco unisce le risorse finanziarie saudite, l’esercito dell’unica potenza nucleare del mondo musulmano e l’apparato di sicurezza turco.

Teheran non lo tratta come un fronte nemico. In un’intervista ad Al Jazeera, Pezeshkian ha detto che l’Iran è pronto a unirsi all’alleanza, pur ammettendo di non conoscerne i dettagli: «Siamo pronti a prendere parte a questo processo». È il segnale che il blocco sunnita può presentarsi come mediatore, non come retrovia della guerra americana.

Trump tra accordo e attacco

L’8 ottobre Trump aveva scritto su Truth Social che gli Stati Uniti non avrebbero attaccato l’Iran «in nessun momento» prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Nei giorni scorsi il tono è cambiato. Venerdì, in un comizio in Florida, ha detto: «Potremmo fare un altro piccolo Epic Fury. Oppure accetteranno», richiamando il nome dell’operazione militare americana iniziata il 28 febbraio. Sabato, dopo aver votato in anticipo a Palm Beach, alla domanda su un possibile attacco ha risposto che ci stava pensando, «e forse domani».

Domenica, a Fox News, ha posto l’alternativa: «Ora la mia domanda è: faccio un accordo con loro o li finisco?». Finirli, ha aggiunto secondo Bloomberg, «sarebbe molto facile». Poco dopo, ai giornalisti che gli chiedevano di un attacco, ha risposto: «No. Oggi non ci sarà alcun attacco».

Sul piano militare, il Wall Street Journal ha riferito sabato che sulle navi del gruppo della portaerei George Washington si stanno caricando munizioni e preparando velivoli, senza che alcun attacco sia stato autorizzato. Secondo Bloomberg, Trump ha inviato verso il Golfo Persico anche un terzo gruppo di portaerei, e funzionari americani considerano particolarmente pericoloso il periodo tra il voto e l’insediamento del nuovo Congresso.

Teheran risponde su due binari. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha detto che la finestra della diplomazia non è chiusa e che i messaggi passano attraverso intermediari, ma che gli iraniani respingono le richieste americane di «resa completa». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha aggiunto: «Che ci sia la guerra o no, le nostre politiche restano le stesse».

Il petrolio e il calendario

La guerra, iniziata il 28 febbraio, si avvicina agli otto mesi. Venerdì il Brent ha superato i 117 dollari al barile, il livello più alto da marzo, contro i meno di 97 di inizio ottobre. Il prezzo della benzina è entrato nella campagna elettorale americana.

Il calendario è stretto. Domani, martedì 27 ottobre, si vota in Israele, e il primo ministro Benjamin Netanyahu ha avvertito l’Iran e i suoi alleati di non tentare di disturbare le elezioni. Il 3 novembre votano gli Stati Uniti. Il vertice di Teheran non può decidere la pace, ma può dire se Riad, Ankara e Islamabad hanno un canale con l’Iran capace di pesare su quello che Trump deciderà dopo il voto.

Fonti

Reuters, “Top officials from Mecca pact countries to meet Iranian officials in Tehran on Monday, two sources say” (26 ottobre 2026)
Arab News, “Saudi defense minister leads delegation attending Makkah pact countries’ meeting with Iran” (26 ottobre 2026)
The National, “Saudi Minister of Defence heading delegation to Tehran with Makkah pact countries” (26 ottobre 2026)
Mehr News Agency, “Iran, Mecca Defence Alliance states to hold talks today” (26 ottobre 2026)
Yeni Şafak, “Mecca Alliance activates collective defense pact” (5 ottobre 2026)
Türkiye Today, “Iranian president says Tehran is ready to join Mecca Alliance” (17 ottobre 2026)
CBS News, “Trump says he’s weighing deal with Iran against action to ‘finish them off'” (25-26 ottobre 2026)
Bloomberg via The Spokesman-Review, “Trump says decision time nears on Iran: deal or ‘finish it off'” (25 ottobre 2026)
CNN, “Why Trump says he’s not attacking Iran before Election Day” (9 ottobre 2026)
2paragraphs, “Trump says U.S. could attack Iran ‘maybe tomorrow'” (24 ottobre 2026)
Gulf News, “US-Iran showdown: 7 warning signs Washington fears a wider conflict” (25 ottobre 2026)

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Bruno Bindel
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