14 Visualizzazioni
Italia

Scontri di Milano, c’è una regia russa? Dalle chat degli studenti alle «ombre» di Crosetto e Meloni: prove zero, ma la domanda non è assurda

Federico Galli

Le chat che hanno svuotato Milano e Cremona sono il punto di partenza: il Giornale vede i servizi di Mosca, i nostri servizi «tracce di enfatizzazione», Crosetto una «controeducazione» via TikTok. Salvini frena. Un'azione ibrida contro chi arma Kiev ha una logica che un attacco a un aeroporto NATO non ha. Plausibile, però, non vuol dire dimostrato

Riassunto dell'articolo

Dopo la guerriglia urbana di Milano, Torino e Bologna, il ministro della Difesa Crosetto parla di «guerra ibrida» condotta via TikTok e YouTube, il Corriere riferisce che Meloni è convinta che «entità esterne» abbiano soffiato sul fuoco ma attende «elementi certi», i servizi segnalano «tracce di enfatizzazione» social della mobilitazione e Il Giornale titola sulle «ombre russe». L'articolo parte dalle chat degli studenti che hanno svuotato Milano e Cremona con allarmi falsi e mostra che cosa manca: nessuna prova pubblica, nessuna attribuzione a Mosca, Crosetto che non nomina la Russia, Salvini che liquida l'ipotesi. Spiega poi perché un'azione ibrida contro una Nazione che arma Kiev e sostiene le sanzioni ha una logica strategica che un attacco militare a un aeroporto NATO, come quello di Lipsia ricostruito dal Wall Street Journal, non ha. E avverte che la stessa ipotesi serve a chi vuole spostare il discorso dalle cause interne del fenomeno maranza a un nemico esterno comodo. La posizione resta interlocutoria: plausibile non significa dimostrato.

Punti chiave
  • ANSA - Crosetto: "I fatti di Milano frutto della guerra ibrida"
  • Open - Scontri a Milano, Giorgia Meloni e le «ombre russe» dietro…
  • Il Giornale, prima pagina del 21 ottobre 2026 - "Ombre russe sui…
  • AGI - Zelensky: «La Russia conduce una guerra ibrida anche contro l'Italia»

Le chat degli studenti sono il posto da cui partire. Non le vetrine sfondate in via Torino, non i 500 militari in arrivo: i messaggi “inoltrati molte volte” che da domenica sera hanno fatto restare a casa le ragazze dei licei milanesi e abbassare le serrande a Cremona. È lì che oggi convergono le indagini della Polizia postale raccontate dal Giornale, le “tracce di enfatizzazione” segnalate dai servizi e l’ipotesi di guerra ibrida dietro gli scontri di Milano evocata dal ministro della Difesa. Ed è da lì che bisogna capire se la domanda, c’è una regia straniera, ha un senso o è solo un modo per non parlare d’altro.

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

Cosa c’era nelle chat degli studenti di Milano

Lo abbiamo raccontato lunedì, quando nelle chat degli studenti girava un’altra guerra: gruppi da 400 persone pronti a “violentare le ragazze”, che nel messaggio successivo diventavano 600; “gente di Como, Lecco e Brescia” in arrivo per incendiare Bocconi e Iulm; squadre con machete a Cadorna, Duomo, City Life, Navigli e Brera. Nessun bollettino della Questura, nessuna comunicazione degli atenei, nessuna indagine su un piano di aggressioni. Eppure a Cremona la stessa catena ha prodotto un pomeriggio da coprifuoco, con la Prefettura costretta a convocare le forze dell’ordine e la Digos a cercare gli amministratori di gruppi in cui centinaia di ragazzi erano stati aggiunti a loro insaputa.

Due cose, già allora, non tornavano. Uno dei testi, quello sui “gruppi neofascisti” armati nelle zone del centro, era scritto bene, impaginato, con una firma in inglese da campagna social: qualcuno lo aveva preparato. E le chat con centinaia di numeri non nascono da sole. La domanda che ponevamo era “per conto di chi”. Quarantotto ore dopo, se la pongono il governo e i servizi.

