Il vertice NATO di Ankara consegna l’immagine attesa da settimane: Giorgia Meloni e Donald Trump di nuovo nella stessa sala. L’incontro tra Meloni e Trump ad Ankara, però, non è mai stato un bilaterale. È stato un incrocio deciso dal cerimoniale turco, che ha voluto i due allo stesso tavolo alla cena dei capi di Stato e di governo. E la premier lo ha attraversato senza concedere nulla: due parole ai cronisti, nessun passo indietro.
L’arrivo calibrato: nessun faccia a faccia forzato
Meloni arriva nella capitale turca nel pomeriggio inoltrato, con una buona mezz’ora di ritardo. Quando il suo tailleur nero varca la soglia del palazzo presidenziale di Bestepe, le telecamere hanno già smesso di inquadrare l’ingresso: Erdogan sta accompagnando Trump nel salone d’onore. Intercettata dal vicepresidente turco, la premier evita così il faccia a faccia forzato davanti agli obiettivi.
I suoi collaboratori parlano di un disguido sulle mappe del corteo partito da Ciampino. Sarà. Di certo il risultato è quello di chi controlla il tempo invece di subirlo: nessuna foto imposta, nessuna stretta di mano da prima pagina. Chi voleva lo psicodramma dell’abbraccio o del gelo plateale resta a mani vuote.
Le parole di Trump: «Mi piace, ma non c’è stata per noi»
Il presidente americano, accolto sul tappeto rosso da Erdogan, torna a picchiare duro già nel bilaterale con il padrone di casa. Alla domanda sul fotomontaggio con cui pochi giorni prima aveva chiesto «un ordine restrittivo» per la premier, risponde ammorbidendo appena i toni: «Mi piace, è una brava persona, ma non c’è stata per noi» sull’Iran.
Il motivo del risentimento resta quello di sempre: lo Stretto di Hormuz, la guerra contro Teheran, il contributo militare che l’Italia non ha voluto offrire alle condizioni di Washington. «Germania e Italia ci hanno voltato le spalle», ripete. E rincara: «Sono qui solo per il mio amico Erdogan; se il summit non si fosse tenuto qui, probabilmente non avrei partecipato».
Sono parole pesanti. Ma restano, ancora una volta, la fotografia di chi rimprovera all’alleato di non essersi piegato, non di chi ha subìto un torto.
«Rapporti cordiali»: la strategia del silenzio
La replica della premier arriva a tarda sera, nella hall dell’albergo. «Buonasera, plotone di esecuzione», saluta i cronisti con un sorriso teso. Poi la domanda d’obbligo: com’è andata con Trump, c’è stato un chiarimento? Due parole: «Rapporti cordiali». E alla richiesta di aggiungere altro, un secco «vi ho già risposto».
È una scelta precisa, non una mancanza di argomenti. La linea decisa a Palazzo Chigi è di non alimentare più la polemica e di ignorare i colpi. Troncare e sopire. Rispondere a un fotomontaggio significherebbe scendere sullo stesso terreno; liquidare tutto con due parole significa lasciare che sia l’attacco a raccontare il suo autore.
Il segnale più netto arriva dai retroscena: da Palazzo Chigi si esclude un viaggio alla Casa Bianca da qui a fine anno. Nessuna corsa a ricucire, nessuna udienza da chiedere. Basta così.
«È lei la leader»: la difesa che arriva dall’Europa
La conferma che la postura italiana pesa non arriva da Roma, ma dall’Europa. È il ministro della Difesa belga Theo Francken, nazionalista fiammingo, a prendere pubblicamente le parti della premier: «Abbiamo bisogno di Trump come alleato, ma non toccate Meloni. È la regina del centrodestra in Europa. È lei la leader».
Non è un riconoscimento di circostanza. È l’ammissione, da parte di un esponente della stessa famiglia sovranista, che oggi la figura di riferimento del centrodestra continentale siede a Roma. Un peso che nessun insulto, per quanto ripetuto, riesce a scalfire.
Chi si piega davvero
Il vertice di Ankara ripropone lo schema già visto al G7 di Évian: Washington chiede, sia pure con l’ironia o con l’insulto, un riconoscimento; Roma non lo concede. La cronaca generalista lo racconta come «gelo» o «disgelo», parole che presuppongono una parte costretta a scaldare l’altra. Ma la sequenza dei fatti dice il contrario, come abbiamo ricostruito nel nostro approfondimento dedicato al G7.
Trump ha dedicato la vigilia a un fotomontaggio. Meloni si è presentata al tavolo con una linea coerente e con la schiena dritta. Ognuno porta al vertice quello che ha. E in questa asimmetria c’è tutto: perché a uscirne in piedi è la Nazione che tratta da pari, non quella che insegue una fotografia.
Fonti
Il Messaggero — Vertice Ankara, le parole di Trump su Meloni e sull’Iran
Quotidiano Nazionale — Meloni dribbla Trump, l’arrivo all’ultimo secondo
Sky TG24 — Vertice NATO Ankara, la diretta
Adnkronos — Meloni al vertice di Ankara: «Con Trump rapporti cordiali»
laRegione — La difesa di Theo Francken: «Non toccate Meloni»
Il Politico Web — Meloni tiene il punto, Trump fa un passo indietro: cosa è successo davvero al G7 (approfondimento)

