Il pedaggio su Hormuz che Trump ha annunciato nella notte è la fotografia più nitida di come il presidente americano intende la potenza: non un ordine da garantire, ma una rendita da riscuotere. Gli Stati Uniti, ha scritto su Truth Social, «da questo momento in poi saranno noti come i custodi dello Stretto di Hormuz» e, «per ragioni di equità», verranno rimborsati con il 20% del valore delle merci in transito.
Contestualmente, dal 14 luglio riparte il blocco navale dei porti iraniani. Il petrolio ha chiuso a New York con un balzo del 9,42%, a 78,14 dollari al barile. La libertà di navigazione, principio per cui l’Occidente sostiene di combattere da febbraio, ha adesso un listino prezzi.
Il casello annunciato su Truth Social
La sequenza delle ultime quarantotto ore è precisa. L’Iran colpisce una nave battente bandiera cipriota che non avrebbe rispettato gli ordini di rotta. Il Centcom risponde con la terza ondata della settimana: circa centoquaranta obiettivi militari iraniani, radar costieri, batterie missilistiche, imbarcazioni dei Pasdaran, e per la prima volta droni marini d’attacco a sola andata.
Poi arriva l’annuncio politico, che è la vera notizia. «Lo Stretto di Hormuz è aperto e rimarrà aperto, con o senza l’Iran», scrive Trump, annunciando il ripristino del blocco che impedisce «esclusivamente alle navi o ai clienti dell’Iran» di entrare o uscire. Tutti gli altri potranno usufruire dello Stretto «in modo equo e libero» — dietro versamento del 20% agli Stati Uniti, s’intende. «Comandiamo l’Iran a bacchetta dopo quarantasette anni», si vanta il presidente.
La guerra che degrada a esattoria
Vale la pena ricordare cosa diceva lo stesso Trump il 29 maggio, quando annunciava la prima revoca del blocco: Hormuz doveva essere riaperto «immediatamente, senza pedaggi». Ed Emmanuel Macron, a giugno, era stato ancora più netto: riaprire lo Stretto applicando pedaggi sarebbe contrario al diritto internazionale. Quel principio valeva quando l’esattore era Teheran. Non vale più adesso che l’esattore si è trasferito a Washington.
È qui che la vicenda smette di essere cronaca militare e diventa questione di visione. Un impero garantisce l’ordine dei mari come bene comune, e da quell’ordine trae egemonia: è la lezione che va da Roma alla Royal Navy alla Pax Americana del dopoguerra. Un usuraio, invece, monetizza il passaggio. Non produce sicurezza: la affitta. La differenza tra potenza e rendita è tutta qui, e Trump ha scelto la rendita.
Non è un episodio isolato. È la stessa grammatica transazionale applicata alla NATO, dove la protezione si misura in percentuali di PIL da versare, e agli alleati, promossi o bocciati in base al contributo offerto alle guerre di Washington. La sicurezza collettiva ridotta a servizio a pagamento: chi non paga non passa, chi non si piega è un pessimo alleato.
Teheran ringrazia e rilancia
Il paradosso è che il regime iraniano non ha nemmeno dovuto argomentare. Al ministro degli Esteri Abbas Araghchi è bastato lo sfottò: chi garantisce un passaggio sicuro «dovrebbe essere ricompensato», l’Iran «è sempre stato il custode dello Stretto e lo rimarrà per sempre», e comunque «il 20% è ovviamente eccessivo: noi saremo equi». Washington ha impiegato cinque mesi di guerra per legittimare, con il proprio esempio, il sistema di pedaggi iraniano che quella guerra doveva smantellare.
Il capo negoziatore Ghalibaf ha chiuso il cerchio: «L’era degli accordi unilaterali è finita». E il consigliere militare della Guida, Mohsen Rezaei, ha ribadito che questo passaggio strategico «è più importante di decine di bombe atomiche». Intanto i Pasdaran — che Londra ha appena messo formalmente fuori legge — hanno colpito basi americane in Giordania, Bahrein e Kuwait, mentre l’Oman convocava l’ambasciatore iraniano e il Qatar sospendeva la navigazione.
Chi paga davvero il pedaggio
La domanda su chi paghi il 20% ha una risposta sola: il consumatore finale. Un pedaggio sulle merci in transito nello snodo da cui passa un quinto del petrolio e del gas liquefatto mondiale è una tassa sulle bollette e sui listini di mezzo mondo, Europa in testa. Il balzo del greggio di stanotte è solo l’acconto: non a caso Christine Lagarde è volata a Washington per discutere con la Federal Reserve di inflazione e tassi.
Per l’Italia l’esposizione è nota: quasi metà del gas naturale liquefatto importato arriva dal Qatar e passa per lo Stretto. La Nazione che ha già assorbito mesi di extra-costi energetici, come avevamo analizzato quando Trump ha stracciato la tregua, si ritrova ora davanti a un dazio permanente travestito da servizio di scorta. E ancora una volta l’Europa paga senza sedere ad alcun tavolo.
La distanza di Roma vale più di prima
C’è un dato politico che questa giornata conferma. La linea tenuta dal governo italiano dall’inizio dell’Operazione Epic Fury — nessuna cobelligeranza, nessun automatismo, autorizzazione parlamentare come precondizione — appare oggi non come timidezza, ma come lucidità. Non ci si lega alla guerra di chi, a guerra finita, presenta il conto anche agli amici.
Chi si chiede se lo Stretto di Hormuz sia chiuso o aperto guarda la domanda sbagliata. Lo Stretto è aperto: a pagamento. Il pedaggio su Hormuz voluto da Trump certifica che per questa amministrazione americana non esistono beni comuni, alleanze o principi: esistono crediti da esigere. È una visione da esattore, non da guida dell’Occidente. E le Nazioni europee farebbero bene a prenderne atto, prima che il prossimo casello venga piazzato su una rotta ancora più vicina a casa.
Fonti
ANSA — Gli USA lanciano nuovi attacchi, l’Iran spara contro il traffico di navi
Open — Trump ordina il blocco su Hormuz, petrolio in volata. Teheran lo sfotte
Leggo — Trump: «Hormuz, nuovo blocco. Agli USA rimborso del 20% sulle merci»
Quotidiano Nazionale — Hormuz è chiuso o aperto? Braccio di ferro sullo Stretto
Il Giornale — Hormuz, raid USA e guerra di annunci
Il Politico Web — Attacchi USA all’Iran: perché Trump ha stracciato la tregua su Hormuz
Il Politico Web — Hormuz, perché gli USA possono «cancellare una civiltà» ma non riaprire uno stretto
Il Politico Web — Hormuz, Trump annuncia la revoca del blocco navale: l’Iran resta cauto

