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Italia

I deputati di Vannacci filmano il voto sulle preferenze: «Noi non ci nascondiamo»

Chiara Morganti

Futuro Nazionale documenta il proprio sì nell'urna che ha affossato le preferenze per un voto. Un gesto irrituale che riapre la domanda vera: chi, nel centrodestra, rispetta il mandato degli elettori e chi lo tradisce al riparo dello scrutinio segreto.

Riassunto dell'articolo

Il 15 luglio 2026 è scoppiata la polemica alla Camera dopo la diffusione delle immagini con cui i deputati di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci hanno filmato le proprie pulsantiere durante il voto segreto del 14 luglio sull'emendamento per le preferenze, bocciato per 188 voti a 187. Il gruppo ha documentato il proprio sì per respingere i sospetti di franco tiraggio; le opposizioni hanno chiesto l'Ufficio di presidenza (richiesta respinta con 196 contrari) e la seduta è stata sospesa dal presidente di turno Mulè. L'articolo sostiene che i sospetti sul voto segreto ricadono in particolare su Forza Italia, contraria alle preferenze fino alla vigilia, e inserisce l'episodio nella deriva del partito azzurro su fine vita, ius scholae e diritti civili, concludendo che per il centrodestra è più affidabile chi, come Futuro Nazionale, rispetta il mandato degli elettori.

Nel giorno dopo la bocciatura per un solo voto del ritorno delle preferenze, alla Camera è successa una cosa mai vista. I deputati di Vannacci hanno filmato le proprie pulsantiere durante lo scrutinio segreto, per documentare il loro sì. Le immagini, diffuse dopo il voto, hanno scatenato la protesta delle opposizioni: la richiesta di convocare l’Ufficio di presidenza con i questori è stata respinta con 196 voti contrari, e il presidente di turno Giorgio Mulè ha dovuto sospendere la seduta. Un gesto irrituale, certo. Ma che dice molto più di cento dichiarazioni su chi, dentro il centrodestra, rispetta il mandato ricevuto dagli italiani.

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Il gesto: mettere la faccia dove gli altri si nascondono

Il contesto lo abbiamo raccontato a caldo: l’emendamento di Fratelli d’Italia, Noi Moderati e UdC che reintroduceva le preferenze è caduto per 188 voti a 187, affossato dai franchi tiratori del centrodestra protetti dal segreto dell’urna. Le stime oscillano tra i 31 conteggiati dal capogruppo leghista Molinari e i 36-37 calcolati dal Partito Democratico. Nessuno, per definizione, potrà mai esibire una prova.

È esattamente qui che il gesto di Futuro Nazionale acquista il suo peso politico. I deputati del gruppo di Roberto Vannacci — che alle preferenze avevano dedicato anche un proprio emendamento — hanno scelto di rendere verificabile ciò che il regolamento rende invisibile. Il presidente del gruppo, Edoardo Ziello, lo ha rivendicato senza giri di parole: conoscendo l’ipocrisia che anima l’Aula, era necessario dimostrare che i responsabili dell’affossamento vanno cercati in tutto il centrodestra, «ad eccezione dell’unico partito di destra». Si può discutere l’eleganza istituzionale della mossa. Non la sua sostanza: quando il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami denunciava in Aula «i vigliacchi che si nascondono», i parlamentari di Futuro Nazionale erano gli unici in condizione di provare di non essere tra quelli.

I sospetti che restano, e su chi ricadono

Il voto segreto non consente accuse nominative, e questo giornale non ne farà. Ma la politica ragiona per indizi, e gli indizi hanno una direzione. C’è un partito della coalizione che fino alla vigilia ha difeso le liste bloccate come questione di principio, ha frenato perfino sulle formule di compromesso e ha annunciato il proprio sì soltanto all’ultimo, quando il quadro era ormai definito: lo abbiamo documentato analizzando il no di Forza Italia alle preferenze. Ed è lo stesso partito il cui gruppo parlamentare, più di ogni altro, deve la propria sopravvivenza alla nomina dall’alto anziché al consenso conquistato sul territorio.

Antonio Tajani ha derubricato la bocciatura a «incidente di percorso». Una formula rivelatrice: per chi considera le liste bloccate l’ordine naturale delle cose, il ritorno della scelta popolare è l’incidente. Per chi viene dalla tradizione della destra italiana, che nel legame diretto tra eletto ed elettore ha sempre visto un elemento costitutivo della rappresentanza, l’incidente è un Parlamento nominato dalle segreterie da vent’anni.

Una deriva che non riguarda solo la legge elettorale

Il punto è che il voto sulle preferenze non è un episodio isolato. È l’ultimo fotogramma di una traiettoria. Sul fine vita, Forza Italia ha forzato la calendarizzazione del provvedimento su impulso della famiglia Berlusconi e si dichiara pronta al dialogo con le opposizioni per «migliorare» la legge, mentre Fratelli d’Italia otteneva il rinvio in commissione di un testo scritto dalla sinistra. Sulla cittadinanza, il partito azzurro rilancia periodicamente lo ius scholae ribattezzato Ius Italiae, raccogliendo gli applausi di PD, M5S, Azione e Italia Viva e la contrarietà dei propri alleati. La stampa l’ha già battezzata «agenda Marina»: diritti civili e temi liberali come nuova identità di un partito che dichiara apertamente di voler recuperare gli elettori delusi del Partito Democratico.

È una strategia legittima. Ma va chiamata con il suo nome: su fine vita, cittadinanza e diritti civili, Forza Italia offre oggi linee di pensiero più vicine al campo progressista che alla destra che gli italiani hanno votato nel 2022. Il mandato ricevuto dalle urne era un altro. E la destra esiste in quanto difende certe visioni — la comunità prima dell’individuo assoluto, la vita, la cittadinanza come appartenenza e non come pratica amministrativa — oppure non esiste.

La domanda che il centrodestra non può più rinviare

Qui la giornata di ieri consegna una lezione che va oltre la cronaca. Da una parte c’è un alleato di governo che vota sì in pubblico mentre nell’urna segreta qualcuno dei suoi — non sapremo mai chi, non sapremo mai quanti — affossa la riforma voluta dal partito di maggioranza. Dall’altra c’è una forza esterna alla coalizione che sulle preferenze ha votato con Fratelli d’Italia e ha sentito il bisogno di dimostrarlo con le immagini, perché la parola data agli elettori valesse più del riserbo dell’urna.

Lo andiamo scrivendo da tempo, ragionando sul perimetro della coalizione in vista del 2027 e del 2029: le alleanze non si misurano sulle conferenze stampa, ma sui voti che contano. Su quello di ieri, il generale e i suoi hanno dimostrato di stare dove dicono di stare. Altri no. Una coalizione che voglia governare la Nazione — ed eleggere un giorno il proprio Capo dello Stato con voti segreti ben più delicati di questo — dovrà decidere se costruire sul consenso di chi rispetta il mandato o sulla rendita di chi lo tradisce senza metterci la faccia. Il voto sulle preferenze ha già dato una prima risposta. Sta alla destra trarne le conseguenze.

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Chiara Morganti
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