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Europa

Il decreto della sostituzione etnica: Sánchez regolarizza mezzo milione di clandestini

Carmen Ruiz

Cinquecentomila clandestini regolarizzati per decreto, Parlamento bypassato, rimesse all'estero accettate come prova di residenza. La sinistra europea non nasconde più il progetto: sostituire il popolo che non vota più per lei. Ma l'Europa della remigrazione è già in marcia.

Riassunto dell'articolo

Il governo spagnolo di Pedro Sánchez ha approvato il 14 aprile 2026 un Real Decreto che avvia la regolarizzazione straordinaria di circa cinquecentomila clandestini presenti in Spagna prima del primo gennaio 2026. La misura, concordata con Podemos e adottata dalla coalizione di minoranza PSOE-Sumar bypassando il Parlamento, rappresenta la settima sanatoria di massa dal 1986. L'articolo demolisce la narrativa economicista che giustifica la regolarizzazione (saldo fiscale negativo degli immigrati, 7,7 miliardi di rimesse in uscita dalla Spagna ogni anno, truffa pensionistica), denuncia il progetto di sostituzione etnica perseguito dalla sinistra europea e rilancia la remigrazione come risposta politica coerente, ormai formalizzata nel regolamento UE rimpatri del 26 marzo 2026 e nei programmi ufficiali di Vox, AfD e dell'intera destra sovranista europea.

Il 14 aprile 2026 il governo spagnolo di Pedro Sánchez ha approvato per Real Decreto — bypassando il Parlamento — la regolarizzazione straordinaria di circa cinquecentomila clandestini presenti sul territorio nazionale. È la settima sanatoria di massa dal 1986: in quarant’anni la Spagna ha regolarizzato un milione e trecentomila persone entrate illegalmente. La misura è stata concordata con Podemos e adottata dalla coalizione di minoranza PSOE-Sumar attraverso lo strumento del decreto perché il governo non aveva i voti parlamentari per farla approvare in via ordinaria. È un dato politico che nessun commentatore mainstream ha messo al centro: la più grande operazione demografica della storia recente spagnola è stata imposta a un Parlamento che non l’avrebbe votata.
Il metodo è già la sostanza. Una decisione che modifica la composizione stessa del corpo civico di una Nazione viene sottratta al dibattito parlamentare perché la rappresentanza democratica è un ostacolo, non un presidio. E la giustificazione ufficiale — il solito mantra sul contributo economico degli stranieri — è una bugia statistica che non regge a cinque minuti di analisi seria. Ma il cuore della questione non è tecnico. È politico e civilizzazionale: la sinistra europea, di cui Sánchez è oggi l’avanguardia più scoperta, ha fatto della sostituzione etnica una strategia di potere. E lo fa proprio nel momento in cui il resto d’Europa, Italia in testa, sta imboccando la direzione opposta.

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Il decreto Sánchez: mezzo milione di regolarizzazioni senza passare dal Parlamento

Il Real Decreto approvato in Consiglio dei ministri il 14 aprile apre la procedura di concessione del permesso di residenza a chi si trovava in Spagna prima del primo gennaio 2026 con almeno cinque mesi di permanenza ininterrotta, senza precedenti penali e senza rappresentare “una minaccia per l’ordine o la sicurezza pubblica”. Le domande potranno essere presentate da aprile a giugno. Il permesso durerà un anno ed è rinnovabile.
Secondo il rapporto Funcas aggiornato al 2025, nel Paese vivono circa ottocentoquarantamila extracomunitari in situazione irregolare. Il decreto ne intercetta circa il sessanta per cento in una sola mossa. La portavoce del governo Elma Saiz ha ufficializzato la dottrina: “Una Nazione che dà diritti invece di toglierli è una Nazione migliore”. Sánchez stesso ha rincarato: il contributo degli immigrati sarebbe “molto positivo” in termini di crescita, creazione di occupazione e sostenibilità del sistema previdenziale.
C’è un dettaglio del decreto che vale la pena fissare perché nessun giornale ha saputo coglierne l’enormità simbolica. Per dimostrare la residenza effettiva, il governo ammette esplicitamente tra le prove accettabili “le ricevute di rimesse inviate alle famiglie nei Paesi d’origine”. In altre parole: la prova che tu stai inviando soldi fuori dalla Spagna diventa il titolo che ti permette di restare in Spagna. È un’auto-confessione straordinaria del modello economico sottostante, e ci torneremo a breve.
Santiago Abascal ha colto immediatamente il nervo scoperto: “Gli spagnoli non hanno dato il loro consenso a tutto questo. Se i clandestini fanno ormai parte della nostra vita quotidiana, è solo perché tu e il Partito Popolare li avete lasciati entrare contro le nostre leggi e contro i nostri interessi. Il popolo non lo perdonerà”. La forza dell’obiezione di Vox non è nei toni ma nell’osservazione procedurale: il popolo spagnolo non è mai stato interpellato. Mai un referendum, mai un voto esplicito sulla regolarizzazione, mai un passaggio parlamentare trasparente. Sette sanatorie di massa dal 1986, un milione e trecentomila regolarizzazioni, e non una sola volta il corpo elettorale è stato chiamato a decidere.

