Il discorso sullo stato dell’Unione 2026 si apre con una frase che Ursula von der Leyen ha voluto scolpire: lo stato dell’Unione “non è mai stato così forte”. Poi, per due ore e cinquanta minuti, la presidente della Commissione ha letto davanti al Parlamento di Strasburgo la contabilità di una sconfitta. Non serviva un avversario: bastava ascoltarla.
Perché il paradosso con cui ha aperto, forte come mai e precaria come mai, non è dialettica. È un’ammissione. E i numeri che ha pronunciato lei stessa, uno dopo l’altro, raccontano cosa ha prodotto in sette anni la Commissione che oggi chiede altri poteri, nuove tasse europee e un Consiglio europeo di sicurezza.
Novanta miliardi bruciati “senza una sola molecola di energia”
Il primo numero lo ha detto lei. Dalla chiusura dello Stretto di Hormuz i combustibili fossili importati sono costati all’Unione 90 miliardi di euro in più, “senza aggiungere una sola molecola di energia”. Novanta miliardi trasferiti dai bilanci delle famiglie e delle imprese europee ai fornitori extraeuropei, in sei mesi.
La sua Commissione aveva già messo per iscritto il resto, nelle previsioni di primavera del 21 maggio: tra il 27 febbraio e la fine di aprile il gas è salito del 50 per cento e il petrolio del 65. La crescita dell’Eurozona è stata tagliata allo 0,9 per cento, l’inflazione risale al 3, la fiducia dei consumatori è ai minimi da quaranta mesi, il debito dell’area euro passa dall’88,7 al 91,2 per cento entro il 2027.
Di fronte a questo, la risposta di Strasburgo è stata un obiettivo al 2040: raddoppiare la quota dell’elettricità. Quattordici anni. Nel frattempo, ha ammesso von der Leyen, 80 gigawatt di rinnovabili sono stati installati nel 2025 ma una capacità sei volte superiore aspetta ancora di essere collegata alla rete. Si costruisce ciò che non si può usare, e si paga ciò che non si produce.
Un miliardo al giorno alla Cina, e la chiamano “dialogo”
Il secondo numero è ancora più brutale. Il deficit commerciale dell’Unione con la Cina, ha detto la presidente, “è ormai di un miliardo di euro al giorno”. Un miliardo. Ogni giorno. E per le materie prime critiche la dipendenza da Pechino supera l’80 per cento, per alcune terre rare il 90.
Questi non sono dati caduti dal cielo. Sono il risultato di una politica industriale che ha decretato per legge la morte del motore endotermico regalando alla Cina il monopolio delle batterie, come abbiamo raccontato nel pezzo su Volkswagen che per sopravvivere fabbrica armi. Von der Leyen oggi parla di “secondo China shock” e di “deindustrializzazione nei cuori industriali d’Europa”. Lo dice come se lo avesse scoperto ieri. Lo ha firmato lei.
La risposta? Un “dialogo con la Cina per riequilibrare le relazioni” e una nuova Corporazione europea per le materie prime. Cioè un’altra struttura a Bruxelles. Contro un miliardo al giorno.
Semplificazione: 17 miliardi contro gli 800 chiesti da Draghi
La presidente ha rivendicato le dodici proposte omnibus che ridurrebbero gli oneri amministrativi “di circa 17 miliardi di euro all’anno”. Il rapporto Draghi, che lei stessa ha citato come bussola, quantificava in 800 miliardi l’anno gli investimenti aggiuntivi necessari per non uscire dalla storia industriale. Diciassette contro ottocento. E la responsabilità, ha aggiunto, ora è degli Stati membri: serve “un patto contro il gold-plating”. Bruxelles ha fatto la sua parte, il problema siete voi.
Il riarmo che compra americano
Sulla difesa il numero è un vanto: la spesa militare è aumentata “di quasi l’80 per cento” in cinque anni. Nello stesso discorso, però, von der Leyen ha annunciato che la settimana scorsa l’Unione ha approvato per la prima volta l’acquisto di missili intercettori Patriot americani, e che “dobbiamo ridurre la dipendenza da un unico fornitore”. Ottanta per cento di spesa in più e il sistema d’arma decisivo si compra a Washington.
Sulle sanzioni alla Russia, poi, una frase che vale un bilancio: “non servono sempre nuove sanzioni, ciò che serve è applicare quelle già esistenti”. Dopo ventuno pacchetti, la Commissione ammette che il problema è farli funzionare. Avevamo già spiegato chi decide davvero le sanzioni e con quale mandato: l’Europa paga, Washington incassa, e chi le propone non è mai stato su una scheda elettorale.
Kaja Kallas: l’Alta rappresentante che non esiste
E qui arriviamo al vuoto più clamoroso del discorso. In due ore e cinquanta minuti il nome di Kaja Kallas non viene pronunciato una sola volta. Compare, in forma anonima, come “l’Alta rappresentante e vicepresidente” con cui la presidente proporrà una nuova strategia di sicurezza. Nient’altro. La responsabile della politica estera dell’Unione, nel giorno in cui l’Unione racconta al mondo la propria politica estera, è un’assenza.
Non è distrazione. È il riflesso di quello che è successo a fine agosto: Germania e Francia hanno messo per iscritto un piano congiunto per porre Kallas sotto la supervisione diretta di von der Leyen, trasferendo alla Commissione gran parte del personale e delle funzioni del Servizio europeo per l’azione esterna, 145 delegazioni e circa un miliardo di euro l’anno di bilancio. Il giudizio delle fonti di Berlino e Parigi, raccolto dal Financial Times, è senza appello: davanti alle crisi mondiali la diplomazia UE è “disfunzionale”. Il piano è stato discusso al Gymnich di Wicklow del 2 settembre. A presiedere la seduta in cui si decideva di ridimensionarla c’era lei.
