Perché Trump ha chiesto a Zelensky di non colpire le raffinerie russe? La domanda è legittima, perché fino a ieri quella sembrava l’unica strategia ucraina che stesse davvero funzionando. Dal golf club di Doonbeg, in Irlanda, il presidente americano l’ha chiusa con una frase: «Zelensky deve fare una sola cosa, deve smettere di mettere fuori uso il gasolio in Russia». La risposta sta in un numero: sei dollari al gallone.
Cosa ha detto Trump a Doonbeg e su Truth
Domenica 13 settembre, parlando con i giornalisti a margine dell’Irish Open, Trump è stato esplicito. «Ci sono molti altri obiettivi, non colpire il gasolio, perché così fai danni al mondo intero». Ha aggiunto di averne già parlato direttamente con il presidente ucraino.
Lunedì mattina il rilancio su Truth Social: «L’Ucraina ha accettato di non colpire gli obiettivi energetici russi. La Russia ha accettato di fare altrettanto». E la chiusura che spiega tutto: l’aumento del prezzo del carburante nel mondo «è causato principalmente dalla guerra tra Russia e Ucraina, non dall’Iran».
Al momento l’intesa esiste solo nelle parole di Trump. Kiev non ha confermato. Il Cremlino, tramite Peskov, ha accolto «positivamente» l’appello, ma ha evitato di dire se Mosca rinuncerà a colpire le infrastrutture energetiche ucraine. Un dettaglio che vale una strategia, e ci torneremo.
Perché sembrava la strategia giusta
Gli attacchi ucraini alle raffinerie russe non sono una tattica di disturbo. Sono la strategia centrale di Kiev nel 2026. Lo abbiamo raccontato quando Zelensky ha bruciato le raffinerie russe e il gasolio a 2,10 lo ha pagato l’automobilista italiano: dall’inizio dell’anno almeno 194 raid con droni a lungo raggio, circa 26 impianti colpiti, alcuni a centinaia di chilometri dal fronte.
I risultati sono stati reali. Code ai distributori in una ventina di regioni, razionamento, vendite sospese in Crimea, una grande raffineria dell’area di Mosca ferma per mesi. A giugno Putin ha dovuto ammettere la crisi del carburante davanti al congresso di Russia Unita. A luglio il governo ha bloccato l’export di gasolio.
Da qui la logica, condivisa da molti analisti occidentali: colpire la raffinazione significa colpire il cuore economico della guerra russa. Se il Cremlino non riesce a mettere il diesel nei serbatoi dei trattori e dei camion, la macchina si inceppa. Sulla carta, tutto giusto.
Il paradosso: la Russia perde raffinerie, non petrolio
Il problema è che la Russia non vive di gasolio raffinato. Vive di greggio. E il greggio continua a partire, ogni giorno, verso India, Cina e Turchia, attraverso la flotta ombra che tre anni di sanzioni non hanno fermato.
Una raffineria distrutta non riduce il petrolio che Mosca estrae. Lo dirotta. Il barile che non può essere raffinato in patria viene esportato grezzo, e le entrate del bilancio federale, che dipendono dal greggio e non dal diesel, restano in piedi. Kiev colpisce la capacità di trasformazione, non la fonte della ricchezza.
Quello che sparisce davvero dal mondo è il prodotto finito. La Russia è, insieme agli Stati Uniti, uno dei due grandi esportatori mondiali di gasolio. Quando smette di esportarlo per proteggere il mercato interno, il buco lo sente tutto il pianeta. Non Mosca.
Il diesel come arma a doppio taglio
Il gasolio non è la benzina. Non ha alternative facili, non si sostituisce con un altro fornitore in una settimana. Muove i camion, i treni merci, le navi, i trattori, i generatori. È il carburante dell’economia reale, e la sua carenza si trasferisce in ogni prezzo, dal pane al cemento.
Nel 2026 si sono sommate due crisi. La prima è quella di Hormuz: la guerra con l’Iran ha ridotto le spedizioni dal Golfo e tenuto alto il prezzo del petrolio. La seconda è quella russa, autoinflitta dall’Occidente attraverso le sanzioni e amplificata dai droni ucraini.
Il risultato lo abbiamo già documentato: il 18 agosto il diesel ha toccato 2,099 euro al litro in Italia, con un rincaro superiore al 27 per cento in un anno. Venerdì scorso negli Stati Uniti ha superato per la prima volta i sei dollari al gallone. Un record storico.
