Il dialogo tra Washington e Teheran è scivolato fuori dalla cornice ideologica in cui i media occidentali continuano a inscriverlo. Non si tratta più di stabilire se l’Iran abbia diritto a un programma nucleare civile, né di calibrare la durata di una moratoria sull’arricchimento. Si tratta di una questione fisica, materiale, misurabile in chilogrammi e in metri di profondità sotto il suolo iraniano. Donald Trump l’ha riassunta in una frase pronunciata e ripetuta nelle ultime settimane, riportata il 22 maggio dall’agenzia Adnkronos: “Possiamo recuperarlo solo noi o la Cina”.
L’oggetto del recupero sono quattrocentoquaranta chili di uranio arricchito al sessanta per cento. La cifra esatta certificata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica è 440,9 chilogrammi. È il materiale che Teheran ha accumulato nei propri impianti di arricchimento prima dell’attacco congiunto americano-israeliano del giugno 2025, e che secondo le valutazioni dell’AIEA è in larga parte sopravvissuto ai bombardamenti.
Dove si trova fisicamente l’uranio iraniano
La geografia del materiale è stata ricostruita pubblicamente dal direttore generale dell’AIEA Rafael Grossi nelle ultime settimane. Una conferenza stampa a Parigi del 9 marzo, una serie di dichiarazioni successive a marzo e aprile, un’intervista all’Associated Press del 29 aprile ne hanno definito il quadro con precisione tecnica.
Il punto di concentrazione principale è il complesso nucleare di Isfahan, nella regione centrale dell’Iran. Qui, secondo l’AIEA, sono stoccati poco più di duecento chilogrammi del materiale al sessanta per cento. Sono contenuti in cilindri pressurizzati, conservati all’interno di un sistema di tunnel scavato in profondità. L’immagine satellitare diffusa dall’agenzia mostra il passaggio, il 9 giugno 2025, di un convoglio di diciotto contenitori blu che entrano nel complesso di tunnel di Isfahan: quattro giorni prima dell’inizio della guerra di dodici giorni tra Israele e Iran.
La seconda concentrazione si trova a Natanz, nella regione montuosa dello Zagros, dove erano attivi due impianti di arricchimento. La parte restante è distribuita tra siti minori.
Il dato che cambia tutto è questo: mentre i tre impianti di arricchimento conosciuti — gli edifici dove i centrifughi separavano fisicamente gli isotopi dell’uranio — sono stati distrutti o gravemente danneggiati nei bombardamenti, il complesso di tunnel di Isfahan dove è custodito il materiale già arricchito appare sostanzialmente integro. Grossi lo ha detto esplicitamente: i tunnel non hanno subito danni significativi. I sigilli dell’AIEA installati prima del conflitto, secondo le ricostruzioni dell’agenzia, sono probabilmente ancora intatti.
Le bombe hanno colpito intorno al materiale. Non lo hanno raggiunto.
Cosa significano quattrocentoquaranta chili al sessanta per cento
L’arricchimento dell’uranio è una scala. L’uranio naturale contiene lo 0,7 per cento dell’isotopo fissile U-235. Per un reattore civile serve uranio al tre-cinque per cento. Per i reattori di ricerca, al venti per cento. Per un’arma nucleare, al novanta per cento.
Il sessanta per cento non ha alcuna applicazione civile riconosciuta. È una soglia tecnicamente intermedia ma strategicamente decisiva: la distanza tra il sessanta e il novanta per cento si copre in poche settimane, perché la parte difficile della separazione isotopica è già stata fatta. Un’analisi dell’AIEA del novembre 2024 stimava che, con le scorte attuali, l’Iran possa portare il materiale a grado militare in circa una settimana.
Quattrocentoquaranta chili al sessanta per cento, ulteriormente arricchiti, fornirebbero il materiale fissile per dieci-undici testate nucleari. Il dato è confermato dal parametro tecnico standard dell’AIEA. È sufficiente per dotare l’Iran di una capacità di deterrenza nucleare a tutti gli effetti, paragonabile in ordine di grandezza all’arsenale operativo nordcoreano dichiarato.
Distruggere fisicamente questo materiale richiederebbe temperature e pressioni che le munizioni convenzionali, anche le “bunker-buster” più potenti utilizzate nei raid di giugno 2025 e di nuovo nel ciclo aperto a fine febbraio 2026, non sono in grado di generare in modo affidabile. L’uranio in contenitori pressurizzati sopravvive alle esplosioni superficiali. È per questo che le bombe non chiudono il problema.
Perché Trump dice “solo noi o la Cina”
La frase è circolata con la disinvoltura con cui Trump tratta in pubblico dossier che amministrazioni precedenti avrebbero mantenuto riservati. “Possiamo recuperarlo solo noi o la Cina”, ha ripetuto. È un’ammissione strategica di portata raramente equiparabile.