La grande bugia economicista: i migranti non “finanziano” il welfare, lo drenano

Il cuore della propaganda Sánchez è la narrativa economica. L’immigrato come “risorsa”, come contribuente netto, come pilastro della sostenibilità pensionistica. È la stessa bugia che ripetono Draghi, von der Leyen, la Commissione europea, tutto l’apparato mediatico progressista. È una bugia strutturale e i numeri la smontano in modo definitivo.
Lo studio di Majlinda Joxhe e Skerdilajda Zanaj, pubblicato su dati EU-SILC e citato ripetutamente nella letteratura economica, dimostra che il contributo fiscale netto degli immigrati è negativo nella media europea: in tutta l’Unione, le famiglie immigrate ricevono in trasferimenti sociali più di quanto versano in imposte e contributi. Il dato OCSE conferma: il saldo medio per gli stranieri è di meno tre per cento, contro meno cinque dei nativi. E la Spagna si colloca esattamente nel gruppo dei Paesi in cui il saldo fiscale dell’immigrazione è strutturalmente sfavorevole.
Il perché è banale quanto decisivo. I settori che assorbono manodopera immigrata — agricoltura stagionale, edilizia, ristorazione, cura domestica, raccolta nei campi, logistica di magazzino — sono esattamente quelli a più basso valore aggiunto e a più bassa tassazione effettiva. Lavori pagati poco, tassati ancora meno, spesso sommersi o semi-sommersi. Nel frattempo le famiglie immigrate accedono a sanità pubblica, istruzione dei figli, edilizia sociale, sussidi familiari, reddito minimo spagnolo, mediazione culturale. I benefici pesano sulle casse pubbliche in misura sistematicamente superiore al gettito fiscale che l’immigrato produce.
Il governo Sánchez vende come successo un trucco statistico elementare: la crescita del PIL assoluto. Certo che aumentando la popolazione aumenta il PIL. Ma il dato economico rilevante per il benessere di una Nazione non è il PIL totale, è il PIL pro capite e la produttività oraria. Su entrambe le grandezze la Spagna arranca rispetto ai partner europei da vent’anni. L’immigrazione di massa comprime strutturalmente i salari dal basso, deprime la produttività complessiva, blocca gli incentivi all’innovazione e alla meccanizzazione dei settori a basso valore, e soprattutto sposta sistematicamente il problema della competitività dal terreno della qualità al terreno della quantità di manodopera disponibile a basso costo. È un modello di sviluppo estensivo, non intensivo: si cresce aggiungendo corpi, non aumentando il valore prodotto per corpo.
C’è poi l’effetto spiazzamento. La manodopera straniera a basso costo sottrae occasioni di lavoro ai giovani spagnoli, in un Paese che registra da sempre una delle disoccupazioni giovanili più alte d’Europa. E che infatti esporta i propri laureati: negli ultimi quindici anni centinaia di migliaia di giovani spagnoli qualificati sono andati a lavorare in Germania, nel Regno Unito, negli Emirati. Mentre Sánchez regolarizza braccianti e camerieri senza titolo di studio, la Spagna perde medici, ingegneri, architetti. È la sostituzione etnica come fuga di cervelli organizzata: esce capitale umano formato con i soldi dei contribuenti spagnoli, entra manodopera da sfruttare a salari compressi.

