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USA

Vance e «Communion»: la conversione cattolica e lo scontro con Roma

Giulia De Santis

Il vicepresidente USA pubblica il suo memoir spirituale sul modello di Sant'Agostino. Ma la fede che ne emerge dice molto anche sul rapporto tra l'America di Trump e la civiltà cristiana europea.

Riassunto dell'articolo

Il vicepresidente americano JD Vance ha pubblicato «Communion: Finding My Way Back to Faith» (HarperCollins, 16 giugno 2026), memoir sulla sua conversione al cattolicesimo del 2019, costruito sul modello delle «Confessioni» di Sant'Agostino. Il libro racconta il passaggio dall'ateismo alla fede attraverso le letture di Girard, Agostino e Tommaso d'Aquino e l'esperienza dell'eucaristia, ma le recensioni americane vi leggono un'autobiografia priva del dubbio agostiniano. Sul fronte vaticano emerge uno slittamento: dalla deferenza al Pontefice alla richiesta che la Chiesa tenga le distanze dalle vicende pubbliche. Sul piano strategico, invece, la posizione di Vance su Israele e Iran rivela una logica del limite più vicina alla sensibilità europea. Il pezzo legge il libro come banco di prova della convergenza tra la destra americana e la civiltà cristiana europea.

Punti chiave
  • Communion (Vance book) – Wikipedia
  • FIRSTonline – «Communion», la versione di Vance su religione e politica
  • La Verità – Gesù e Donald: le due conversioni di Vance
  • Focus America – Il memoir religioso di J.D. Vance e la fede…

Con «Communion», il libro uscito il 16 giugno per HarperCollins, JD Vance racconta la propria conversione al cattolicesimo e firma il memoir più atteso della stagione politica americana. Trecentoquattro pagine costruite sul modello delle «Confessioni» di Sant’Agostino, che il vicepresidente ha scelto come santo patrono. Un’autobiografia spirituale che è anche, e forse soprattutto, un manifesto: sul ruolo della religione nella vita pubblica, e sul futuro di chi a Washington si prepara già al 2028.

CREAZIONE SITI WEB
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Il volume è il seguito ideale di «Hillbilly Elegy», il bestseller del 2016 che lo rese una figura nazionale. Ma dove il primo libro raccontava l’ascesa sociale di un ragazzo dell’Ohio operaio, questo racconta un’ascesa di tutt’altro genere: dall’ateismo alla fede, fino all’altare della Chiesa di Roma. E lo fa in un momento in cui il cattolicesimo americano vive una stagione di insolita vitalità, con sei dei nove giudici della Corte Suprema fedeli a Roma e il primo Pontefice nato negli Stati Uniti sul Soglio di Pietro.

Cosa racconta «Communion», il nuovo libro di Vance

La struttura è quella di un cammino interiore. L’infanzia segnata da una «fede conflittuale» ereditata dal padre, immerso nelle guerre culturali e nelle profezie bibliche dei predicatori del Sud. Poi l’abbandono, l’ateismo degli anni dell’università e della scalata professionale. Infine il ritorno, lento, fino alla conversione del 2019, a trentacinque anni, dopo un percorso con i frati domenicani di Cincinnati.

Il dettaglio più toccante riguarda il padre, che rifiutò la chemioterapia per un tumore all’esofago convinto che Dio lo avrebbe guarito. «Dio non lo ha guarito. È morto pochi giorni dopo», scrive Vance. La fede del figlio prenderà una strada diversa: non quella della guarigione miracolosa attesa dai predicatori televisivi, ma quella sacramentale, liturgica, antica.

La conversione al cattolicesimo: da ateo a discepolo di Agostino e Girard

Due furono i passaggi decisivi della conversione di Vance al cattolicesimo. Una conferenza di Peter Thiel, il miliardario che fu tra i suoi primi finanziatori, e la lettura di René Girard, il filosofo del meccanismo del capro espiatorio. Attraverso Girard, Vance racconta di essere tornato in contatto con la figura di Cristo, colui che secondo il pensatore francese spezza l’antico ingranaggio sacrificale alla base delle società umane.

Poi, nel 2018, la visita a una cattedrale francese e quel «senso di appartenenza e di presenza» che l’anno successivo lo condurrà al fonte battesimale. Al centro della sua fede mette l’eucaristia, definita «uno dei mezzi più potenti per ricevere la grazia di Dio». Le letture dichiarate sono un catalogo di alto profilo: Agostino, Tommaso d’Aquino, Tolkien, Chesterton, Lewis. È, sulla carta, una grammatica spirituale che la civiltà europea riconosce come propria.

