La sera del 9 marzo 2026, dalla sala da ballo del Trump National Doral di Miami, Donald Trump ha tenuto la sua prima conferenza stampa dall’inizio dell’operazione “Epic Fury” contro l’Iran. La superficie del discorso era quella consueta: trionfalismo militare, numeri gonfiati, certezze sulla vittoria imminente. Ma chi si è fermato alla retorica ha perso il punto. Sotto lo strato di dichiarazioni roboanti — “stiamo distruggendo il nemico”, “siamo in anticipo sui tempi”, “la guerra è praticamente finita” — c’era qualcosa di strutturalmente diverso: un presidente che, mentre parlava di guerra, stava conducendo almeno quattro mosse geopolitiche distinte. Contemporaneamente.
Il cambio di regime che non si nomina
Il primo piano è quello della successione iraniana, e merita di essere letto con attenzione. Trump ha lasciato intendere di avere qualcuno in mente per sostituire la nuova guida suprema Mojtaba Khamenei, senza offrire dettagli, concludendo: “Non ho alcun messaggio per lui.” La formula è calibrata. Da un lato evita di firmare esplicitamente un ordine di eliminazione — “Ha un bersaglio sulla schiena? Non voglio dirlo, sarebbe inappropriato” — dall’altro il Wall Street Journal ha riportato che il presidente ha comunicato ai suoi consiglieri di essere aperto all’ipotesi di eliminare Khamenei junior se non avesse ceduto alle richieste americane.
Il messaggio reale non era per i giornalisti in sala. Era per Teheran. E il suo contenuto era preciso: Washington non riconosce la legittimità della nuova guida suprema, la considera provvisoria, e ha già un piano per ciò che viene dopo. Trump ha auspicato che l’Iran si doti di “un leader che sia in grado di agire per la pace” — formula che in diplomatese equivale a dire: il cambio di regime non è un effetto collaterale dell’operazione militare, è il suo obiettivo dichiarato.
La Cina ha risposto con durezza, affermando che la nomina di Khamenei junior è “una scelta interna” all’Iran e opponendosi a qualsiasi azione straniera contro la nuova leadership. Putin invece si è congratulato con il nuovo leader. La frattura tra Washington e le due potenze rivali sul punto della successione iraniana non è un dettaglio: è la mappa dei rapporti di forza del dopo-guerra.
La triangolazione energetica con Russia e Cina
Il secondo piano è il più sorprendente, e il meno commentato. Trump ha annunciato che gli Stati Uniti rinunceranno ad alcune sanzioni legate al petrolio per ridurre i prezzi, dopo i colloqui avuti con Putin. Non solo: ha dichiarato che “forse non sarà nemmeno necessario reintrodurle poiché ci sarà la pace” — riferendosi quasi certamente alle sanzioni sul petrolio russo. E ha esplicitamente citato Xi Jinping come interlocutore sulla questione energetica.
La scena che emerge è politicamente densa. Washington è in guerra contro un paese del blocco avverso, e nello stesso momento allenta le misure restrittive contro Mosca e apre un canale con Pechino. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha tolto dal mercato una quota rilevante dei barili che vi transitavano quotidianamente: il Brent ha superato i 92 dollari al barile, un aumento di quasi il 30 per cento rispetto ai prezzi pre-guerra. L’allentamento delle sanzioni russe serve a rimettere barili sul mercato globale e a calmierare un’inflazione energetica che rischia di diventare il tallone d’Achille politico di Trump in vista delle elezioni di midterm di novembre 2026.
Ma c’è una dimensione geopolitica che va oltre la tattica elettorale. Mentre il fronte militare è aperto contro un paese della sfera d’influenza russo-cinese, il fronte economico prevede concessioni alle due potenze rivali per gestire le conseguenze della guerra stessa. È una triangolazione che rivela la complessità reale della strategia americana: non uno scontro di civiltà, ma una gestione transazionale degli equilibri globali. (per maggiori info: Israele brucia l’Iran)
Il trionfalismo come schermo
Il terzo piano è quello della narrativa interna, e funziona in modo opposto ai primi due. Trump ha dichiarato di aver “spazzato via ogni forza armata iraniana in tre giorni” e di aver colpito quasi 5.000 obiettivi. Il tono è quello di un comandante che ha già vinto, e che aspetta solo di formalizzare la vittoria.