Le midterm e il prezzo alla pompa
Il 3 novembre gli americani votano per il rinnovo del Congresso. Mancano sette settimane. Nessun presidente ha mai vinto un’elezione di metà mandato con il carburante al massimo storico, e Trump lo sa meglio di chiunque: ha costruito la sua rimonta del 2024 sul prezzo della benzina di Biden.
Da qui la frase su Truth: la colpa è della guerra tra Russia e Ucraina, «non dell’Iran». È un’operazione politica in due mosse. La prima sposta la responsabilità del caro carburante lontano dalla guerra che Washington ha scelto di combattere nel Golfo. La seconda indica il colpevole a portata di mano, Zelensky, e gli chiede di fermarsi.
Nello stesso passaggio Trump ha lasciato cadere un altro segnale: sui Patriot per Kiev si discute di una versione «meno sofisticata». La leva è chiara. Chi dipende dalle armi americane non decide da solo quali obiettivi colpire.
Cosa ottiene il Cremlino
Qui il quadro si rovescia. La tregua energetica non è un’idea di Trump. È un’idea di Putin. Fu il Cremlino, nella telefonata del 18 marzo 2025, a proporre e ottenere una moratoria di trenta giorni sugli attacchi alle infrastrutture energetiche, poi saltata tra accuse reciproche.
Diciotto mesi dopo Mosca ottiene la stessa cosa, ma gratis e nel momento migliore. Le sue raffinerie erano sotto il fuoco più intenso della guerra, l’export di gasolio era bloccato, Putin aveva dovuto ammettere in pubblico la crisi. E ora è l’alleato di Kiev a chiedere a Kiev di smettere.
Il dettaglio decisivo è quello che Peskov non ha detto. Il portavoce ha ringraziato, ma non ha promesso che la Russia rinuncerà a colpire la rete elettrica ucraina. Con l’inverno alle porte, quella rete è il vero obiettivo di Mosca. Se la tregua vale solo in un senso, il Cremlino tratta da posizione di forza e incassa senza pagare.
Il tempismo lo conferma. Mentre Trump chiedeva a Zelensky di fermarsi, un drone russo colpiva un treno diretto a Varsavia vicino al confine polacco, mancando di poco un gruppo di funzionari occidentali. Kaja Kallas lo ha definito un messaggio per spaventare l’Occidente. Mosca alza il prezzo, Washington abbassa il tiro.
Chi paga: Kiev e l’Europa
Per l’Ucraina la richiesta è un colpo strategico. Sul terreno il fronte arretra, le città cadono, la superiorità russa in uomini e artiglieria non si è ridotta. I droni sulle raffinerie erano l’unico strumento capace di portare la guerra in profondità nel territorio russo. Toglierlo significa lasciare a Kiev una guerra puramente difensiva.
Per l’Europa la lezione è quella che abbiamo già scritto parlando di sfere di influenza e doppio standard americano: chi rinuncia a pensare in termini di potenza finisce nei calcoli di potenza degli altri. Bruxelles ha bandito l’energia russa, ha applaudito i raid sulle raffinerie, e ora scopre che il diesel a 2,10 euro lo pagano le sue imprese mentre la tregua la decide Washington con Mosca.
L’Italia, che vive di trasporto su gomma e di industria manifatturiera, è tra le Nazioni più esposte. Lo sconto sulle accise è una toppa, non una soluzione.
La strategia giusta contro il nemico sbagliato
Colpire le raffinerie era davvero la strategia giusta per mettere in difficoltà la Russia. Ma era la strategia sbagliata per l’Occidente, perché il mondo dipende ancora dal gasolio russo più di quanto dipenda dal petrolio russo. Kiev ha scoperto che l’arma che feriva Mosca feriva ancora di più i suoi alleati.
Trump ha fatto un calcolo semplice: il diesel a sei dollari costa più voti di quanti ne valga una raffineria in fiamme nel Tatarstan. Il Cremlino, che aveva chiesto la tregua energetica per primo, la incassa senza garantire nulla in cambio. E l’Europa, che non siede al tavolo, resta a pagare il conto di una guerra che altri hanno deciso di sospendere a metà.
Fonti
- ANSA – Trump, ‘Zelensky smetta di colpire le raffinerie russe’
- Adnkronos – Trump: “Ucraina e Russia hanno concordato di non colpire obiettivi energetici”
- Alanews – La posizione del Cremlino e le parole di Peskov
- Ore12 – Trump: chiesto a Zelensky di non colpire raffinerie russe, il grazie di Mosca
- Epoch Times Italia – Trump a Zelensky: smetti di distruggere le raffinerie russe
- Prix-Carburant – Diesel oltre i 6 dollari al gallone negli USA e il blocco russo all’export

