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Italia

Bologna, 64 agenti feriti dopo il corteo per Fakir: il centrodestra chiede le dimissioni di Lepore

Antonio Antipari

Sessantaquattro poliziotti feriti, sei mezzi danneggiati, auto in fiamme nel centro storico. Il sindaco aveva convocato la piazza a meno di 24 ore dai fatti: Fratelli d'Italia e Lega presentano esposti e chiedono le dimissioni.

Riassunto dell'articolo

Dopo la manifestazione convocata dal sindaco Matteo Lepore per la morte di Abderrahim Fakir, Bologna è stata teatro di guerriglia urbana: 64 agenti feriti con prognosi fino a 35 giorni, sei mezzi della Polizia danneggiati, due auto incendiate e vetrine devastate. Il centrodestra attribuisce al sindaco la responsabilità politica di aver convocato la piazza a poche ore dai fatti, alimentando un clima ostile verso le forze dell'ordine. Lega e Fratelli d'Italia hanno presentato esposti e chiesto le dimissioni. Lepore si difende parlando di "due piazze", ma la distinzione non convince.

Sessantaquattro agenti feriti, con prognosi dai tre ai trentacinque giorni. Sei mezzi della Polizia danneggiati. Due automobili incendiate, vetrine sfondate, sportelli bancomat colpiti, decine di biciclette trasformate in barricate. È il bilancio, certificato dalla Questura, della notte di guerriglia che ha devastato il centro di Bologna dopo la manifestazione per Abderrahim Fakir, il 42enne marocchino morto domenica durante un intervento di polizia al Pilastro.
Una manifestazione che non è nata dal basso. L’ha convocata il sindaco Matteo Lepore, a meno di ventiquattro ore dai fatti, quando nessun accertamento era ancora stato compiuto.

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Il bilancio degli scontri a Bologna

I numeri parlano da soli. Il Reparto Mobile di Firenze conta 26 feriti, quello di Padova 15, quello di Bologna altri 15. I disordini hanno interessato piazza Roosevelt, via Rizzoli, via Ugo Bassi, via della Zecca e via Venezian. Su un’auto vandalizzata è comparsa la scritta “Guardie assassine”.
Gli antagonisti hanno lanciato bombe carta, bottiglie e pietre contro gli agenti, che hanno risposto con idranti e lacrimogeni. In mattinata la Questura ha identificato diversi responsabili dei disordini, e c’è già un arresto.

La piazza convocata dal sindaco

Il punto politico è tutto qui: chi ha chiamato quella piazza sapeva, o avrebbe dovuto sapere, cosa sarebbe accaduto. Convocare una mobilitazione a poche ore da una morte ancora tutta da chiarire, mentre la Procura avviava i propri accertamenti, ha significato una cosa sola: mettere le forze dell’ordine sul banco degli imputati prima di ogni verifica.
Lo ha detto con chiarezza l’eurodeputato Stefano Cavedagna: chiedere “giustizia” prima delle indagini significa presupporre che un’ingiustizia sia stata commessa, colpevolizzando gli agenti in anticipo. Il senatore Michele Barcaiuolo ha parlato di “un atto di totale irresponsabilità” e ha chiesto al sindaco di scusarsi con gli agenti feriti.

Esposti e richieste di dimissioni

Fratelli d’Italia e Lega hanno presentato esposti contro il primo cittadino. Il capogruppo alla Camera di FdI, Galeazzo Bignami, è stato netto: chi appicca incendi deve risponderne. I consiglieri comunali Gabriele Giordani ed Elena Foresti ricordano di aver avvertito Lepore in consiglio comunale che la chiamata alla piazza comportava un rischio concreto di gravi disordini. La loro richiesta è una sola: dimissioni.
Anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito “inaccettabile” quanto accaduto, sottolineando che alimentare l’odio contro le forze dell’ordine è irresponsabile, mentre la verità sulla morte di Fakir va cercata senza sconti, nelle sedi competenti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha accusato il sindaco di aver trasformato una tragedia in una polemica.

La difesa di Lepore non regge

La replica del sindaco è un esercizio di equilibrismo: Bologna avrebbe visto “due piazze”, quella pacifica del Nettuno che rappresenta la città e quella violenta di piazza Roosevelt che non la rappresenta.
Ma la distinzione non regge alla prova dei fatti. Le due piazze erano la stessa piazza: il corteo degli antagonisti è partito proprio dalla manifestazione convocata dal Comune. Chi apre la porta a una mobilitazione emotiva, in un clima incandescente, non può poi dichiararsi estraneo a ciò che ne consegue. La responsabilità penale è di chi ha devastato; quella politica è di chi ha creato le condizioni perché accadesse.

Un copione già visto

Bologna non è nuova a queste scene. Nel gennaio 2025, i cortei per Ramy Elgaml produssero la stessa guerriglia urbana: agenti feriti, centro storico devastato, denunce. Anche allora la piazza precedette la verità giudiziaria. Anche allora chi amministra la città scelse l’ambiguità invece della fermezza.
La differenza, questa volta, è che il sindaco non si è limitato a tollerare la piazza: l’ha convocata. E mentre gli agenti coinvolti nella morte di Fakir affrontano gli accertamenti previsti dalla legge, con le garanzie del nuovo registro voluto dal Governo, i loro colleghi contano 64 feriti. Questo è il risultato di una politica che confonde la vicinanza a una famiglia in lutto con la delegittimazione di chi indossa una divisa per proteggere la Nazione.

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