Un’autobiografia senza dubbio: cosa dicono le recensioni

Eppure la critica più acuta nasce proprio dal confronto con il modello agostiniano. Le «Confessioni» sono il racconto di un tormento, di una resistenza, di una conversione strappata al dubbio. In «Communion», osservano diverse recensioni americane, il dubbio non c’è. Ne emerge un uomo che non mette mai in discussione il proprio merito e che adotta una fede capace soltanto di confermarlo.

Una parte della critica americana ha giudicato molti argomenti confusi o contraddittori. Altri hanno notato una curiosa freddezza verso la dottrina cattolica, con il vicepresidente che evita di prendere posizione netta sui punti più scomodi, forse per non perdere il pubblico evangelico. Persino la copertina ha fatto discutere: ritrae una chiesa metodista della Virginia rurale, non una chiesa cattolica. Un’unica autocritica attraversa il libro: la celebre frase sulle «donne single con i gatti», che Vance liquida come una sciocchezza provocatoria.

Lo strappo con il Vaticano: dall’«ordo amoris» alla distanza dal Papa

È sul rapporto con Roma che il libro rivela la sua frattura più profonda. Vance descrive come «inquietante» l’incontro dell’aprile 2025 con il cardinale Parolin e con monsignor Gallagher, lamentando che la diplomazia vaticana sembrava riluttante ad andare oltre le frasi fatte sul tema dell’immigrazione. È il terreno dell’«ordo amoris», la categoria classica che il vicepresidente usa per affermare la priorità dei doveri verso la famiglia, la comunità e la Nazione, e che lo aveva già opposto a Papa Francesco.

Il segnale più rivelatore è uno slittamento. In un saggio di qualche anno fa Vance rimproverava ai cattolici americani la scarsa deferenza verso il Pontefice. In «Communion» la frase cambia di segno: ora sono troppi i cattolici che trattano il Papa come una figura politica, e farebbero bene a tenere una rispettosa distanza dalle vicende vaticane. La deferenza diventa separazione. È la vecchia intuizione protestante che assegna alla fede la coscienza individuale e nega alla Chiesa il diritto di parlare al mondo. Coerente, antica, rispettabile. Ma non è la grammatica del cattolicesimo europeo, che del magistero sociale ha fatto parte costitutiva della propria tradizione.

Israele e il limite: dove Vance ragiona già da europeo

C’è però un terreno su cui il vicepresidente sembra muoversi secondo una logica diversa, più vicina alla sensibilità della destra europea: la politica estera. Sul recente accordo con l’Iran firmato da Trump, Vance ha rimproverato senza mezzi termini i critici israeliani, ricordando che due terzi delle armi di cui dispone Gerusalemme sono di fabbricazione e finanziamento americano. «Se fossi nel gabinetto del governo israeliano, non attaccherei l’unico potente alleato che mi resta», ha dichiarato, indicando esplicitamente i ministri Ben Gvir e Smotrich.

È il linguaggio del limite e dell’interesse nazionale, non quello dell’allineamento identitario incondizionato. Una posizione che ha incrinato lo stesso fronte conservatore americano, diviso tra chi ha applaudito l’intesa e chi l’ha attaccata. Proprio qui si misura il paradosso: sul piano strategico Vance comincia a pensare per gradi e per confini, come un europeo; sul piano spirituale resta dentro un cerchio che lo conferma e non lo interroga.

La domanda per la civiltà europea

Resta allora la domanda che «Communion», il libro di Vance, lascia aperta. La conversione al cattolicesimo del secondo uomo più potente d’America è un ponte verso la civiltà cristiana del nostro continente, oppure ne è soltanto il riflesso parziale, filtrato da una cultura che continua a leggere la fede con occhi diversi dai nostri?

Il vicepresidente scrive di non temere la propria morte, ma la fine della sua civiltà: «Temo di lasciare ai miei figli un mondo in cui le persone non visitano più le tombe dei loro antenati». È una paura che l’Europa conosce bene, perché è la sua. Su quella paura comune si fonda la convergenza tra le due sponde dell’Atlantico. Sulla diversa idea del rapporto tra fede e potere si misura, invece, tutta la distanza che ancora le separa.

Fonti

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Giulia De Santis
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