Il 7 e l’8 luglio i leader dei trentadue alleati si riuniscono nel Complesso presidenziale di Beştepe, ad Ankara. Capire cosa si decide al vertice NATO di Ankara 2026 significa leggere, sotto la cornice cerimoniale, una trattativa dura su soldi, industria e ruolo dell’Europa.
È la seconda volta che la Turchia ospita un summit dell’Alleanza dopo Istanbul 2004. La scelta non è neutra: racconta lo spostamento del baricentro verso il fianco sud-orientale, proprio mentre il rapporto con Washington attraversa la fase più tesa da decenni.
Cosa prevede il vertice NATO
Per capire cosa prevede il vertice NATO conviene partire dalla formula scelta dal segretario generale Mark Rutte: non nuovi impegni, ma la loro attuazione. Gli obiettivi, dice, sono già stati fissati all’Aja nel 2025; ad Ankara si tratta di dimostrare che vengono messi in pratica.
Sul tavolo quattro dossier intrecciati: l’aumento delle spese per la difesa, il rafforzamento della componente europea dell’Alleanza, il sostegno all’Ucraina e la sicurezza del Mediterraneo dopo la crisi di Hormuz.
Sotto, una sola domanda di fondo: quanto resta della garanzia americana, e quanto l’Europa è disposta a costruire da sé.
La pressione americana e la metrica del 5%
La pressione di Washington è esplicita. Alla riunione dei ministri della Difesa del 18 giugno il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha definito gli alleati europei «vergognosi» per i ritardi sulla spesa, ha annunciato una revisione di sei mesi della presenza militare americana in Europa e ha lasciato la sala prima della fine.
Il parametro che incombe è quello dell’Aja: il 5% del prodotto interno lordo destinato alla difesa entro il 2035. Una cifra che per una Nazione ad alto debito assume contorni proibitivi.
Rutte porta a Trump grafici che mostrano oltre milleduecento miliardi di dollari di spesa europea aggiuntiva dal 2016 e un balzo del venti per cento nel solo 2025. Ma il numero, da solo, non compra la fiducia: la logica americana è diventata transazionale, lealtà in cambio di armamenti.
Quanto spende l’Italia per la difesa
Qui si misura la posizione italiana. Alla domanda su quanto spende l’Italia per la difesa, la risposta che Roma porta ad Ankara è il 2,8% del PIL nel 2026.
Una parte rilevante dell’incremento, circa lo 0,71%, deriva dall’inclusione delle attività di sicurezza sul territorio, secondo le regole di contabilizzazione dell’Alleanza. Non è un trucco contabile: è una lettura precisa di cosa significhi sicurezza oggi.
Giorgia Meloni l’ha definita resilienza strategica. Significa mettere al riparo le infrastrutture critiche, garantire l’approvvigionamento energetico, difendere i dati di famiglie e imprese dagli attacchi informatici, presidiare i confini. La difesa di una Nazione non è solo il carro armato: è la rotta del gas, la rete elettrica, il cavo sottomarino.
È un approccio che ribalta la metrica pura. Conta ciò che protegge davvero il popolo, non la percentuale recitata per compiacere un alleato.
Il pilastro europeo si misura sulle commesse
Il punto più concreto, e più trascurato, riguarda l’industria. Una difesa europea credibile non nasce dai comunicati ma dalle commesse: chi progetta le armi, chi le costruisce, chi controlla la filiera.
Dal vertice E5 di Berlino del 24 giugno è uscito un programma preciso. Le cinque maggiori potenze militari del continente — Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Polonia — si impegnano a sviluppare e acquistare insieme capacità di attacco di precisione a lungo raggio, difesa aerea, sistemi senza pilota, intelligenza artificiale.
Oggi gli eserciti europei comprano sistemi diversi, duplicano la ricerca, mantengono filiere scoordinate: un mercato frammentato che costa di più e funziona peggio. Mettere in comune sviluppo e acquisti è la vera prova del pilastro europeo, e l’Italia, con Leonardo, MBDA e Fincantieri, ha una posta industriale enorme da difendere.
Qui la parola sovranità smette di essere uno slogan. Una Nazione è sovrana se sa produrre ciò di cui ha bisogno per difendersi. Tutto il resto è dipendenza travestita.
Hormuz, la sovranità che passa dal Parlamento
Il dossier mediterraneo lega il vertice alla crisi energetica appena attraversata. Gli alleati confermano la missione navale a guida franco-britannica per la sicurezza dello Stretto di Hormuz, da cui transita la quota decisiva del gas naturale liquefatto italiano.
L’Italia si è detta pronta a contribuire, ma a condizioni chiare: postura difensiva e autorizzazione preventiva del Parlamento. Non è esitazione, è dottrina.
Difendere le proprie rotte energetiche è il punto in cui sicurezza militare e interesse nazionale coincidono. E farlo passando dal voto delle Camere, invece che da un ordine ricevuto, è esattamente ciò che distingue un alleato sovrano da un protettorato.
Ankara e il peso della Turchia
Resta la cornice: Ankara. Erdogan arriva al tavolo con un’agenda propria, allargare il perimetro dell’Alleanza verso il Golfo e la Siria, capitalizzando la posizione di crocevia tra Mar Nero, Mediterraneo orientale e Caucaso.
Non è teoria. Durante la guerra missili iraniani hanno attraversato lo spazio aereo turco e droni hanno colpito una base nel Mediterraneo orientale; la Germania ha già schierato una batteria Patriot in Turchia.
Per gli europei il rischio è doppio: vedere la Turchia rafforzare la propria autonomia industriale nella difesa mentre il continente fatica a costruire la sua, e veder ridotto il quadro multilaterale a pura cerimonia.
Cosa porta davvero l’Italia
Cosa porta davvero l’Italia ad Ankara, allora. Non la rincorsa a un numero, ma una lettura della sicurezza più larga e più seria: il 2,8% costruito sulla protezione reale del territorio, il pilastro industriale europeo, la disponibilità su Hormuz vincolata al Parlamento.
È la differenza tra subire una metrica decisa altrove e affermare una propria idea di difesa. Tra un’Europa che paga e un’Europa che produce. Tra un alleato che esegue e una Nazione che decide.
Il 7 e 8 luglio diranno quanto di questa linea reggerà alla prova del tavolo. Ma la posta, per Roma, è già chiara: la sovranità non si recita in percentuale, si costruisce in capacità.
Fonti
- Adnkronos — Vertice E5 di Berlino, i cinque punti della dichiarazione congiunta
- Adnkronos — Meloni al vertice E5: più responsabilità europea su difesa e sicurezza
- Formiche — Ankara, il vertice della verità: cosa rischia la NATO (e l’Italia)
- Today — Più soldi alle armi, droni e una nuova missione: la linea E5 verso Ankara
- Euronews — Rutte vola da Trump: tensioni sugli alleati europei dopo la guerra in Iran
- Farnesina — Nota informativa: Vertice NATO (Ankara, 7-8 luglio 2026)
- Il Politico Web — Spese militari al 5%: il governo sceglie il caro energia
- Il Politico Web — NATO-UE, lo scontro sui mille miliardi del riarmo
- Il Politico Web — Chi sorveglia Hormuz adesso: la missione navale e il posto dell’Italia
- Il Politico Web — Trump non uscirà dalla NATO, ma l’Alleanza che conoscevamo è già finita

