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Europa

La Germania chiede all’Italia di riprendersi i migranti: il Patto europeo è già alla prova

Redazione - Il Politico

Berlino invoca i trasferimenti dei dublinanti, Madrid ferma gli italiani alle frontiere, Rabat apre e chiude il rubinetto dei flussi. Bruxelles rinvia tutto alla verifica di ottobre: l'unica Europa che agisce è quella delle capitali.

Riassunto dell'articolo

La Germania invoca l'applicazione del Patto UE su migrazione e asilo e chiede la ripresa dei trasferimenti dei "dublinanti" verso l'Italia e la Grecia. Il Viminale replica che è prematuro: le norme sono in vigore dal 12 giugno 2026, riguardano poche decine di persone, e il Patto prevede compensazioni in cui rientrano i migranti sbarcati in Italia dalle navi ONG battenti bandiera europea, in gran parte tedesca. L'articolo lega il fronte tedesco alla ritorsione spagnola sulle frontiere, alle conseguenze della crisi di Ceuta (minori non accompagnati, subsahariani, condanna dei tassisti in Marocco) e alla verifica delle regole fissata dalla Commissione per ottobre, leggendo l'insieme come il primo banco di prova del Patto: le Nazioni agiscono, Bruxelles rinvia.

Il portavoce del ministero dell’Interno tedesco ha scelto un tono perentorio: il Patto europeo sui migranti va applicato, e i trasferimenti verso Italia e Grecia riprenderanno. A Roma la nota è stata letta senza allarme. Palazzo Chigi la classifica tra le scaramucce tecniche, non tra i fronti aperti.
Ma il punto vero non è il botta e risposta tra le due capitali. Il punto è che il Patto su migrazione e asilo, pienamente vincolante da meno di due mesi, è già al suo primo banco di prova. E la prova sta rivelando la natura profonda dell’Unione: quando la pressione sale, non agisce “l’Europa”. Agiscono le Nazioni.

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Cosa chiede Berlino e perché lo chiede adesso

I “dublinanti” sono i migranti registrati in una Nazione di primo approdo che si spostano poi verso altri Stati membri: i cosiddetti movimenti secondari. Berlino sostiene che, con le nuove regole, questi trasferimenti verso l’Italia debbano riprendere subito.
La materia però è meno lineare di come la racconta il governo tedesco. Le nuove norme sono operative dal 12 giugno 2026 — abbiamo spiegato cosa cambia con il Patto su migrazione e asilo al momento dell’entrata in vigore — e riguardano, per ora, poche decine di persone. Troppo poche e troppo recenti perché qualcuno possa già presentare conti.
C’è poi un dato politico che a Roma conoscono bene. Meloni e Merz avevano discusso le conseguenze del nuovo Patto già a gennaio, durante la visita del cancelliere nella Capitale. Nessuna sorpresa, dunque. La fuga in avanti di Berlino risponde a esigenze di consenso interno: il governo tedesco ha bisogno di mostrare fermezza al proprio elettorato, e lo fa anticipando conteggi che le stesse regole europee non consentono ancora di fare.

La replica di Roma: compensazioni e bandiere tedesche

Il Viminale ha risposto con un argomento tecnico che vale più di dieci comunicati. Il Patto sottoscritto da tutti i ventisette membri non prevede automatismi: prevede meccanismi di solidarietà, crediti e compensazioni. Non è affatto detto che chi transita da Grecia, Cipro o Italia debba essere ripreso in carico dalla Nazione di primo approdo.
E soprattutto: se compensazione deve essere, allora nel conteggio entrano anche i migranti sbarcati sul territorio italiano da navi di organizzazioni non governative che battono bandiera di Nazioni europee. In gran parte, bandiera tedesca. Berlino chiede all’Italia di riprendersi decine di persone; Roma ricorda a Berlino quante migliaia ne hanno portate in Italia le navi umanitarie registrate in Germania.
A completare il quadro ci sono gli accordi bilaterali che il Viminale ha già siglato con Francia e Germania sugli ingressi pregressi: una sorta di azzeramento sugli anni passati, che rende ancora più fragile la pretesa tedesca di riaprire i conti.
L’opposizione italiana, intanto, sceglie di stare dalla parte di Berlino. Renzi accusa il governo di rompere la solidarietà europea, Magi parla di disgregazione dell’Unione. È la fotografia di un riflesso condizionato: davanti a una richiesta straniera contro l’interesse nazionale, una parte della politica italiana dà ragione allo straniero.