Il paradosso delle rimesse: 7,7 miliardi che escono dalla Spagna ogni anno

I dati Eurostat sono impietosi e li cita qualunque rapporto serio sull’immigrazione europea. La Spagna figura stabilmente al secondo posto in Europa, dietro solo alla Francia, per saldo negativo delle rimesse: nel 2018 sono usciti dalla Spagna verso Paesi terzi ben sette virgola sette miliardi di euro. Ogni anno miliardi di euro prodotti sul territorio spagnolo — con infrastrutture spagnole, sanità spagnola, sicurezza pubblica spagnola pagate dai contribuenti spagnoli — escono dall’economia nazionale per finanziare consumi in Marocco, Colombia, Venezuela, Ecuador, Senegal.
Questo è il punto centrale che la propaganda governativa non può permettersi di dire ad alta voce. Perché distrugge ogni residua plausibilità della tesi del “contributo economico”. Un immigrato che manda il quaranta per cento del suo stipendio in patria non è un contribuente del sistema spagnolo: è un estrattore di risorse. Produce valore in Spagna ma lo spende altrove. Accede a servizi pagati dal fisco spagnolo ma non reinveste in Spagna il proprio reddito. È un bancomat rovesciato: prende dall’economia ospite e deposita nell’economia d’origine.
Ed ecco perché l’ammissione delle ricevute di rimesse come prova di residenza, contenuta nel decreto Sánchez, è un momento di verità involontaria. Il governo socialista spagnolo regolarizza persone esibendo la documentazione del fatto che stanno drenando ricchezza verso l’estero. Lo Stato certifica ufficialmente, nero su bianco, che il requisito per ottenere il permesso è la prova di aver impoverito il Paese che ti sta accogliendo. È il rovesciamento completo della logica del cittadino-contribuente: diventi residente perché hai inviato denaro fuori, non perché l’hai investito dentro.

Pensioni e PIL: la truffa contabile della sostenibilità

Sánchez insiste in particolare sulla tenuta del sistema previdenziale. È qui che la sinistra europea gioca la carta emotiva più efficace: senza immigrati, dicono, le pensioni saltano. È una truffa contabile di portata generazionale.
L’immigrato regolarizzato oggi non è un contribuente perpetuo. È un futuro pensionato. I cinquecentomila che Sánchez regolarizza nel 2026 andranno in pensione tra venti, trenta, al massimo trentacinque anni. A quel punto avranno bisogno di essere a loro volta mantenuti. Da chi? Dai loro figli? I dati di fecondità degli immigrati in Europa occidentale convergono rapidamente verso quelli dei nativi entro una o due generazioni: non generano popolazione sufficiente a sostituire sé stessi. Dovranno quindi essere sostenuti da nuovi flussi migratori. Che saranno più numerosi dei precedenti. E quelli ancora da altri flussi più numerosi, e così via.
Questo non è un sistema previdenziale: è uno schema Ponzi generazionale. Funziona solo finché cresce esponenzialmente. Il momento in cui il flusso migratorio si interrompe, il sistema collassa — con un bilancio etnico completamente modificato rispetto alla Nazione di partenza e nessun beneficio economico duraturo. Chiamarla “sostenibilità” è un abuso linguistico: è dipendenza strutturale crescente da flussi sempre più massicci. Cioè, detto nei termini reali: è sostituzione demografica perpetua mascherata da politica pensionistica.
Qualunque persona onesta dovrebbe riconoscere che un sistema previdenziale sano si regge o sulla natalità interna o sull’aumento della produttività per lavoratore, non sull’importazione ininterrotta di forza lavoro a bassa qualifica. Un Paese serio, davanti al crollo demografico, incentiva le proprie famiglie a fare figli, sostiene la natalità interna con politiche fiscali e abitative aggressive, automatizza i settori a basso valore e forma meglio i propri giovani. Fa, cioè, esattamente quello che l’Ungheria di Orbán ha fatto con il suo modello di politica familiare. La sinistra europea invece ha scelto la scorciatoia: sostituire i popoli invece che sostenerli.

