La destituzione del presidente dell’Ungheria è il fatto politico europeo della settimana, anche se le prime pagine italiane lo trattano come una nota a margine. Lunedì 13 luglio il Parlamento di Budapest ha approvato, con 139 voti favorevoli e 6 contrari, la diciassettesima modifica della Legge fondamentale: un emendamento costituzionale che pone fine al mandato di Tamás Sulyok, capo dello Stato eletto nel febbraio 2024, ex presidente della Corte costituzionale. I deputati di Fidesz hanno boicottato la seduta. La poltrona di Sulyok, in aula, è rimasta vuota.
Il premier Péter Magyar ha motivato l’operazione senza giri di parole: Sulyok sarebbe un «fantoccio» di Viktor Orbán, indegno di incarnare l’unità della Nazione. Il presidente ha ora cinque giorni per firmare l’emendamento che lo rimuove. Se non lo farà, il Parlamento avvierà la procedura di impeachment davanti alla Corte costituzionale, con l’accusa di aver violato i doveri della carica.
Cosa prevede l’emendamento
Il testo approvato lunedì non si limita alla rimozione del capo dello Stato. Introduce un limite di dodici anni al mandato dei parlamentari, fissa a settant’anni l’età massima per i giudici della Corte costituzionale — disposizione che comporterebbe l’uscita dell’attuale presidente dell’organo, considerato vicino a Orbán — e istituisce un ufficio incaricato di indagare sui presunti abusi finanziari commessi durante i sedici anni di governo Fidesz.
Un precedente emendamento aveva già fissato a otto anni il tetto per il mandato di primo ministro. Il presidente del gruppo parlamentare di Fidesz, Gergely Gulyás, ha annunciato le dimissioni in segno di protesta: il limite di permanenza in Parlamento gli impedirebbe comunque di ricandidarsi.
Messi in fila, i tasselli compongono un disegno organico. Non una riforma delle istituzioni: una sostituzione del personale che le abita, condotta per via costituzionale grazie alla maggioranza dei due terzi conquistata da Tisza il 12 aprile.
Una norma scritta per una persona
Il punto giuridicamente decisivo è la natura della norma. L’emendamento non ridefinisce i poteri della presidenza né le condizioni generali di cessazione dalla carica: interrompe il mandato di un uomo specifico, per «grave perdita di fiducia». È ciò che nel diritto costituzionale si chiama norma ad personam — la categoria che per anni Bruxelles ha rimproverato proprio a Budapest.
La reazione delle organizzazioni per i diritti umani è arrivata puntuale, ma da una direzione che imbarazza il nuovo corso. Amnesty International e Human Rights Watch hanno criticato l’operazione, e la seconda ha usato una formula destinata a pesare: queste strategie «ricordano l’era Fidesz». Il giurista András Baka, ex presidente della Corte suprema ungherese, ha difeso il metodo sostenendo che sarebbe giustificato se finalizzato a una nuova Costituzione e al rinnovamento delle istituzioni. È esattamente l’argomento — il fine che assolve il mezzo — che la dottrina europea ha sempre rifiutato quando a invocarlo era Orbán.
Sulyok non si è dimesso. Ha investito della questione la Commissione di Venezia, l’organo consultivo del Consiglio d’Europa sulle riforme costituzionali, e prima del voto ha dichiarato che l’emendamento viola stato di diritto, democrazia e separazione dei poteri, definendo senza precedenti in Europa la rimozione di un presidente in carica per motivi puramente politici attraverso una disposizione diretta a una persona specifica.
Il «fuoco purificatore» e il perimetro dell’epurazione
La rimozione del capo dello Stato è il tassello più visibile di un programma che Magyar ha presentato con un nome esplicito, riportato dalla stampa internazionale come «Operation Cleansing Fire», fuoco purificatore: nuova Costituzione, epurazione delle istituzioni dello Stato, ufficio anticorruzione. La settimana precedente il governo aveva sospeso il dipartimento d’informazione dell’emittente pubblica, presentando la misura come ripristino dell’indipendenza dei media.
