Pedro Sánchez ha perso due volte in un’ora. Venerdì 2 ottobre il Congresso dei deputati ha bocciato entrambi i decreti casa di Sánchez, varati martedì dal Consiglio dei ministri per rispondere alla crisi abitativa in Spagna. Il primo è caduto con 172 sì e 178 no. Il secondo con 166 sì e 184 no. Nessun astenuto.
Non è un incidente d’aula. È il conto di otto anni di governo, presentato tutto insieme.
Decreti casa di Sánchez: come è andato il voto
Sul primo decreto hanno votato contro il Partito Popolare, Vox, i navarri di UPN e i sette deputati di Junts, il partito di Carles Puigdemont. Sono stati questi ultimi a decidere la partita.
Sul secondo la maggioranza si è sfaldata ancora di più. Ai contrari si sono aggiunti i baschi del PNV e Coalición Canaria, che pure avevano sostenuto il primo testo. Il PNV ha fatto sapere che il governo non lo aveva nemmeno cercato per trattare.
Il secondo decreto era entrato in vigore alla mezzanotte di venerdì. È durato poche ore.
Cosa prevedevano i decreti casa in Spagna
Il primo provvedimento sospendeva gli sfratti per le persone economicamente vulnerabili. Concedeva una proroga di due anni ai contratti in scadenza entro il 2028. Stringeva le regole sugli affitti temporanei e limitava alcuni acquisti a fini speculativi.
Il secondo introduceva il rinnovo automatico dei contratti, senza una scadenza definitiva. Il proprietario che non avesse rinnovato avrebbe dovuto versare all’inquilino un indennizzo pari a dodici mensilità, salvo alcune eccezioni.
Il governo aveva spezzato il pacchetto in due proprio perché temeva di non avere i voti. Li ha persi entrambi.
Otto anni di governo, una settimana di decreti
Tutto nasce dallo sfratto di Maricarmen Abascal, 87 anni, cacciata dalla sua casa di Madrid. La società proprietaria le aveva portato l’affitto da 450 a 2.650 euro al mese. Le immagini hanno riempito le piazze e Puerta del Sol è occupata da giorni.
Solo allora Sánchez si è mosso. Guida la Spagna dal giugno 2018. In otto anni gli affitti sono cresciuti molto più degli stipendi e le case disponibili non bastano. La risposta è arrivata in pochi giorni, sotto la pressione delle telecamere, con due decreti d’urgenza.
L’ha detto in aula Juan Bravo, del Partito Popolare: il governo ha voluto aggiustare in otto giorni ciò che ha rovinato in otto anni. È difficile dargli torto.
Un governo senza maggioranza
Sánchez è intervenuto a sorpresa prima del voto. Ha chiesto ai deputati di «fare la cosa giusta» e ha avvertito che la storia li giudicherà «prima di quanto credono». Non ha spostato un voto.
Il motivo è semplice. La sua maggioranza non esiste. Regge sugli stessi indipendentisti catalani a cui ha concesso l’amnistia per restare alla Moncloa. Oggi quei sette deputati gli hanno presentato il conto. Chi compra il potere a rate, prima o poi trova il creditore alla porta.
Lo riconoscono anche i suoi predecessori. Mariano Rajoy e il socialista Felipe González hanno detto nelle stesse ore che la Spagna non si governa più da tempo, a partire dall’incapacità di approvare un bilancio.
Spagna, elezioni anticipate: l’ipotesi del 29 novembre
Fonti del governo e del partito socialista parlano ora di elezioni anticipate in Spagna. Tra le date ipotizzate c’è il 29 novembre. La scadenza naturale della legislatura è il 2027.
Qui sta il punto. Un premier che sa di perdere e porta comunque al voto due decreti non cerca una legge. Cerca un tema. Sánchez è stretto tra le inchieste che toccano il suo partito e la sua cerchia. La casa gli offre il terreno per cambiare discorso.
Alberto Núñez Feijóo l’ha detto senza giri di parole: i decreti non servivano a salvare Maricarmen, ma Sánchez. E ha accettato la sfida delle urne.
Chi difende davvero gli inquilini
Resta la questione vera, che la bocciatura non cancella. La casa è un bene primario delle famiglie, non una merce da fondo d’investimento. Lo sfratto di una donna di 87 anni per triplicare un canone è un’ingiustizia che uno Stato serio impedisce.
Ma i decreti di Sánchez non colpivano solo i grandi fondi. Mettevano nello stesso sacco la società immobiliare e il pensionato che affitta un appartamento per integrare il reddito. Un rinnovo senza scadenza con dodici mensilità di penale spinge il piccolo proprietario a ritirare la casa dal mercato. Secondo dati di settore ripresi dalla stampa economica spagnola, in tre giorni sarebbero spariti dagli annunci oltre quattromila alloggi.
Intanto la domanda cresce. Lo stesso governo ha aperto una regolarizzazione degli immigrati che ha raccolto più di un milione di richieste. Più abitanti, stesse case: il prezzo lo pagano i giovani e le famiglie spagnole.
Nemmeno l’opposizione può cavarsela con un no. Il Partito Popolare promette un milione di alloggi in quattro anni. Dovrà dire anche come intende fermare la speculazione dei fondi, perché costruire non basta se a comprare sono sempre gli stessi.
La casa come campagna elettorale
Il sindacato degli inquilini ha convocato per sabato manifestazioni in oltre cinquanta città e prospetta lo sciopero generale. La piazza resterà piena, ed è la piazza su cui Sánchez conta.
La bocciatura dei decreti casa di Sánchez lascia così due sconfitti. Il primo è un premier che ha governato otto anni senza costruire e ora si presenta come difensore degli sfrattati. I secondi sono gli inquilini, usati come argomento da comizio. Vale per Madrid e vale per ogni Nazione d’Europa: la casa si difende con una politica, non con un decreto scritto per perdere.
Fonti
- ANSA – Il Congresso spagnolo boccia il decreto di misure per la casa
- Il Post – In Spagna i decreti contro la crisi abitativa sono stati bocciati dal parlamento
- El Español – Votación del decreto de la vivienda, en directo
- Estrategias de Inversión – PP, Vox, Junts, PNV, Coalición Canaria y UPN tumban el decreto
- COPE – La votación de los decretos de vivienda, en directo
- elEconomista – El Congreso tumba los dos decretos de vivienda del Gobierno