Dalle chat alle “ombre russe”: cosa dicono Crosetto, Meloni e i servizi

Il Giornale apre oggi con “Ombre russe sui maranza”: la Polizia postale lavora su micro chat private che sembrerebbero legate ai servizi di Mosca, con l’obiettivo di “amplificare la psicosi nelle grandi città”. Il giudice che ha convalidato il carcere per quattro maggiorenni parla di un “progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico”. La ricostruzione del Corriere della Sera aggiunge che Giorgia Meloni è convinta che “entità esterne” abbiano soffiato sul fuoco, ma vuole “elementi certi” prima di dirlo in pubblico. Le relazioni dell’intelligence, consegnate dopo il vertice di lunedì, registrano “tracce di enfatizzazione sulla mobilitazione dei manifestanti”: appelli rilanciati sui social per richiamare più persone in piazza, con fonti “ben scudate” che gli analisti stanno cercando di superare. Repubblica descrive gli specialisti al lavoro su flussi, algoritmi e bot, con il volantino del Movimento 17 ottobre sotto esame.

Guido Crosetto, lunedì al Defense Procurement Forum di Roma, ha messo la cornice: i fatti di Milano sono “il frutto, il punto di arrivo” di una guerra ibrida che denuncia “inascoltato” da quattro anni, condotta con “strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, YouTube”. Se tre ragazzi su dieci hanno partecipato e sei su dieci condividono, “hanno subito una controeducazione da qualche parte, non dalla famiglia o dalla scuola”. Piantedosi lo ha coperto: “Crosetto, quando dice delle cose, parla sempre a ragion veduta”, e ha fatto notare che Italia, Francia e Spagna “guarda caso” votano l’anno prossimo. Mosca, intanto, ha commentato pubblicamente il caos nelle tre Nazioni.

Zelensky accusa, Salvini frena

Nelle stesse ore Volodymyr Zelensky, intervistato dal Corriere, ha detto che la Russia “conduce da tempo una guerra ibrida contro l’Europa, anche contro Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania”, una guerra che passa “attraverso televisioni, mezzi di informazione, Internet e social network” per manipolare cittadini che hanno il diritto di essere scontenti dei propri governi senza essere pilotati. Il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa, giudica il tutto “troppo contemporaneo e coordinato” per escludere una regia.

Dall’altra parte c’è il vicepremier. Matteo Salvini, a Milano, ha risposto ai cronisti che gli chiedevano di una regia: “Ho letto cose strambe, i russi… No, basta”. Il problema, per lui, sono i ragazzi che arrivano da Crema, Pavia, Lecco, Varese e Cinisello, da intercettare nelle stazioni. Roberto Vannacci indica “collettivi studenteschi, centri sociali, black bloc, maranza e baby gang”, non capitali straniere.

Cosa manca: una prova, un nome, un’attribuzione

Mettendo in fila tutto, resta un vuoto. Nessuna prova è stata resa pubblica. Nessuna attribuzione ufficiale a Mosca esiste: Palazzo Chigi stesso ammette che “non si può affermare che siano stati i russi a mandare degli adolescenti a spaccare le vetrine di Milano”. Crosetto, nel passaggio ripreso dalle agenzie, non ha mai pronunciato la parola Russia: ha parlato di “alcune nazioni” che con algoritmi e intelligenza artificiale conoscono i nostri giovani meglio di noi. Le “ombre russe” del Giornale sono un’ipotesi investigativa, non un atto d’accusa.

C’è poi una differenza che il dibattito tende a cancellare. Un’amplificazione non è una regia. Rilanciare un appello, gonfiare un numero, spingere un video nel flusso di TikTok è un’operazione che costa poco e lascia poche impronte; organizzare 220 minorenni su 271 fermati, con bandiere albanesi e cori importati dalla banlieue, è un’altra cosa. Le chat di Cremona che hanno chiuso una città erano in larga parte messaggi sgrammaticati scritti da adolescenti. Come ha osservato il Messaggero, gli algoritmi da soli non dimostrano una regia estera: il passaggio decisivo, chi abbia alimentato le violenze, con quali strumenti e con quali prove, è ancora tutto da fare. E la bufala, lo avevamo scritto, attecchisce perché il terreno è vero: il Capodanno 2022 in piazza Duomo, i gruppi che scendono dall’hinterland, la piazza contro il carovita regalata ai teppisti. Chi enfatizza non inventa, aggiunge.