Il fronte spagnolo: Schengen come ritorsione

Mentre Berlino agita i dublinanti, Madrid ha già fatto la sua mossa. Dall’8 agosto la Spagna controlla i documenti di chi arriva dall’Italia: una misura senza alcun rischio concreto da contrastare, adottata come rappresaglia per la sospensione di Schengen decisa da Roma dopo la crisi di Ceuta.
La differenza tra le due misure è la differenza tra sicurezza e propaganda. L’Italia ha reintrodotto i controlli dopo il più grande afflusso irregolare mai registrato nell’Unione. La Spagna li ha reintrodotti per punire l’Italia. Alle frontiere climatizzate degli aeroporti, i turisti italiani mostrano i documenti e perdono qualche minuto: il fastidio è tutto qui, ed è un fastidio costruito a tavolino da un premier in difficoltà, come abbiamo ricostruito analizzando gli scandali che assediano Pedro Sánchez.

Ceuta, quel che resta: minori, subsahariani e il rubinetto di Rabat

Alle frontiere calde, intanto, la crisi non è finita. A Ceuta restano milletrecentoquaranta minori non accompagnati registrati, più altri cinquemila che secondo le stime vagano per l’exclave, a fronte di un centinaio di posti disponibili. Il governo locale vorrebbe distribuirli nelle altre comunità spagnole, ma i governi regionali si oppongono e i sondaggi danno quasi metà degli elettori contraria a ogni ricollocamento. Restano anche circa undicimila subsahariani, accampati nelle boscaglie e sulla spiaggia, in attesa di domande di asilo che richiederanno anni.
E resta, soprattutto, la mano di Rabat sul rubinetto. Un tribunale marocchino ha appena condannato sette tassisti per aver trasportato aspiranti migranti verso Ceuta: sei mesi di carcere e mille dollari di multa ciascuno. È il segnale che il muro marocchino contro le partenze si sta ristabilendo — e che può essere smontato di nuovo in qualsiasi momento. La migrazione come strumento di pressione tra Stati è una dottrina codificata dalla scienza politica, e il Marocco la sta applicando da manuale: sui canali social continuano a circolare appelli a una nuova mobilitazione verso l’exclave, da account riconducibili non solo al Marocco ma anche a Egitto, Algeria, Tunisia, Libia e perfino a Nazioni lontane.

Bruxelles fissa una verifica a ottobre

E l’Unione? La Commissione ha indicato ottobre come momento di verifica delle nuove regole. Tradotto: per due mesi ogni capitale interpreterà il Patto come meglio crede. I meccanismi di solidarietà esistono sulla carta, i sistemi di compensazione sono tutti da definire, e nel frattempo la Germania chiede, la Spagna si vendica, il Marocco tratta.
Non è un incidente di percorso. È la struttura stessa dell’Unione che emerge sotto pressione: le norme sovranazionali valgono nella misura in cui le Nazioni decidono di applicarle, e ogni governo le piega al proprio interesse interno.

L’unica Europa che funziona è quella delle Nazioni

Il primo banco di prova del Patto consegna una lezione che va oltre la cronaca. Berlino difende il proprio consenso, Madrid la propria rivincita, Rabat il proprio potere negoziale. Ognuno fa il proprio mestiere di Nazione, e non c’è nulla di scandaloso: è la fisiologia della politica.
Ciò che non esiste è l’automatismo europeo che i federalisti continuano a raccontare. Davanti alla prima crisi vera, Bruxelles ha rinviato a ottobre. Le capitali, invece, hanno agito in ventiquattro ore.
In questo quadro, la postura italiana è l’unica adulta. Niente isterie, niente rincorse: dossier, numeri, compensazioni. Roma ha discusso il Patto con Berlino sei mesi fa, ha sospeso Schengen quando la sicurezza lo imponeva, e oggi risponde alle pretese tedesche con l’argomento delle bandiere delle navi umanitarie. È così che si sta in Europa: non subendo le regole, ma facendole valere. Perché l’Europa che conta non è quella dei rinvii di Bruxelles. È quella delle Patrie che si presentano al tavolo con le carte in ordine.

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