Il consenso popolare, va detto, esiste: un sondaggio del 21 Research Centre di maggio indica che il 67 per cento degli ungheresi vuole la rimozione dei funzionari nominati sotto i governi Orbán. Ma la domanda che conta non riguarda la popolarità dell’operazione. Riguarda il metodo. Una maggioranza dei due terzi che riscrive la Costituzione per rimuovere avversari nominali è legale per definizione, perché è la maggioranza stessa a definire la legalità. Era vero quando lo faceva Fidesz. È vero oggi.
Il precedente che l’Europa non vuole vedere
Qui la vicenda ungherese smette di essere cronaca interna e diventa questione europea. Per sedici anni le istituzioni comunitarie hanno costruito attorno a Budapest un intero arsenale: procedura ex articolo 7, meccanismo di condizionalità sui fondi, rapporti annuali sullo stato di diritto. Ogni nomina, ogni riforma giudiziaria, ogni legge sui media del governo Orbán è stata misurata con quel metro.
Quel metro, oggi, è sparito dal tavolo. Nessuna procedura, nessuna dichiarazione della Commissione, nessun allarme sullo stato di diritto per una norma costituzionale ad personam che rimuove un capo di Stato in carica. La sera della vittoria di Magyar, Ursula von der Leyen scrisse che il cuore dell’Europa batteva più forte in Ungheria. Il silenzio di questi giorni dice che quel cuore batte a corrente alternata: si accende quando il potere costituzionale dei due terzi sta nelle mani sbagliate, si spegne quando passa in quelle giuste.
Chi aveva letto il voto di aprile come il ritorno dell’Ungheria alla normalità democratica si trova davanti un dato difficile da aggirare: il nuovo corso usa gli stessi strumenti del vecchio, con una velocità che il vecchio non aveva mai osato. Orbán impiegò anni a costruire il proprio sistema. Magyar sta smontando — e rimontando a propria misura — le istituzioni in dieci settimane.
Cosa succede adesso
Lo scenario a breve è segnato. Se Sulyok firma, il mandato cessa e il Parlamento elegge un nuovo presidente. Se non firma, parte l’impeachment: un percorso che i costituzionalisti considerano rischioso, perché la Corte costituzionale potrebbe riconoscere la violazione senza ritenerla grave al punto da giustificare la rimozione, aprendo un conflitto istituzionale senza mappa. Nel frattempo Orbán ha alzato la posta con una frase che è insieme minaccia e programma: se il presidente viene rimosso con la forza, l’Ungheria ha il diritto di resistere. Migliaia di sostenitori di Fidesz sono già scesi in piazza a Budapest.
La destituzione del presidente dell’Ungheria verrà probabilmente completata: i due terzi in Parlamento rendono l’esito quasi certo. Ciò che resta aperto è il costo. Budapest sta dimostrando, per la seconda volta in un decennio, che una supermaggioranza costituzionale trasforma la Legge fondamentale in uno strumento di governo ordinario. La prima volta l’Europa ne fece un caso continentale. La seconda volta ha deciso che non c’è niente da vedere. È questa asimmetria — non la sorte di un presidente dai poteri in gran parte formali — la vera notizia che arriva dal Danubio.
Fonti
- Euronews — Ungheria, riforma costituzionale: decisa la destituzione del presidente Sulyok
- Euronews — Il primo ministro Magyar può davvero rimuovere il presidente Sulyok?
- Il Post — Il sistema di Orbán smontato pezzo dopo pezzo
- Al Jazeera — Hungary’s parliament votes to oust president
- RSI — Ungheria: via libera a emendamento per destituire il presidente
- Il Politico Web — Orbán sconfitto, Magyar vince: risultati elezioni Ungheria
- Il Politico Web — Péter Magyar, l’uomo che ha abbattuto Orbán
- Il Politico Web — Governo Magyar al via: prime crepe

