Lo Stretto di Hormuz resta chiuso, e questa volta la smentita arriva prima ancora che l’accordo esista. Nella mattinata del 2 agosto l’agenzia Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha bruciato in poche ore la notizia diffusa dai media israeliani secondo cui il ministro degli Esteri Abbas Araghchi avrebbe accettato un’intesa mediata da Stati Uniti e Qatar per spartire il controllo dello Stretto tra Iran e Oman. «Falsa», dice Teheran. E una fonte vicina al gruppo negoziale aggiunge la condizione che conta: il passaggio rimarrà interdetto finché continueranno le «azioni ostili» americane, e le navi potranno transitare soltanto lungo una rotta designata, con il permesso della Marina dei pasdaran.
Dentro quella frase c’è tutto il negoziato. E c’è anche la sua conclusione provvisoria, che nessuna cancelleria vuole ancora pronunciare ad alta voce.
L’accordo fantasma e il negoziato per smentite
La sequenza è ormai un canone. Un’indiscrezione annuncia l’intesa, i mercati respirano, Teheran smentisce, la tensione risale. Era accaduto con il memorandum di giugno, poi con i colloqui di Doha, ora con la presunta spartizione Iran-Oman. Il metodo non è casuale: ogni smentita ricorda a Washington che la chiave dello Stretto sta in una sola tasca.
La novità di questi giorni è che la smentita non nega soltanto l’accordo. Ne detta il contenuto alternativo. Non «lo Stretto riaprirà», ma «lo Stretto resta chiuso e si passa alle nostre condizioni». La differenza è sostanziale: la prima formula descrive un ritorno allo status quo, la seconda fonda un ordine nuovo.
La rotta designata: il pedaggio travestito da corridoio
Qui sta il punto che le cronache di giornata non colgono. Una rotta designata, percorribile solo con autorizzazione della Marina dei Guardiani, non è una misura di sicurezza temporanea: è un’amministrazione del passaggio. Chi rilascia il permesso decide chi passa, quando passa e — prima o poi — a quale prezzo passa.
È la stessa logica del progetto di gestione congiunta Iran-Oman emerso a fine giugno: trasformare la guerra in rendita, sostituire la libertà di navigazione con un servizio a concessione. Il pedaggio che Trump aveva escluso per iscritto quando revocò il blocco navale a fine maggio rientra dalla finestra, travestito da corridoio di sicurezza. Prima della guerra il transito era libero e gratuito. Qualunque esito che preveda un permesso preventivo iraniano consegna a Teheran ciò che quarant’anni di Repubblica Islamica non avevano mai ottenuto: la sovranità di fatto sul principale snodo energetico del mondo.
Trump ferma i raid, Israele si sfila
Sul fronte opposto, la coalizione si assottiglia. Washington ha sospeso i raid — «su richiesta dell’Iran e di altre Nazioni», nella versione della Casa Bianca — mentre prepara il round successivo. Ma la CNN registra che Israele non parteciperà a un eventuale nuovo attacco: dopo cinque mesi di guerra, Gerusalemme considera raggiunti i propri obiettivi sul programma nucleare e non intende immolarsi per la libertà di navigazione altrui.
Intanto nello Stretto un’altra petroliera è stata colpita, e Teheran alza il registro: gli Stati Uniti «si stanno muovendo verso una guerra regionale totale», le Nazioni che «faranno da scudo» a Washington «bruceranno nelle fiamme della guerra». Retorica, certo. Ma retorica pronunciata da chi controlla materialmente il passaggio, mentre l’avversario deve scegliere tra un’escalation senza alleati e un accordo che ratifichi la sconfitta.
Ghalibaf e il potere di Mojtaba: consolidare la vittoria
C’è poi la frase che illumina il retroscena interno. Il presidente del Parlamento e negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che «l’Iran ha vinto la guerra» e che ora occorre «espandere e rafforzare il potere esecutivo della Guida, Mojtaba Khamenei», perché ogni tentativo di costruire un Iran forte «partirà da qui».
Chi segue la nostra mappa del potere iraniano riconosce il movimento. Mojtaba è una Guida senza piena autorità, un sigillo che ratifica decisioni prese nel direttorio dei comandanti dei pasdaran, invisibile in pubblico dall’insediamento. Quando l’apparato chiede di rafforzarne il potere esecutivo, non sta restaurando la vecchia piramide: sta istituzionalizzando la nuova. Una Guida più forte sulla carta è un direttorio più forte nei fatti, con un volto dinastico a garantirne la continuità. La vittoria rivendicata sullo Stretto diventa così il mito fondativo dell’ordine post-bellico: chi ha chiuso Hormuz agli americani ha titolo a comandare in casa.
Cosa cambia per l’Italia
Per la nostra Nazione il quadro resta quello che abbiamo descritto per mesi. Il gas del Qatar continua a non passare, e non tornerà a flussi pieni per anni anche in caso di riapertura, perché la filiera di Ras Laffan non è un rubinetto. I dragamine della Marina restano vincolati alle tre condizioni poste dal governo: cornice internazionale, coalizione multilaterale, nessuna cobelligeranza. Condizioni che oggi, con i raid sospesi ma il negoziato in frantumi, non esistono.
E c’è l’implicazione di sistema: se il transito da Hormuz diventa un servizio a concessione iraniana, il costo entrerà stabilmente nei prezzi dell’energia europea. Non come crisi, ma come tariffa. Per un’economia di trasformazione come la nostra, priva di produzione energetica propria per scelte referendarie mai riviste, la differenza tra uno Stretto libero e uno Stretto amministrato vale punti di prodotto interno lordo. È la ragione per cui la partita di Hormuz non è cronaca estera. È politica industriale italiana, decisa a Bandar Abbas.
Fonti
- ANSA — Iran, «nessun accordo su Hormuz, lo Stretto resta chiuso»
- Il Sole 24 Ore — «Stop raid su richiesta Iran, ora accordo». Ma Teheran smentisce intesa Hormuz
- ANSA — Teheran: «Gli Usa preparano un conflitto totale». Petroliera colpita nello Stretto
- Sky TG24 — Iran-Usa, le notizie sull’accordo e la riapertura dello Stretto di Hormuz
- Open — Stretto di Hormuz aperto? Sì, ma a pagamento. Il piano Iran-Oman