Significa che il presidente degli Stati Uniti riconosce, ad alta voce, di non avere il monopolio operativo sulla soluzione del problema più rilevante del negoziato. Non significa che la Russia non disponga di competenze nucleari sofisticate — le ha, e Vladimir Putin si è esplicitamente offerto come mediatore proprio facendo leva su quelle competenze. Significa che, per il tipo di operazione necessaria — estrazione fisica di materiale fissile da tunnel danneggiati in zona di conflitto, in tempi compatibili con l’orizzonte negoziale — soltanto due attori dispongono dell’intera filiera: forze speciali addestrate alla manipolazione di materiale radioattivo, ingegneri militari capaci di mappare tunnel collassati, capacità logistica per il trasporto sicuro dei cilindri.
La logica della frase di Trump è duplice. Verso Teheran, è un messaggio: se non cedete il materiale al tavolo, lo prenderemo noi. Verso Pechino, è un riconoscimento: la soluzione del dossier passa attraverso un’intesa che vi includa. La Cina, secondo lo stesso Trump, è “fermamente convinta” che l’Iran non debba avere armi atomiche. La frase pronunciata pubblicamente diventa allora la cornice di una trattativa più ampia, in cui Washington negozia con Teheran avendo Pechino come garante implicito dell’esito.
L’operazione speciale più grande mai ordinata
L’alternativa al negoziato è stata studiata in dettaglio. Il quotidiano danese Politiken, il Wall Street Journal, Axios e il New York Times hanno ricostruito nelle ultime settimane il perimetro operativo del piano che la Casa Bianca tiene aperto come opzione di riserva.
Un’analisi di Axios dell’8 marzo riferiva che Stati Uniti e Israele stavano valutando l’invio congiunto di forze speciali sui siti di stoccaggio. Il commentatore danese Anders Jerichow, sulle pagine di Politiken, l’ha definita “la più grande operazione speciale della storia dell’esercito americano”.
Le sfide tecniche sono state riassunte in una formula da un funzionario citato dal New York Times: dove si trova il materiale, come ci si arriva, come se ne assume il controllo. Le squadre dovrebbero raggiungere i siti volando sotto il fuoco di missili terra-aria e droni iraniani. Mettere in sicurezza il perimetro. Ispezionare le macerie verificando l’assenza di mine e trappole esplosive. Affiancare ai militari ingegneri nucleari capaci di valutare l’integrità dei cilindri. Estrarre il materiale, alloggiarlo in contenitori di trasporto certificati, evacuarlo via aerea.
I cilindri da movimentare sono stimati tra quaranta e cinquanta. Il margine di errore è incompatibile con un’operazione condotta in territorio ostile. Un singolo cilindro danneggiato genererebbe una contaminazione che renderebbe il sito inavvicinabile per anni e fornirebbe a Teheran un argomento di propaganda durevole.
Il 3 marzo, in un briefing classificato al Congresso, il Segretario di Stato Marco Rubio ha riassunto la posizione dell’amministrazione con una formula lapidaria: “Si dovrà andare a prenderlo”. È la dichiarazione politica che corrisponde all’analisi tecnica. Ma è anche la dichiarazione che Trump, nelle settimane successive, ha più volte raffreddato.
La ragione è interna. La base elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca è esplicitamente ostile ai “boots on the ground” — gli stivali sul terreno — nella regione mediorientale. Il sondaggio richiamato dall’Espresso riporta quattro americani su cinque contrari all’estensione della campagna militare contro l’Iran. La memoria dell’Iraq pesa, e Trump ha costruito parte della propria identità politica sul rifiuto delle guerre infinite della stagione neoconservatrice. Le elezioni di metà mandato del novembre 2026 sono il limite politico interno entro cui la decisione deve essere presa.
Il triangolo Washington-Pechino-Mosca
La conseguenza diretta della frase di Trump è la trasformazione strutturale del formato negoziale. Il dossier nucleare iraniano si configura ormai come un triangolo decisionale a tre vertici.
Washington tiene il pugno militare e la leva del blocco navale americano, in vigore dal 13 aprile dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad. Pechino tiene la chiave tecnico-operativa alternativa, riconosciuta esplicitamente dal Presidente americano, e una posizione formale di contrarietà alla nuclearizzazione iraniana. Mosca tiene la mediazione formale e una relazione bilaterale consolidata con Teheran: Vladimir Putin ha ricevuto a San Pietroburgo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi nelle settimane successive alla proposta in due fasi del 27 aprile, e ha incontrato Xi Jinping a Pechino il 19-21 maggio. La Russia ha condotto contestualmente esercitazioni sulla preparazione delle proprie forze nucleari “in caso di minaccia di aggressione”.
