La corsa alle spese militari al 5% del PIL, l’impegno che Giorgia Meloni aveva sottoscritto al vertice della NATO dell’Aja nel giugno 2025 sotto la spinta di Washington, si è scontrata con una realtà che nessun trattato può cancellare: il caro energia che picchia su famiglie e imprese. E davanti a questa realtà il governo ha compiuto una scelta di campo precisa, anteponendo la tenuta sociale ed economica della Nazione alla rincorsa di un parametro fissato altrove. Una decisione che l’opposizione racconta come un cedimento, ma che si legge meglio come la difesa di un interesse nazionale di fronte alla rigidità contabile dell’Unione.
Cosa prevede l’impegno NATO sulle spese militari al 5% del PIL
L’obiettivo del 5% del prodotto interno lordo da destinare alla difesa entro il 2035, concordato all’Aja, è una cifra che per una Nazione ad alto debito pubblico assume contorni proibitivi. A regime significherebbe spendere circa centoquarantacinque miliardi l’anno, contro i poco più di quaranta corrispondenti alla vecchia soglia del 2%: un sovrappiù stimato in oltre quattrocento miliardi nell’arco di un decennio. L’Italia oggi viaggia attorno all’1,58% e, secondo le proiezioni del ministero della Difesa, raggiungerebbe il 2% non prima del 2028. Sommare a questo cammino la prospettiva del 5% significava ipotecare bilanci pubblici già stretti tra il vincolo del deficit e una procedura europea per disavanzo eccessivo ancora aperta.
Lo shock energetico iraniano e la lettera di Meloni a von der Leyen
A cambiare le carte in tavola è stata la guerra in Iran, che dalla fine di febbraio ha riacceso la tensione sui mercati del gas e fatto risalire i prezzi dell’elettricità. La crisi energetica si è trasformata nella prima emergenza concreta per imprese e cittadini, con il costo dell’energia che per interi comparti produttivi supera del quaranta per cento la media continentale. È in questo scenario che si colloca la lettera di Meloni a von der Leyen, con cui la presidente del Consiglio ha chiesto formalmente all’Unione una deroga al Patto di Stabilità tanto per le spese energetiche quanto per quelle militari. Il messaggio politico è netto: non si possono imporre simultaneamente la stretta dei conti, la corsa al riarmo e l’esborso per attutire le bollette, scaricando l’impossibile somma sulle spalle dei contribuenti.
La deroga al Patto di Stabilità e lo scontro sui Fondi di Coesione
La risposta che arriva da Bruxelles, però, resta prigioniera della propria cornice contabile. Lo dimostra la proposta avanzata dal vicepresidente esecutivo della Commissione e commissario alla Coesione Raffaele Fitto, espressione di Fratelli d’Italia, di destinare all’emergenza energia parte dei Fondi di Coesione: è l’unica leva che le regole vigenti consentono di muovere, perché senza una deroga sul deficit non esiste un solo euro nuovo da mettere sul tavolo. È il sistema, non la volontà di chi ci lavora dentro, a imporre una soluzione a somma zero, che sposta risorse già destinate ai territori e apre il fronte con le Regioni. Sul fronte della difesa, il prestito europeo SAFE da quasi quindici miliardi resta in un limbo, mentre le sollecitazioni del ministro Crosetto al Tesoro non hanno ancora prodotto una linea di copertura. La trattativa condotta da Giorgetti con la Commissione procede a rilento, con i vertici dell’Unione che si limitano a far sapere di “esaminare” la richiesta italiana. La logica resta quella di sempre: la cornice del Patto di Stabilità viene difesa come un dogma, anche quando le circostanze imporrebbero di adattarla alla realtà.
Le nuove priorità: prima gli italiani, poi gli impegni di Bruxelles
Al Senato la fotografia di questa scelta è arrivata con la mozione sulla sicurezza energetica presentata dai capigruppo di maggioranza. Nel testo era comparso, per poi sparire all’ultimo momento, un passaggio che chiedeva di rivedere l’obiettivo del 5%; ufficialmente è stato definito un inserimento “per errore”, corretto dopo l’intervento di Crosetto, con l’impegno a mantenere una posizione “realistica e credibile” in ambito atlantico e a confermare il traguardo del 2%. L’opposizione ha gridato al “governo allo sbando” e ha rivendicato la conversione dell’esecutivo alle proprie tesi pacifiste. È una lettura che si smonta da sola: ridimensionare un obiettivo irrealistico per concentrare le risorse dove serve davvero non è una resa, ma il segno di una guida che antepone il proprio popolo a una promessa sottoscritta in un contesto diverso. La premier lo ha chiamato con un’espressione che vale come bussola: di fronte alle “nuove priorità”, la tenuta della Nazione viene prima.
L’Europa dei popoli contro l’Europa dei burocrati
Dietro la contabilità si gioca una partita di visione. Da un lato l’Europa dei popoli, erede della civiltà greco-romana, fondata sulla cooperazione di nazioni sovrane consapevoli dei propri interessi vitali. Dall’altro l’Europa dei burocrati, quella dei piccoli Stati del nord e del Baltico che pretendono di dettare l’austerità contabile all’intero continente, indifferenti alle condizioni reali delle grandi nazioni manifatturiere. La scelta del governo di proteggere famiglie e imprese, anche a costo di rinviare un impegno militare insostenibile, è esattamente l’affermazione di quella sovranità che Bruxelles vorrebbe ridurre a una colonna di un foglio di calcolo. È il coraggio di imporre una propria lettura della realtà, anziché subire quella altrui. E forse, in questa capacità di mettere il proprio popolo davanti alla rigidità di un’Unione lontana dai territori, si misura la differenza tra chi amministra una contabilità e chi guida una Nazione.
Fonti
- Il Sole 24 Ore — Difesa, «rivedere spesa NATO al 5% del Pil», poi la retromarcia della maggioranza
- il Giornale — Spese NATO e Patto di Stabilità, il governo tratta con l’Ue
- L’Espresso — Caos nella maggioranza sulle spese NATO
- Adnkronos / Cremaoggi — Ue, pressing Meloni su risorse per l’energia
- Pagella Politica — Quanti miliardi costerà all’Italia l’aumento della spesa militare
- Avvenire — Spesa militare al 5% del Pil, il costo per l’Italia