La realtà sul campo racconta una storia diversa. Gli attacchi su Teheran sono proseguiti nella giornata del 9 marzo, in quello che è stato descritto come uno dei più pesanti raid aerei sulla capitale dall’inizio del conflitto. Teheran ha risposto affermando di essere pronta a combattere “per tutto il tempo necessario”. I missili iraniani hanno colpito Bahrein, Kuwait, Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. E sulla strage nella scuola femminile di Minab, dove un missile Tomahawk ha ucciso quasi 200 persone, Trump ha risposto con tre parole: “Stiamo indagando.”
Il trionfalismo ha una funzione precisa: tenere Wall Street calma — le dichiarazioni di Trump hanno fatto chiudere i mercati americani in positivo, a differenza di tutte le altre borse mondiali — e mantenere il consenso interno in una guerra che il Congresso non ha formalmente autorizzato.
L’Europa: assente dal tavolo
Il quarto piano è il più rivelatore per chi osserva da Roma o da Bruxelles. Nella conferenza di Doral, Trump ha citato Putin, Xi Jinping, i repubblicani del Congresso, la nuova guida suprema iraniana. L’Europa non compare. Zero. Nemmeno come interlocutore secondario, nemmeno come destinataria di un messaggio di rassicurazione.
Cina, Russia e Francia — quest’ultima in autonomia rispetto all’UE — hanno contattato Teheran per un cessate il fuoco. Il commissario europeo all’Economia Dombrovskis ha discusso all’Eurogruppo del rilascio delle riserve strategiche di petrolio come opzione per tamponare la crisi energetica. L’Europa gestisce le conseguenze di una guerra che altri hanno deciso. Non siede al tavolo dove si discute la fine del conflitto, le condizioni della successione iraniana, il riassetto delle rotte energetiche. Non è un soggetto della storia in corso. È uno dei suoi oggetti.
Mattarella ha convocato per il 13 marzo il Consiglio Supremo di Difesa. L’Italia, come già analizzato in questa serie, scopre dalla cronaca ciò che avrebbe dovuto contribuire a costruire. (per maggiori info: l’illusione geopolitica europea)
Cosa viene dopo Doral
La conferenza di Doral ha fissato le coordinate della fase successiva del conflitto. Washington vuole una resa rapida dell’Iran, ma non a qualsiasi condizione: vuole un cambio di regime gestito, non un Iran instabile che faccia il vuoto nel cuore del Medio Oriente. Vuole mantenere aperto il canale con Russia e Cina per evitare che la crisi energetica si trasformi in crisi economica interna. E vuole chiudere il dossier militare prima che i costi politici superino i benefici.
Il problema è che l’Iran di Mojtaba Khamenei non sembra orientato alla resa rapida. La nomina del figlio del defunto ayatollah è stata accompagnata da una prima ondata di missili lanciata immediatamente dopo l’annuncio — un segnale di continuità, non di cedimento. La guerra “praticamente finita” di Trump potrebbe durare più di quanto il palco di Doral abbia lasciato intendere. E ogni giorno aggiuntivo ha un prezzo: in barili di petrolio, in consenso interno, in credibilità internazionale.
Nel frattempo, l’Europa aspetta. Come sempre.
Fonti
Sky TG24 – Conferenza stampa Trump, 9 marzo 2026
Euronews – La guerra in Iran finirà molto presto
Adnkronos – Trump: la guerra è praticamente finita
ANSA – Trump rinuncia ad alcune sanzioni sul petrolio
Il Foglio – La giravolta di Trump sulle sanzioni russe
Internazionale – Mojtaba Khamenei nuova guida suprema
Lo Speciale – Trump: no a Khamenei, Teheran ha bisogno di un altro leader
Il Sole 24 Ore – Trump: colpiremo l’Iran 20 volte più forte
Quotidiano.net – Iran, colloquio Putin-Trump