Sostituzione etnica: non una teoria del complotto, una politica dichiarata

Per anni chi denunciava la sostituzione etnica veniva liquidato come complottista. Oggi basta leggere le dichiarazioni ufficiali dei governanti socialisti europei per capire che ciò che era definito come “teoria” è diventato programma esplicito. Sánchez parla apertamente di “sfida demografica” da affrontare tramite l’immigrazione. La ministra Saiz afferma che i regolarizzati “danno vita alle nostre città e alle nostre strade”. Nessuno più si nasconde dietro il pudore tecnocratico.
Il meccanismo è cristallino. Le popolazioni europee native non fanno figli. Le cause sono molteplici e tutte imputabili al modello socio-economico imposto dalle élite progressiste negli ultimi cinquant’anni: precarizzazione del lavoro, collasso del welfare familiare, femminismo d’élite contrapposto alla maternità, ideologia dell’autorealizzazione individuale contro ogni logica di continuità generazionale, costo abitativo insostenibile, tassazione punitiva sulle famiglie. Il risultato demografico è noto: tassi di fecondità crollati sotto la soglia di sostituzione in tutta l’Europa occidentale.
A quel punto, davanti al vuoto demografico che esse stesse hanno prodotto, le élite progressiste hanno due opzioni. Prima opzione: cambiare il modello che ha prodotto lo sterminio demografico interno. Politiche familiari aggressive, tasse sui single e sui senza figli, riforma dell’edilizia abitativa, ricostruzione del legame comunitario. Seconda opzione: importare nuovi corpi dall’esterno per rimpiazzare i figli non nati. La sinistra europea ha scelto sistematicamente la seconda. Non per caso. Non per distrazione. Per convenienza politica: i nuovi arrivati voteranno sinistra nella prima e nella seconda generazione, sostituiranno un elettorato nazionale sempre più ostile alla sinistra, e contestualmente manterranno i salari bassi e i profitti alti per il grande capitale globalizzato alleato delle socialdemocrazie.
La sostituzione etnica è dunque la risultante di un calcolo preciso: conservare il potere cambiando il popolo. Quando un governo non può più ottenere il consenso del proprio popolo, ne importa uno nuovo. Sánchez lo sta facendo in diretta. Il suo governo è di minoranza, sostenuto da indipendentisti catalani e baschi che detestano la Nazione spagnola, e incapace di far passare provvedimenti cruciali in Parlamento. Non può chiedere nuove elezioni perché le perderebbe. Allora governa per decreto e rifonda il corpo elettorale dal basso. Tra dieci anni, quando i cinquecentomila regolarizzati e i loro familiari avranno la cittadinanza, Sánchez o il suo successore socialista avrà costruito una base di voto blindata per generazioni.

La sinistra europea contro i popoli europei

Questa non è più una questione spagnola. È il laboratorio di ciò che la sinistra europea vorrebbe imporre ovunque. La mappa politica del continente è chiara: dove governa la sinistra si apre, si regolarizza, si facilita, si estende la cittadinanza. Dove governa la destra sovranista si chiude, si respinge, si rimpatria. Non è retorica: è la fotografia del 2026.
La Spagna di Sánchez regolarizza mezzo milione. La Germania della grande coalizione ha regolarizzato masse di siriani e afghani. La Francia macroniana — socialista travestita da centro — ha aperto a un milione di regolarizzazioni negli ultimi anni. Il Belgio, l’Olanda, il Portogallo socialista, l’Irlanda: tutte le realtà politiche dominate dalle forze progressiste hanno seguito la medesima linea. Sempre con la stessa giustificazione economica. Sempre con gli stessi risultati: degrado urbano, crisi dell’integrazione, emergenza sicurezza, fratture culturali profonde, rivolte etniche nelle banlieue e nei quartieri segregati.
Il progetto è lo stesso ovunque. Le formule retoriche sono copiate e incollate: “sostenibilità”, “diritti”, “contributo all’economia”, “Paese migliore”. E la copertura ideologica è fornita dalla Commissione europea, da Bruxelles, dall’apparato burocratico sovranazionale che la sinistra ha colonizzato negli ultimi trent’anni. La differenza tra Europa e Unione — tra l’Europa come civiltà millenaria e l’Unione come dispositivo burocratico al servizio del capitale globalizzato — emerge qui con nettezza assoluta. L’Europa vera, quella dei popoli, delle Nazioni, delle cattedrali e delle piazze, è esattamente ciò che la sinistra di Bruxelles vuole dissolvere. L’Unione europea di oggi è il braccio amministrativo della sostituzione.