Perché un’azione ibrida ha una logica e un attacco a Lipsia no

Proprio oggi abbiamo scritto dell’inchiesta del Wall Street Journal secondo cui l’intelligence americana attribuisce a Putin in persona l’ordine di intensificare sabotaggi e azioni coperte contro le Nazioni della NATO, con il drone carico di esplosivo trovato in agosto sulla pista dell’aeroporto di Lipsia come una delle prime operazioni. I collaboratori di Merz dicono che, se ci fossero stati morti, Berlino avrebbe valutato l’articolo 5.

È qui che la logica strategica separa le due ipotesi. Un attacco militare, anche piccolo, contro un’infrastruttura dell’Alleanza è un azzardo privo di senso per una Russia che fatica da quattro anni contro un’Ucraina armata e finanziata dalla NATO: il rischio di una risposta collettiva è altissimo, il guadagno quasi nullo. Un’azione ibrida contro Nazioni che quella guerra la combattono per procura, con le armi a Kiev, le sanzioni, il riarmo europeo e dichiarazioni di ostilità aperta (Mosca aveva attaccato pubblicamente Meloni dopo il suo discorso in Parlamento sull’Ucraina), risponde invece a tutte le regole della guerra asimmetrica. Costa poco. Si può negare. Non supera nessuna soglia che obblighi a reagire. E logora il fronte interno del nemico proprio dove è più fragile: le periferie, i giovani, un carovita che nessun governo sa fermare. È la forma di pressione che l’attore più debole sul piano convenzionale può permettersi, ed è per questo che l’ipotesi non è complottismo. Ma la plausibilità di un movente non è la prova di un’azione.

Il nemico esterno è anche un nemico comodo

Resta l’altra faccia, e va detta con la stessa franchezza. L’ipotesi della regia straniera torna utile a chi, in Italia, preferisce non discutere le cause interne del fenomeno maranza: un’integrazione fallita in intere periferie, ragazzi di seconda generazione senza nulla da perdere, l’impunità percepita da chi sa che alla denuncia non segue niente. Lo abbiamo notato ieri leggendo il decreto cortei approvato dal Consiglio dei ministri: i reati di devastazione e saccheggio esistevano già, con pene fino a quindici anni, e a Milano non hanno dissuaso nessuno. Un quindicenne che sfonda una vetrina a Cordusio non diventa un agente di Mosca perché un bot ha rilanciato il video.

Anche la nostra stessa domanda di lunedì, chi guadagna da una Nazione che chiede il pugno di ferro prima di sapere contro chi, non ha una risposta sola. Il governo ha avuto il suo decreto, con 500 soldati e il fermo per i minorenni, dopo un vertice che non aveva deciso nulla; nelle chat della maggioranza qualcuno contava “un paio di punti nei sondaggi”. Un’operazione ibrida russa e un’opinione pubblica spaventata che chiede ordine possono convivere benissimo, e servire interessi opposti.

Per questo la posizione, oggi, può essere solo interlocutoria. La Digos sta cercando gli amministratori dei gruppi, la Postale lavora sulle micro chat, l’intelligence ha un mandato da Palazzo Chigi per risposte rapide. Finché quelle risposte non arrivano, la regia russa dietro gli scontri di Milano è un’ipotesi con un movente credibile e nessuna prova. Non va liquidata con una battuta sui russi, e non va usata per non guardare le periferie da cui quei ragazzi sono partiti.

Fonti

Scritto da
Federico Galli
Sostieni il giornalismo indipendente
Il tuo contributo ci permette di continuare a informarti liberamente

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per rimanere aggiornato/a iscriviti al nostro canale WhatsApp
Iscriviti al Canale