Venerdì sera, poco prima di chiudersi nella Situation Room per quella che ha definito una «decisione definitiva», Donald Trump ha annunciato su Truth la revoca del blocco navale dello Stretto di Hormuz. Le navi rimaste ferme nel Golfo «a causa del nostro straordinario e senza precedenti blocco navale — che ora verrà revocato — possono avviare la procedura per fare ritorno a casa», ha scritto, firmandosi «il vostro Presidente preferito». Che Trump revochi il blocco di Hormuz è la notizia di copertina; che lo faccia mentre l’accordo con l’Iran non è ancora firmato è il dato politico che i dispacci d’agenzia tendono a perdere.
Cosa ha annunciato Trump sul blocco di Hormuz
Il messaggio non è una resa diplomatica, è una lista di condizioni travestita da gesto di pace. Nello stesso post in cui invita le navi a tornare a casa, Trump ribadisce le sue linee rosse: l’Iran «non avrà mai un’arma nucleare o una bomba»; lo Stretto di Hormuz «deve essere immediatamente aperto, senza pedaggi» al traffico marittimo in entrambe le direzioni; tutte le mine «saranno neutralizzate» e Teheran dovrà completarne la rimozione. Nessun denaro a Teheran «fino a nuovo avviso». E l’uranio arricchito, sepolto sotto le montagne crollate durante i bombardamenti dei B2, verrà «riportato alla luce» e distrutto in coordinamento con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Poi l’annuncio del passaggio nella Situation Room per la decisione finale. La sequenza è quella consueta: il deliverable concreto — le navi che rientrano — arriva prima della firma, non dopo.
Un blocco che Washington aveva imposto da sé
Qui occorre ricordare un fatto che la cronaca di queste ore omette: il blocco navale di Hormuz non è un’eredità ricevuta, è uno strumento americano. Lo ha imposto Trump il 13 aprile, ordinando alla Marina di fermare ogni nave in entrata e in uscita dai porti iraniani, nel quadro della guerra aperta il 28 febbraio con l’offensiva congiunta americano-israeliana contro le strutture nucleari di Teheran. Il blocco era la leva: ha congelato il conflitto, strangolato l’economia iraniana e spinto il prezzo del petrolio verso quota cento. Revocarlo prima della firma significa cedere lo strumento di pressione più visibile per ottenere in cambio la conformità di Teheran sulle condizioni che restano sul tavolo. È sequenziamento, non generosità: si smonta la leva pubblica mentre il dossier nucleare resta confinato nella finestra dei sessanta giorni di proroga della tregua. La cornice è quella del cosiddetto Memorandum di Islamabad, negoziato a fine maggio da otto Nazioni mediatrici — Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania, Bahrain — senza alcuna presenza europea e senza Israele al tavolo.
Perché Teheran frena sull’accordo Usa-Iran
La risposta iraniana è arrivata gelida. L’agenzia Tasnim ha avvertito che le dichiarazioni di Trump vanno accolte «con scetticismo» e si inseriscono nel suo «consueto schema di annunci unilaterali e autocelebrativi»: una revoca, ha aggiunto, sarebbe soltanto la fine di una delle tante violazioni della tregua, misure che «non avrebbero mai dovuto essere imposte». Sul controllo dello Stretto, Teheran non arretra: la gestione iraniana di Hormuz si è ormai consolidata, le navi richiedono l’autorizzazione e transitano sotto la guida della Marina dei Pasdaran. Anche Washington, del resto, frena su sé stessa: il vicepresidente JD Vance ha parlato di «buoni progressi» ma ha precisato che Trump «non è ancora pronto ad approvare» e che si lavora «su un paio di punti relativi alla formulazione del testo». Solo due giorni prima la Casa Bianca aveva bollato come «totale fabbricazione» la bozza diffusa dai media di Stato iraniani. La distanza tra il trionfo su Truth e la realtà operativa resta intatta.
Cosa cambia per l’Italia tra energia e rotte
Per l’Italia la posta non è simbolica. La Nazione importa dal Qatar quasi metà del proprio gas naturale liquefatto via mare, tutto transitante per Hormuz, e Confindustria ha stimato fino a ventuno miliardi di extra-costo energetico per la manifattura nel 2026 se il conflitto resta aperto. È sulla stessa rotta che pesa la missione della fregata italiana, vincolata dal governo Meloni al voto preventivo del Parlamento. Se la revoca del blocco regge e lo Stretto torna percorribile senza restrizioni, il beneficio per le bollette e per le rotte commerciali italiane è diretto. Ma è un beneficio condizionato a una firma che non c’è. Vale la pena notare il contrasto: mentre otto Nazioni sovrane mediano sul campo, l’Europa è assente dal tavolo e Bruxelles commenta dall’esterno, affidando a un post la propria posizione su una crisi che colpisce per primi i suoi consumatori.
La revoca annunciata, oggi, non chiude la partita: semmai apre una nuova fase, ancora tutta da verificare. Trump revoca il blocco di Hormuz con la stessa grammatica con cui lo aveva imposto — un comunicato, una scadenza, una platea — e affida alla comunicazione il compito che la diplomazia non ha ancora concluso. La firma dirà se questa volta lo spettacolo coincide con la sostanza.
Fonti
- ANSA — Trump, il nostro blocco sarà revocato, navi ferme si preparino a tornare a casa, 29 maggio 2026
- Today — Ora Trump dice di essere pronto a revocare il blocco navale di Hormuz, 29 maggio 2026
- Sky TG24 — Guerra Iran-USA, la diretta del 29 maggio 2026
- Leggo — Vance: buoni progressi sulla tregua, Trump non ancora pronto ad approvare, 29 maggio 2026
- Euronews — Usa e Iran raggiungono intesa preliminare in attesa dell’ok di Trump, 28 maggio 2026
- l’Unità — La Casa Bianca smentisce la bozza diffusa dai media iraniani, 27 maggio 2026
- Avvenire — Cos’è il blocco navale annunciato da Trump su Hormuz, 13 aprile 2026
- Il Politico Web — Accordo Iran-Usa: Trump annuncia l’intesa, Hormuz riaprirà
- Il Politico Web — La tregua senza tregua: Trump congela Hormuz, l’Italia paga ventuno miliardi
- Il Politico Web — Hormuz e il ricatto energetico: quanto costa all’Italia non avere sovranità sulle risorse
- Il Politico Web — Hormuz, la sovranità torna in Aula