L’Italia di Meloni e il regolamento UE rimpatri: la direzione opposta

Mentre Sánchez regolarizzava, l’Europa si muoveva nella direzione opposta. Il 26 marzo 2026 — meno di tre settimane prima del decreto spagnolo — il Parlamento europeo ha approvato il nuovo regolamento rimpatri con trecentottantanove voti favorevoli. Detenzione massima portata da diciotto a ventiquattro mesi. Ordine di rimpatrio europeo valido in tutta l’area Schengen. Apertura ai return hubs offshore sul modello italiano Shengjin-Gjader. Il testo è passato grazie al voto combinato di ECR, PPE, Patrioti per l’Europa ed ESN — l’intera destra europea unita per la prima volta su un dossier centrale.
L’architetto di quella vittoria è il governo italiano di Giorgia Meloni. Il protocollo Italia-Albania firmato nel novembre 2023, costato seicentocinquanta milioni di euro, ha introdotto nel diritto europeo il modello dei centri di rimpatrio offshore. Nicola Procaccini, copresidente ECR e dirigente di Fratelli d’Italia, lo ha detto senza giri di parole: “La linea del governo Meloni è diventata la linea europea”. È vero. L’Italia ha ribaltato il paradigma migratorio continentale. Piano Mattei, accordi bilaterali con i Paesi di origine, centri in Albania, stretta sui rimpatri, regolamento europeo: una strategia coerente che ha trasformato il laboratorio italiano in norma europea.
Abbiamo ricostruito in dettaglio questo passaggio epocale nel nostro articolo “Remigrazione: da parola proibita a legge europea in 18 mesi”, che consigliamo di leggere in parallelo a questo per comprendere fino in fondo la magnitudine dello scontro in corso. L’Europa delle Nazioni, guidata dall’Italia sovranista e affiancata dall’Ungheria di Orbán, ha vinto la battaglia culturale e normativa sull’immigrazione. Sánchez, in questo quadro, appare sempre più come un sopravvissuto ideologico isolato, aggrappato a un modello che il continente sta archiviando.

La risposta è la remigrazione: Vox, AfD e il Summit di Milano

La risposta politica coerente al decreto Sánchez ha un nome e si chiama remigrazione. Non è più una parola tabù, non è più uno slogan di nicchia. È programma politico di tre dei principali partiti europei, materia legislativa a livello UE, piazza viva nelle capitali europee.
Vox ha inserito la remigrazione nel proprio programma economico e abitativo del giugno 2025, richiedendo “l’immediata espulsione di tutti gli immigrati che entrano illegalmente nella nostra Nazione, di quegli immigrati legali che commettono reati gravi o che fanno dei reati minori la loro forma di vita, così come di quelli che decidono di non integrarsi”. A febbraio 2026 i gruppi parlamentari di Vox hanno depositato una mozione formale in Parlamento e nelle assemblee regionali chiedendo “la remigrazione degli stranieri che, per non contribuire con il proprio lavoro e sforzo all’economia nazionale e per vivere degli aiuti sociali, sono un peso per il Welfare degli spagnoli”. La deputata Rocío De Meer, nel luglio 2025, si è spinta fino a quantificare: otto milioni di espulsioni, includendo anche le seconde generazioni non integrate. Nessuna smentita dal partito. Abascal ha tenuto la linea. Nello stesso 2025 Vox ha abbandonato il gruppo ECR di Meloni per entrare nei Patrioti per l’Europa di Orbán: una scelta strategica che segnala la volontà di costruire un fronte più duro e coerente.
L’AfD tedesca ha fatto lo stesso percorso. Al congresso di Riesa del gennaio 2025 il partito ha formalizzato la remigrazione nel programma elettorale, approvato all’unanimità. Risultato: sedici per cento alle europee del 2024, e nella primavera del 2026 primo partito in Germania secondo i sondaggi, in particolare nei Länder orientali. Herbert Kickl in Austria, Reconquête in Francia, i Patrioti in tutto il continente: la remigrazione è ormai lessico politico legittimo, documento ufficiale, agenda di governo potenziale.
In Italia la partita si è giocata proprio nei giorni del decreto Sánchez. Il 18 aprile 2026 Milano ha ospitato il Remigration Summit in Piazza Duomo, convocato dalla Lega e dai Patrioti. Una manifestazione imponente che ha trasformato il capoluogo lombardo nella capitale europea della destra sovranista per un giorno. Abbiamo documentato anche le tensioni interne al centrodestra italiano sul tema — con Fratelli d’Italia uscita dall’aula e Forza Italia astenuta nel voto di condanna del Consiglio comunale milanese — nell’articolo “Remigration Summit, la domanda che FdI e Forza Italia non vogliono sentire”. È un nodo che la destra italiana dovrà sciogliere presto: non si può praticare la remigrazione (come oggettivamente fa il governo Meloni con Albania e regolamento UE) e poi temerne la parola.

