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USA

Trump e Obama litigano sull’IA. Ma il pericolo vero è un altro

Redazione - Il Politico

Il presidente respinge l'allarme di Amodei, l'ex presidente lancia la campagna sui rischi. Nessuno dei due parla di chi controlla i modelli.

Riassunto dell'articolo

Trump respinge l'allarme di Dario Amodei sull'IA e rifiuta ogni moratoria in nome della gara con la Cina; Obama rilancia il tema per le midterm e il 2028 puntando sulle conseguenze occupazionali. L'analisi sostiene che entrambi discutono la scena sbagliata: l'appello a rallentare arriva da chi guida la classifica e può servire a congelarla, come nota David Sacks; ma la linea "chi vince prende tutto" ignora che Pechino sta vincendo con i modelli aperti a basso costo, non con la corsa a oltranza. Il rischio concreto non è la macchina fuori controllo, bensì la superfluità del lavoro e il controllo dell'infrastruttura. Per l'Europa la domanda non è se l'IA sia pericolosa, ma di chi sia.

Nel giro di quarantotto ore l’intelligenza artificiale è diventata il terreno di scontro più aspro della politica americana. Da un lato Donald Trump, che dal suo golf club di Doonbeg liquida ogni ipotesi di freno. Dall’altro Barack Obama, che torna in campo per fare dell’IA il tema delle midterm e del 2028. In mezzo, i padroni della tecnologia che chiedono una pausa. La domanda che il dibattito italiano non pone è semplice: l’intelligenza artificiale è pericolosa davvero come dicono, oppure il pericolo è un altro?

CREAZIONE SITI WEB
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Cosa ha detto Trump: “forze negative” dietro l’allarme

La posizione del presidente è netta. Le misure di salvaguardia si possono introdurre, ma dietro chi le invoca ci sarebbero “forze negative” che agitano “cose che non accadranno”. Gli Stati Uniti sono avanti sulla Cina, e devono restarci: “chi vince la sfida dell’IA, vince tutto”.

Su Truth ha aggiunto il corollario: l’unico argine di cui l’IA ha bisogno è una guida politica forte e competente. Rallentare i modelli e i grandi centri di calcolo significherebbe regalare il vantaggio a Pechino. Lo speaker della Camera Mike Johnson ha tradotto la linea in termini parlamentari: nessuna moratoria, perché la Cina ci supererebbe.

Capire perché Trump non vuole frenare l’IA è facile. La corsa tecnologica è per lui una gara a somma zero, come la guerra dei dazi o quella per il petrolio. Chi si ferma perde.

La mossa di Obama: l’IA come tema elettorale

Obama ha scelto una raccolta fondi per riaprire il fronte. Se fosse candidato, ha detto, l’intelligenza artificiale sarebbe al centro della sua campagna: sicurezza, protezione dei minori e soprattutto conseguenze sull’occupazione. Ha chiesto ai candidati democratici delle midterm di novembre e delle presidenziali del 2028 di prendere sul serio il dossier.

La differenza con Trump non sta solo nel giudizio sul rischio. Sta nella scala. Trump ragiona da capo di Stato in competizione con un altro Stato. Obama ragiona da leader di partito in cerca di un tema che mobiliti la classe media spaventata. Il primo vede una guerra, il secondo un’elezione.

L’appello di Amodei e il sospetto di Sacks

Il detonatore è stato Dario Amodei. Sabato il fondatore di Anthropic ha chiesto sul suo blog un rallentamento globale dei modelli più avanzati: lo sviluppo è “esponenziale” e nel giro di sei-dodici mesi un sistema potrebbe guidare uno sciame di agenti in grado di prendere il controllo dell’intera rete. Elon Musk e Sam Altman hanno aderito. Altman ha persino rinviato al 2027 la quotazione in Borsa di OpenAI, “per concentrarci sulla sicurezza”.

Qui entra David Sacks, ex zar dell’IA della Casa Bianca. In un lungo intervento su X ha sfidato i colossi a dimostrare con i fatti che la loro preoccupazione è sincera: rallentino da soli, senza chiedere leggi. Perché le regole invocate da chi è già davanti finiscono sempre per favorire chi è già davanti.

L’osservazione è tagliente e non va scartata. Chiedere una pausa quando si guida la classifica è anche un modo per congelarla. Le “salvaguardie” costano, e chi ha miliardi di capitale le assorbe meglio di chi ne ha milioni. L’allarme sulla sicurezza e la difesa della rendita possono coincidere perfettamente.

Il buco logico di Trump

Eppure la linea del presidente ha una crepa. Se “chi vince prende tutto” fosse vero alla lettera, ogni salvaguardia sarebbe una sconfitta, e ogni ricercatore che lascia un laboratorio per denunciare i rischi sarebbe un sabotatore. Ma la settimana scorsa a parlare di sistemi che “potrebbero ucciderci tutti entro la fine del decennio” non erano “forze negative”: erano tecnici usciti da Anthropic e da Google.

Soprattutto: la Cina non sta battendo l’America con la corsa a oltranza. La sta battendo con il contrario. Nelle stesse ore Xi Jinping ha lanciato ai BRICS un’IA open source “aperta e inclusiva”, in contrapposizione esplicita al modello chiuso americano. DeepSeek, Qwen e Kimi K3 hanno eguagliato i sistemi occidentali costando fino al novanta per cento in meno, e girano su macchine locali, fuori dalla portata delle leggi americane.

Il vantaggio che Trump vuole difendere è un vantaggio di prezzo su un prodotto che Pechino sta regalando. La gara che descrive non esiste più nei termini in cui la descrive.

Il vero rischio: lavoro e infrastruttura

Su un punto Obama vede più lontano degli altri due. Il pericolo concreto dell’intelligenza artificiale non è lo scenario da film in cui la macchina prende il controllo della rete. È la superfluità economica del lavoratore, un tema che su queste pagine abbiamo già affrontato chiedendoci se l’IA non sfrutti più l’uomo ma lo renda superfluo. Il rischio non è che i modelli sfuggano a chi li possiede. È che funzionino esattamente come chi li possiede vuole.

Ma anche qui la risposta democratica manca il bersaglio. Regole federali sulla sicurezza dei modelli non toccano il nodo di chi controlla i dati, i chip, il cloud e le piattaforme. Chi possiede l’infrastruttura decide. Tutto il resto è amministrazione.

Cosa resta all’Europa

Per l’Europa e per l’Italia il dibattito americano è uno specchio scomodo. Washington litiga su quanto correre; Pechino distribuisce il prodotto gratis per legare a sé mezzo mondo; Bruxelles ha scritto un regolamento e considera chiusa la pratica. Nessuno dei tre modelli prevede che una Nazione europea abbia voce sui sistemi che fanno girare la sua economia.

Ci siamo già chiesti se l’Italia sia davanti a una scelta tra sovranità digitale e nuova dipendenza coloniale. Lo scontro tra Trump e Obama conferma che quella è la domanda giusta. Chiedersi se l’intelligenza artificiale sia pericolosa è chiedersi se il fuoco sia pericoloso: dipende da chi tiene il fiammifero. E oggi il fiammifero non è in mano nostra.

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