I tre vertici comunicano. La proposta iraniana di trasferimento di parte delle scorte in un Paese terzo, formalizzata nelle controproposte di maggio, prevede una clausola di restituzione: l’uranio dovrebbe poter rientrare in Iran in caso di fallimento dei negoziati o di ripresa delle ostilità. La clausola implica un custode tecnicamente competente e politicamente accettabile per tutti i vertici. La Russia si è candidata. La Cina è stata indicata da Trump come alternativa operativa.
Le opzioni concrete sul materiale, secondo le ricostruzioni dell’AIEA stessa, sono tre. La prima: trasferimento completo fuori dall’Iran. La seconda: diluizione in loco — un processo chimico che riporta l’uranio al sessanta per cento a livelli inferiori, eliminando la sua utilità militare senza distruggerlo. La terza: estrazione militare unilaterale. Le prime due richiedono il consenso iraniano. La terza richiede il consenso, almeno tacito, di Pechino e Mosca.
La proposta iraniana e la clausola di restituzione
La controproposta iraniana avanzata nelle ultime settimane lavora dentro questo perimetro. Teheran ha accettato di discutere il trasferimento di parte del materiale fuori dai confini nazionali, e si è dichiarata disponibile alla diluizione di un’ulteriore quota. Sulla cessione integrale agli Stati Uniti, che era la richiesta originaria della proposta americana in quattordici punti, l’Iran ha opposto un rifiuto netto.
La Guida Suprema Ali Khamenei, secondo fonti iraniane riportate da Reuters il 21 maggio, ha posto un vincolo formale: l’uranio arricchito deve restare in Iran. La posizione coincide con la dichiarazione pubblica del ministro degli Esteri Abbas Araghchi a Nuova Delhi: Teheran tratta, ma non accetta il principio che la sua sovranità tecnologica sul materiale già prodotto venga annullata.
La clausola di restituzione che l’Iran ha inserito nella controproposta — l’uranio trasferito può tornare a Teheran se i negoziati falliscono — è il punto strutturalmente più rilevante. Non riguarda la quantità di materiale, ma la sua titolarità giuridica. Teheran chiede di mantenere la proprietà formale del fissile anche se questo si trovi temporaneamente in territorio terzo. È una formula che salva la faccia della Repubblica Islamica, che le consente di presentare l’accordo come una sospensione e non come una rinuncia, e che fornisce a Washington una garanzia parziale ma non definitiva.
È su questo nodo che si gioca la possibilità dell’intesa. Trump l’ha riassunta in un’altra delle sue formule pubbliche del 21 maggio: gli Stati Uniti “si assicureranno, in un modo o nell’altro, che l’Iran non ottenga un’arma nucleare, oppure faremo qualcosa di molto drastico”. L’oscillazione tra negoziato e operazione speciale resta aperta. La distanza tra le due ipotesi è inferiore a quanto la diplomazia dichiarata lascerebbe credere, perché entrambe convergono sullo stesso punto fisico: quei quattrocentoquaranta chili, sotto i tunnel di Isfahan e Natanz, sono il vero soggetto del negoziato.
Quando Trump dice che solo gli Stati Uniti o la Cina possono recuperarli, sta dicendo che la storia di questa guerra si chiude in un punto preciso del sottosuolo iraniano. E che la scelta su chi scenderà a chiuderla non spetta a Teheran.
Fonti
- Adnkronos — Trump, Iran e Putin: il ‘triangolo’ per l’uranio, perché non c’è soluzione (22 maggio 2026)
- Open — Trump: “Teheran non avrà mai l’arma nucleare, o faremo qualcosa di drastico” (21 maggio 2026)
- Reuters / Internazionale — Khamenei: l’uranio arricchito deve restare in Iran (21 maggio 2026)
- Associated Press / Washington Times — Grossi: l’uranio iraniano è probabilmente ancora a Isfahan (29 aprile 2026)
- Foreign Policy — IAEA’s Grossi: Much of Iran’s Enriched Uranium Likely Still at Isfahan
- The National — Iran’s uranium stockpile probably intact in Isfahan, IAEA’s Grossi says (10 marzo 2026)
- Avvenire — Il caso dell’uranio iraniano: gli Usa studiano il blitz impossibile (12 marzo 2026)
- Il Messaggero — La caccia a 400 kg di uranio arricchito e il rischio di far degenerare il conflitto
- L’Espresso — L’Iran e il mistero dell’uranio nascosto
- Il Giornale — Trump valuta una missione per recuperare l’uranio arricchito di Teheran
- Quotidiano Nazionale — Teheran ha “il dito sul grilletto”. Ennesimo ultimatum di Trump (20 maggio 2026)

