La guerra Iran Israele oggi ha un fronte nuovo, e non è militare. È la frattura, ormai pubblica, tra Washington e Gerusalemme. Donald Trump ha avvertito Benjamin Netanyahu in modo che non lascia spazio a interpretazioni. Sullo sfondo, lo Stretto di Hormuz continua a decidere il prezzo che paghiamo alla pompa.
La frattura che Washington non nasconde più
Il presidente americano ha raccontato di aver messo in guardia il premier israeliano durante l’ultimo colloquio telefonico. Le sue parole sono un monito: Netanyahu farebbe bene a fare attenzione a ciò che sta facendo, perché potrebbe ritrovarsi molto presto da solo di fronte all’Iran.
Non è una sfumatura diplomatica. È la fine, almeno a parole, dell’allineamento incondizionato. Trump sta dicendo agli alleati ciò che il suo elettorato chiede da tempo: l’America difende l’interesse americano, non la prosecuzione indefinita di una guerra altrui.
L’accordo “vicino” e le smentite della realtà
A New York, a margine delle finali NBA, Trump ha dichiarato di essere alle fasi finali di un buon accordo con Teheran, raggiungibile in due o tre giorni. È la stessa promessa che ripete da mesi: la CNN ne ha contate trentasette versioni.
Intanto il Consiglio di Sicurezza dell’ONU torna a discutere di sanzioni e la macchina negoziale resta impantanata. La distanza tra l’annuncio e il terreno è il vero indicatore di dove sia diretto il conflitto.
Israele rilancia: Mahshahr e le minacce di Zamir
Mentre Washington frena, Gerusalemme accelera. L’aviazione israeliana ha colpito il complesso petrolchimico di Mahshahr, nel sud-ovest iraniano. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha definito gli attacchi recenti soltanto la preparazione a un colpo «molto più significativo e potente».
La risposta di Teheran è già sul tavolo: missili su Bahrein, Kuwait e Giordania, un elicottero americano precipitato vicino allo Stretto, e la minaccia, ribadita dai vertici dei Pasdaran, di chiudere insieme Hormuz e Bab al-Mandab. Il rischio di una nuova escalation è concreto, come avevamo già documentato sul fronte del Mar Rosso.
Hormuz, la variabile che decide il prezzo dell’energia
Da Hormuz transita circa un quinto del petrolio mondiale. Ogni nave che lo attraversa frutta a Teheran cifre stimate tra il milione e mezzo e i due milioni di dollari. Chi controlla quel passaggio controlla il termostato dell’economia globale.
Qui sta il vero interesse americano, e spiega la frattura. A Washington serve riaprire lo Stretto e far scendere il greggio. A Gerusalemme serve eliminare la minaccia iraniana, costi quel che costi. Gli obiettivi non coincidono più, e Trump ha smesso di fingere il contrario.
Fonti
- Il Sole 24 Ore – Trump frena Israele e Iran, ma la tregua è appesa a un filo
- Quotidiano.net – Trump: «Accordo con Iran vicino». La CNN: «Lo ha detto 37 volte»
- Il Sole 24 Ore – Netanyahu e il raid sul polo petrolchimico di Mahshahr
- Wikipedia – 2026 Strait of Hormuz crisis
- Il Politico Web – Hormuz non bastava: gli Houthi chiudono anche Bab al-Mandab

