«I fascisti capiscono solo la forza». La frase che Antonio Tajani avrebbe pronunciato davanti ai senatori di Forza Italia, riportata dal Corriere della Sera, non è una gaffe. È una radiografia. Il segretario del partito che si presenta come l’anima «moderata» della coalizione usa contro gli alleati di governo l’insulto preferito della sinistra. E lo fa nel mezzo di una riunione convocata per una sola ragione: fermare il ritorno delle preferenze nella legge elettorale.
Vale la pena fermarsi su questo punto, perché qui la maschera cade. I moderati, quelli che da trent’anni fanno la morale a tutti sul linguaggio, sul rispetto istituzionale, sulla responsabilità, dietro le porte chiuse parlano così. E parlano così mentre difendono l’unica cosa che davvero sta loro a cuore: il potere delle segreterie di nominare i parlamentari.
La riunione al Senato: due ore di sfogatoio
Mercoledì, a Palazzo Madama, il gruppo dei senatori azzurri si riunisce con il segretario. Doveva essere la riunione dell’accordo sulla legge elettorale. Diventa, per ammissione degli stessi presenti, «un lunghissimo sfogatoio»: due ore di interventi critici, metà dei diciannove senatori presenti a contestare la linea, la capogruppo Stefania Craxi a smentire il leader in diretta sul metodo.
È in questo clima che Tajani, secondo le ricostruzioni, pronuncia la frase sui «fascisti» e aggiunge: «Contiamo più della Lega ma loro sono prepotenti». Il risultato concreto della riunione è uno solo: il termine per gli emendamenti alla legge elettorale slitta al primo settembre. Tradotto: Forza Italia ha ottenuto tempo. Tempo per organizzare la resistenza contro le preferenze, come già accaduto alla Camera, dove i franchi tiratori hanno affossato l’emendamento per un solo voto nel segreto dell’urna.
La minaccia di Sisto: «Il governo cadrebbe»
La frase sui «fascisti» non arriva dal nulla. Pochi giorni prima, nelle ore più calde della trattativa sulle intercettazioni, il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto avrebbe telefonato a un uomo vicino alla premier per avvisare che, se si fosse andati avanti su un emendamento sgradito, «il governo sarebbe caduto».
La risposta ricevuta, secondo il retroscena, è stata netta: «Se pensate di minacciarci così, allora davvero non conoscete Giorgia: auguri!». L’emendamento è stato poi dichiarato inammissibile dal presidente del Senato Ignazio La Russa e la questione rinviata. Ma il segnale resta. Un partito di maggioranza che minaccia la caduta del governo per una norma sulla giustizia non è un alleato che negozia: è un socio che ricatta.
Il gelo di Fratelli d’Italia
A Palazzo Chigi e in via della Scrofa la frase non è passata inosservata. Le reazioni pubbliche sono glaciali per scelta: Fabio Rampelli si limita a osservare che Tajani «ha già smentito» e che non commenta «ricostruzioni diverse dalla realtà»; Galeazzo Bignami taglia corto: «Io quelle parole non le ho sentite». La premier fa trapelare che non è interessata ai retroscena perché «contano i risultati».
Ma dentro Forza Italia, raccontano le cronache, serpeggia una paura molto concreta: che esca l’audio della riunione. Ed è una paura che dice tutto. Non il timore di aver sbagliato, ma il timore di essere ascoltati. I moderati non temono le proprie parole: temono che gli italiani le sentano.
La vera posta: le preferenze
Perché tutta questa tensione? Perché la legge elettorale che Giorgia Meloni vuole portare a casa in Senato a settembre riapre la partita delle preferenze, dopo che alla Camera l’emendamento è stato impallinato nel segreto dell’urna. E al Senato, come abbiamo spiegato analizzando cosa succede ora alla legge elettorale, il regolamento non consente il voto segreto sulla materia: chi vorrà affossare le preferenze dovrà metterci la faccia.
Ecco il vero incubo dei moderati. Forza Italia difende le liste bloccate da mesi, con argomenti di facciata che abbiamo già smontato raccontando perché il partito azzurro dice no alle preferenze: un partito con pochi voti veri sul territorio, novanta milioni di debiti verso gli eredi Berlusconi e gruppi parlamentari costruiti a tavolino non può permettersi il giudizio diretto degli elettori. Le preferenze, per chi vive di nomine, sono una condanna a morte.
Chi cerca l’incidente non è chi governa
A Palazzo Chigi, riferisce il Corriere, comincia a serpeggiare un dubbio: Forza Italia sta cercando l’incidente? La domanda è legittima, ma la risposta è già nei fatti. In una sola settimana: una minaccia di far cadere il governo, un insulto agli alleati, una rivolta interna contro la legge elettorale, il terrore di un audio.
La premier lavora a un patto di fine legislatura per blindare la maggioranza fino al voto: priorità condivise, niente fughe in avanti, niente incidenti parlamentari. È la linea di chi governa e guarda ai risultati. Dall’altra parte c’è un partito che parla di moderazione in pubblico e di «forza» in privato, che invoca il garantismo e pratica il ricatto, che teme gli elettori al punto da combattere le preferenze come una minaccia esistenziale. Gli italiani, a differenza dei senatori azzurri, il voto palese lo praticano da sempre. E prima o poi presenteranno il conto.
Fonti
Corriere della Sera — Forza Italia, tensione sulle preferenze. Tajani ai suoi: «I fascisti capiscono solo la forza» · Il Foglio — Il “fascisti” di Tajani: FdI è irritata da FI · Il Fatto Quotidiano — La rivolta FI contro Tajani al Senato · Il Messaggero — Tajani affronta la rivolta dei senatori · Il Fatto Quotidiano — Scontro Tajani-Craxi sulla legge elettorale