Sánchez contro la storia: la Spagna come ultimo avamposto della sinistra sostitutiva

Mettiamo in fila i fatti come emergono dal quadro europeo. Marzo 2026: il Parlamento europeo approva il regolamento rimpatri più duro della storia UE. Aprile 2026: Sánchez regolarizza mezzo milione di clandestini per decreto. 18 aprile 2026: Milano ospita il Remigration Summit con decine di migliaia di partecipanti. Il contrasto non potrebbe essere più netto. Non è un confronto ideologico astratto: è un confronto tra atti concreti, leggi, piazze, governi. Da un lato l’Europa che riscopre le sue frontiere, le sue Nazioni, i suoi popoli. Dall’altro la Spagna socialista che pratica in dosi da cavallo il veleno che sta uccidendo la Francia, il Belgio, la Germania pre-AfD.
Sánchez non è l’avanguardia di nulla. È la retroguardia di un modello in pieno fallimento. Sta difendendo la posizione che altre sinistre europee hanno già perso o stanno perdendo. Sta accelerando il progetto sostitutivo proprio mentre l’opinione pubblica continentale si sposta in massa verso chi propone remigrazione, frontiere chiuse, priorità nazionale. I sondaggi spagnoli confermano la traiettoria: Vox è cresciuto in modo consistente e intercetta una quota sempre più larga di elettorato popolare e operaio, le stesse categorie che una volta votavano PSOE. Sánchez lo sa. Per questo regolarizza mezzo milione di futuri elettori: è una corsa contro il tempo demografico. Spera che la sostituzione etnica corra più veloce della consapevolezza popolare.
Non funzionerà. Il modello sta collassando dovunque sia stato applicato. La Francia è ingovernabile. Il Regno Unito si è staccato dalla UE in parte per ragioni migratorie. La Germania ha eletto in massa AfD nelle sue regioni centrali. L’Olanda ha visto Wilders primo partito. Il Portogallo ha Chega in crescita verticale. E adesso tocca alla Spagna. Vox arriverà al governo, presto. E quando arriverà, dovrà smontare pezzo per pezzo l’impianto che Sánchez sta costruendo oggi per decreto. Sarà un lavoro lungo, costoso, impopolare nei media, ma necessario. La ricostruzione etnica, culturale e demografica della Nazione spagnola sarà il compito della prossima generazione di patrioti iberici. Così come altrove sarà il compito della destra europea tutta.
Il decreto Sánchez del 14 aprile 2026 passerà alla storia per quello che è stato: l’ultima grande offensiva di una sinistra europea che ha perso il proprio popolo e sta cercando di sostituirlo prima che sia il popolo a sostituire lei. Non ci riuscirà. Perché contro il programma della sostituzione c’è ormai in campo il programma della remigrazione. E la remigrazione non è più un sogno della destra radicale: è legge europea, è prassi italiana, è piazza milanese, è agenda di governo in Germania e Spagna. Sánchez sta nuotando contro la corrente della storia. Sarà travolto.

Il Tempo — Spagna, Sanchez regolarizza 500mila migranti. Insorgono le opposizioni (14 aprile 2026)
Il Fatto Quotidiano — Spagna, il governo Sanchez regolarizza mezzo milione di migranti irregolari
Il Post — La Spagna regolarizzerà centinaia di migliaia di immigrati irregolari
Newsroom24 — Spagna, Sánchez dà il via libera alla regolarizzazione di 500mila clandestini
Geopop — La Spagna regolarizza 500.000 migranti: quali sono i requisiti
Etica ed Economia — Immigrazione: peso o benedizione per i Paesi europei? (Joxhe-Zanaj)
Europa Today — Le rimesse dei migranti valgono 35 miliardi: dati Eurostat
Fondazione Feltrinelli — Remigrazione e consenso: la linea di Vox
Fondazione Feltrinelli — Remigrazione: una breccia nella democrazia europea
Adnkronos Eurofocus — Cos’è la remigrazione, dalla Germania all’Italia
Il Politico Web — Remigrazione: da parola proibita a legge europea in 18 mesi
Il Politico Web — Remigration Summit, la domanda che FdI e Forza Italia non vogliono sentire
Il Politico Web — La remigrazione scende in piazza: Milano 18 aprile

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