Vertice Putin–Zelensky, le distanze restano: l’agenda non è pronta
Il tanto discusso vertice tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky sembra allontanarsi sempre di più. In un’intervista a NBC News, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha chiarito che il presidente Putin non esclude l’incontro, ma che esso potrà avere luogo soltanto quando sarà disponibile un’agenda seria e condivisa. “Putin è pronto a incontrare Zelensky – ha detto Lavrov – ma l’agenda non è affatto pronta”. Un messaggio che sottolinea come Mosca non voglia concedere un faccia a faccia meramente simbolico, privo di contenuti concreti.
Il nodo delle condizioni preliminari
Secondo Lavrov, la responsabilità dello stallo non risiede a Mosca, bensì a Kiev. Il capo della diplomazia russa ha ricordato che più volte sono state messe sul tavolo proposte precise, a partire dalla neutralità dell’Ucraina, dall’esclusione definitiva di un suo ingresso nella NATO e da un confronto sulle questioni territoriali. Temi che, a detta di Mosca, sono imprescindibili per costruire una pace duratura. Zelensky, invece, avrebbe rigettato in blocco ogni apertura, arrivando persino a respingere la revisione della legislazione che limita la lingua russa, un gesto che agli occhi di Mosca dimostra l’assenza di volontà reale di dialogo.
La posizione di Kiev
Dal fronte ucraino la lettura è diametralmente opposta. Il vice ministro degli Esteri Serhiy Kyslytsia ha parlato di un Putin “non pronto a negoziati sostanziali” e ha accusato il Cremlino di voler manipolare la posizione americana, cercando di sfruttare la mediazione di Donald Trump. Kiev si dice disponibile a discutere le questioni territoriali “a partire dalla linea di contatto”, ma senza concessioni che possano essere lette come riconoscimento delle conquiste militari russe. Eppure, la realtà sul campo suggerisce un’altra lettura: senza l’intervento massiccio e continuativo dell’Occidente, Zelensky non avrebbe resistito neppure tre giorni all’offensiva russa. Oggi, dopo anni di conflitto, il presidente ucraino si trova davanti a una verità scomoda: le sue scelte belliciste hanno finito per consegnare l’Europa agli Stati Uniti, privandola dell’autonomia energetica, commerciale e diplomatica che aveva faticosamente costruito. Prima o poi, dovrà giungere a più miti consigli.
Il ruolo degli Stati Uniti
La Casa Bianca continua a premere per un accordo, ma la frustrazione cresce. Trump, che si è speso personalmente nei colloqui di Anchorage, ha proposto alcuni punti di convergenza, su cui Mosca ha mostrato disponibilità a valutare compromessi. Tuttavia, quando le stesse idee sono state portate a Washington e sottoposte al vaglio di Zelensky e dei partner europei, il rifiuto è stato netto. Una dinamica che ha alimentato l’irritazione americana e che potrebbe aprire la strada a nuove misure di pressione, dalle sanzioni fino a tariffe mirate.
Una pace ancora lontana
Il quadro che emerge è quello di un negoziato che non decolla perché privo di basi condivise. La Russia insiste su condizioni considerate fondamentali per la stabilità futura della regione, mentre l’Ucraina mantiene una posizione di chiusura, sostenuta dall’appoggio occidentale. Nel mezzo, gli Stati Uniti tentano di esercitare il ruolo di mediatori, ma senza ottenere i risultati sperati. L’assenza di un’agenda credibile rende impossibile immaginare un incontro tra Putin e Zelensky nel breve periodo, e la strada verso la pace rimane ancora irta di ostacoli.