Kallas resiste. Ha detto apertamente che un assetto in cui qualcun altro decide sopra di lei renderebbe impossibile il suo ruolo, e ha messo la nuova segretaria generale del SEAE, l’olandese Kajsa Ollongren, a costruire una riforma alternativa. Un diplomatico ha riassunto a Politico: “vuole rallentare tutto perché non vuole essere subordinata a von der Leyen”. La riforma richiede l’unanimità dei 27, quindi può bloccarla. Ma il punto politico è già scritto: le due Nazioni fondatrici hanno certificato che l’Alta rappresentante non le rappresenta.
Quattro Nazioni da 250 milioni rappresentate da una da 1,3
Facciamo i conti. Germania, Francia, Italia e Spagna sommano oltre 250 milioni di abitanti e la quasi totalità della capacità industriale e militare del continente. La loro politica estera comune è affidata a chi guidava una Nazione da un milione e trecentomila persone, scelta per una sola qualità: l’ostilità verso Mosca. Abbiamo raccontato la baltizzazione della politica estera europea, e i suoi risultati sono nel discorso di oggi.
Sul Medio Oriente von der Leyen ha ammesso che gli Stati membri “non sono riusciti a costruire le maggioranze necessarie per una risposta unitaria”. Costruire quelle maggioranze è esattamente il mestiere dell’Alto rappresentante. Su Hormuz l’Unione non è mai stata al tavolo, come scrivemmo già a marzo quando l’Europa scoprì di non esistere, e Donald Trump ha bollato il contributo europeo come “irrilevante”. Su Ceuta la Spagna si è trovata sola ad agosto: oggi la presidente proclama che “Ceuta è Europa”, a crisi finita. La Francia, per bocca del ministro Barrot, aveva richiamato la Commissione a rispettare “la lettera e lo spirito dei trattati” sulla politica estera. La Germania ha risposto firmando il piano per commissariare il SEAE.
Un’Alta rappresentante che Parigi vuole ridimensionare, Berlino vuole subordinare, Roma e Madrid non hanno mai visto ai tavoli che contavano. E che la presidente della Commissione non nomina. Questo è lo stato dell’Unione.
Il conto lo paga l’Italia
Nelle stesse previsioni di primavera l’Italia è ultima nell’Unione: crescita allo 0,5 per cento nel 2026, inflazione al 3,2, debito verso il 139 per cento. La causa è scritta nel documento della Commissione: il caro-energia di Hormuz su una manifattura energivora. Il Governo ha chiesto una deroga al Patto di stabilità per l’energia, da trattare con la stessa urgenza della difesa, e Bruxelles ha frenato. Nel discorso di oggi la deroga non c’è. Ci sono, invece, “scelte chiare sul piano fiscale per garantire la sostenibilità dei conti pubblici”. Tradotto: si paga.
Dal Parlamento la reazione degli eurodeputati di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini e Carlo Fidanza, ha colpito il punto: la centralità della decarbonizzazione nel discorso, mentre la competitività delle imprese e le materie prime critiche restano ai margini. Paolo Borchia, per la Lega, ha usato l’immagine del Titanic che affonda mentre in sala si applaude. Critiche trasversali, ha registrato la stampa specializzata, da destra e da sinistra.
La fuga in avanti: Canada, Congresso e tasse europee
Quando i numeri sono questi, si cambia argomento. Von der Leyen ha proposto di aprire al Canada come primo “membro associato” dell’Unione, un Congresso d’Europa nel 2027 per i settant’anni dei Trattati di Roma, un “Articolo 4 europeo” per le minacce ibride, un Consiglio europeo di sicurezza e, soprattutto, “nuove risorse proprie” per il bilancio: tasse europee, per dirla senza giri di parole. Nessuna di queste proposte era in un programma votato dai cittadini. Persino dalla sinistra dell’Aula è arrivata la domanda: chi le ha dato il mandato democratico per questo?
E chi dissente, nel discorso, ha già un nome: “ultranazionalisti”, “antieuropeisti”, “prestanome e fantocci degli autoritari”. Metà del continente che vota diversamente da Bruxelles ridotta a strumento di Mosca. È così che una Commissione in difficoltà chiede più potere: non rendendo conto dei risultati, ma delegittimando chi li giudica.
L’Europa esiste. Sono le sue Nazioni, le sue industrie, i suoi popoli. Quello che non funziona è l’edificio che oggi, a Strasburgo, ha chiesto altri piani da costruire sopra fondamenta che i suoi stessi numeri dichiarano incrinate. Lo stato dell’Unione non è mai stato così forte, ha detto la presidente. Lo stato delle Nazioni che la compongono dice il contrario.
Fonti
- Adnkronos Eurofocus — Soteu 2026, il discorso integrale di Ursula von der Leyen
- Borsa Italiana — Commissione Ue, al ribasso le previsioni di crescita: PIL Eurozona +0,9% nel 2026
- Euronews — Germania e Francia propongono piano: Kallas sotto la supervisione di von der Leyen
- Adnkronos Eurofocus — La diplomazia Ue è da rifare? Francia e Germania spingono, Kallas resiste
- Linkiesta — Kallas sfida Parigi e Berlino: dentro la partita per il controllo della politica estera Ue
- Il Sussidiario — Germania e Francia: smantellare la diplomazia UE
- Eunews — SOTEU 2026: dall’Eurocamera critiche a von der Leyen
- EU24News — Von der Leyen, grandi annunci e un’Europa divisa
- Euronews — Il dibattito in Aula sullo stato dell’Unione

