Il vertice di Washington sul terrorismo rosso, convocato dal Segretario di Stato Marco Rubio per il 16 luglio, ha prodotto in Italia un effetto politico prima ancora di cominciare. L’invito, recapitato secondo le ricostruzioni del Washington Post a oltre sessanta governi, chiede di discutere la rinascita del terrorismo transnazionale di estrema sinistra. Un tema che a Washington è ormai dottrina ufficiale: nel novembre 2025 il Dipartimento di Stato ha inserito la rete tedesca Antifa Ost tra le organizzazioni terroristiche, e un ordine esecutivo presidenziale ha classificato la galassia antifa come organizzazione terroristica interna. Eppure, alla sola notizia della partecipazione italiana, una parte del Parlamento è insorta come se il problema fosse il vertice, non la violenza che il vertice intende discutere.
Da Palazzo Chigi al forfait di Molteni
La sequenza italiana merita di essere ricostruita. In un primo momento dalla Farnesina era filtrato l’orientamento a limitarsi a una presenza diplomatica, sulla linea prudente scelta da molte cancellerie europee. È stata Giorgia Meloni a imprimere la svolta: l’Italia non avrebbe lasciato la sedia vuota, ma avrebbe partecipato con una rappresentanza politica. La scelta è caduta sul sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, che al Viminale segue proprio i dossier dell’antiterrorismo. Il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli ha inquadrato l’appuntamento con parole misurate: c’è un’ondata di violenza di matrice rossa sulla quale è bene ascoltare ed essere aggiornati.
Poi, lunedì sera, la frenata. Intervistato dal Tg3, Matteo Salvini ha spiegato che Molteni è trattenuto a Roma dal calendario parlamentare: «Abbiamo degli interventi sul patto immigrazione da seguire in commissione», ha detto, aggiungendo di non sapere se il governo manderà qualcun altro. Un intreccio di agende istituzionali, non un ripensamento: il recepimento del patto europeo sull’immigrazione è a sua volta un fronte che la Nazione non può disertare. Ma la conseguenza è che, a tre giorni dal vertice, la rappresentanza italiana torna un’incognita.
L’insurrezione delle opposizioni
Il dato politico più rivelatore, però, non sta a Palazzo Chigi. Sta nella reazione delle opposizioni, compatte come raramente accade. Per l’ex ministro Enzo Amendola la missione sarebbe «indecorosa». Per Angelo Bonelli si tratterebbe di una «guerra dichiarata contro il dissenso». Enrico Borghi, da Italia Viva, evoca la solita subalternità verso Washington. Nicola Fratoianni ha depositato un’interrogazione parlamentare per chiedere conto della partecipazione e delle informative che l’amministrazione americana avrebbe richiesto a giugno su gruppi e associazioni della sinistra italiana.
La domanda che nessuno di loro affronta è la più semplice: perché un vertice sul terrorismo di estrema sinistra dovrebbe scandalizzare chi con quel terrorismo non ha nulla a che fare? Nessuno convoca conferenze stampa indignate quando si discute di jihadismo o di eversione neonazista. L’indignazione selettiva è essa stessa una risposta: nomina il tabù.
Il tabù europeo che il vertice fa emergere
Perché il punto è esattamente questo: in Europa la violenza politica di matrice rossa esiste, è documentata, è processata nei tribunali. A Düsseldorf è in corso il procedimento contro la Hammerbande, la rete che la giustizia tedesca considera un’associazione criminale di estrema sinistra e che Washington ha classificato come organizzazione terroristica, come questo giornale ha ricostruito nel dettaglio nell’analisi sul processo di Düsseldorf. In Francia la morte di Quentin a Lione ha mostrato quanto quella violenza sappia ancora uccidere. E a marzo perfino il Parlamento europeo ha dovuto dedicare un dibattito alla recrudescenza della violenza politica di estrema sinistra, un precedente assoluto che abbiamo raccontato nel Fondo sul dibattito di Strasburgo.
L’Italia, poi, ha un titolo che nessun’altra Nazione europea possiede: la memoria degli anni di piombo, i nomi di Sergio Ramelli e di Enrico Pedenovi, mezzo secolo di agguati che seguono lo stesso identico copione operativo, dalle chiavi inglesi del 1975 ai martelli di Budapest. Se c’è un tavolo al mondo dove la voce italiana ha qualcosa da dire per esperienza diretta, è quello.
Una sedia che non può restare vuota
Si può discutere il formato del vertice, il preavviso ridotto, i contorni ancora vaghi dell’iniziativa americana. Ciò che non si può fare è fingere che il tema non esista, o peggio trattarlo come una provocazione. La linea indicata da Meloni — esserci, ascoltare, portare l’esperienza italiana — resta quella giusta, e l’impedimento parlamentare di Molteni non la cancella: la trasforma in un test. Al vertice di Washington sul terrorismo rosso la sedia dell’Italia non può restare vuota. Perché il silenzio, su questa materia, la nostra Nazione lo ha già pagato con il sangue.
Fonti
ANSA — Salvini: Molteni non sarà al vertice Usa sul terrorismo
Il Sole 24 Ore — L’Italia al vertice Usa sul terrorismo rosso, è polemica
L’Espresso — La polemica sulla partecipazione italiana al vertice
Fanpage — L’Italia parteciperà al vertice Usa, opposizioni critiche
Il Giornale — Molteni non sarà al vertice Usa sul terrorismo rosso

