Centotre anni dopo la Riforma della scuola firmata da Giovanni Gentile, all’epoca ministro della Pubblica Istruzione, la formazione scolastica, e in particolar modo quella della scuola secondaria di secondo grado (scuola superiore nel gergo comune) annaspa in mille difficoltà che nessuno sembra riuscire a risolvere.
Gli attacchi ai modelli e la colonizzazione della lingua inglese
I tentativi, per la verità perfino troppo numerosi, negli ultimi anni non sono mancati ma a mancare è sempre e comunque una visione di insieme, di lungo periodo tesa a soddisfare non i bisogni immediati del mondo del lavoro (e di chi vorrebbe indirizzarlo) ma quelli formativi delle nuove generazioni. Nascono in questo modo i ciclici e ripetitivi attacchi a modelli che, mai davvero analizzati fino in fondo per l’apporto e il contributo che determinano nello sviluppo del pensiero e delle criticità ad esso connesse, vengono sferrati ad “istituzioni” velocemente bollate come “superate” in nome di un imperante progressismo che nulla vuole lasciarsi indietro se non le macerie della distruzione totale della società umana. Anzi, perfino il termine società non rappresenta altro che una sostituzione, tanto per cambiare impropria, del termine comunità che molto più si addice al rapporto che dovrebbe interconnettere gli esseri umani fra loro. Ed è su questi attacchi che si sono ritrovati spesso a convergere democratici e liberali, centristi e uomini della nuova sinistra. Il liceo classico non servirebbe più in nome dell’alternanza scuola-lavoro, l’uso della lingua inglese, invece, è diventato abituale anche per le materie umanistiche senza rendersi conto che se non viene messo del tutto alla porta ora che con la Brexit ha portato definitivamente fuori dal continente europeo il sistema anglosassone finiremo per non liberarcene più assumendo definitivamente la colonizzazione di una lingua che non viene nemmeno più tradotta ma i cui termini rimbalzano dai media (parola che deriva dal latino e per la quale non mi sono piegato all’anglofonia) alle strade passando, appunto, per le scuole.
Dalle tre “i” al liceo del made in Italy: la progettualità che manca
Dalle tre “i” di berlusconiana memoria all’idea del liceo “made in Italy” manca la progettualità, la capacità di comprendere, magari affidandosi a chi il meccanismo lo conosce dall’interno, delle necessità che emergono e di come sarebbe possibile farle sposare al meglio con l’ambiente che le circonda senza piegarsi ai dettami della finanza e della grande industria senza bandiera delle multinazionali che oggi chiedono persone da spostare come palline da ping-pong senza legami, senza vissuto, senza strutture sociali da cementare e trasmettere alla generazione successiva.
La formazione è affare dello Stato
La formazione è in primis affare dello Stato e seppure la frase sembri prendere la forma di una banalità è facile rendersi conto che la grande assenza in questo panorama è proprio quella statale. Tra diplomifici paritari che permettono di recuperare anni interi in pochissimo tempo, ma non davvero gli studi arretrati, concessioni alle scuole private e autonomia scolastica si è distrutto un sistema che, complici i mille pezzi dei frantumi prodotti, nessuno sembra in grado di ricomporre ma che, soprattutto, nessuno sembra voler ricomporre. E allora bisognerebbe ripartire da qui: una volontà di potenza, mi sia concesso il rimando di nietzschiana memoria.
“Il danno scolastico”: la denuncia di Mastrocola e Ricolfi
A venirci in soccorso sul tema è “Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza” scritto a quattro mani da Paola Mastrocola e Luca Ricolfi per la collana I Fari de La Nave di Teseo. Una critica giusta e analizzata in maniera precisa volta a denunciare il paradossale e tragico abbaglio della scuola democratica, che, nata per salvare i più deboli, oggi di fatto ne annega le speranze. Se, infatti, ad essere errato è il concetto di uguaglianza che andrebbe sostituito con quello di equità ecco che una scuola facile e di bassa qualità finisce per allargare il solco fra ceti alti e ceti bassi. Un disastro, di cui rendere conto e chiedere scusa, ai ragazzi e alle loro famiglie. Un’accusa che prende le sembianze di un atto d’amore verso il mondo della scuola (e anche quello universitario di cui è espressione Ricolfi, docente ordinario presso l’ateneo degli Studi di Torino) e di tutti coloro che vi partecipano fattivamente dai docenti agli studenti. Nei propri capitoli la professoressa Mastrocola sottolinea come “la scuola dell’obbligo (primi otto anni del ciclo di istruzione) sia un luogo dove si chiede di studiare sempre meno e dove la verifica di quanto appreso diventa sempre più blanda e “burocratica” tendendo a livellare od accentuare il divario di partenza esistente tra gli studenti, in termini di possibilità”. Al collega e compagno nella vita Luca Ricolfi è affidato il compito dell’analisi dei dati aggregati dei risultati delle scuole italiane, paragonandoli agli indici locali di disuguaglianza e promozione sociale, con una impostazione rigorosa dal punto di vista logico e matematico, comprensibile anche a coloro che non siano statistici di professione e i cui risultati supportano le tesi espresse dalla Mastrocola.
Fonti
- La Nave di Teseo — “Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza” di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi
- Fondazione David Hume — analisi e dati sul sistema scolastico italiano

