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Italia

Salvini da Milano: «Come Washington, torniamo a comprare gas dalla Russia». E l’Europa ritrovi sé stessa

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Il vicepremier ribalta in piazza Duomo il dogma sanzionatorio di Bruxelles, mentre gli Stati Uniti allentano le restrizioni sul petrolio russo. Confindustria ed ENI da settimane chiedono la stessa cosa. Il silenzio di Palazzo Chigi pesa più di mille parole

Riassunto dell'articolo

Dal palco dei Patrioti a Milano, Matteo Salvini ha chiesto all’Unione Europea di sospendere le sanzioni sul gas russo seguendo la decisione americana del 17 aprile (General License 134B OFAC). La richiesta, sostenuta da Confindustria e ENI, espone la contraddizione della linea di Bruxelles mentre Washington riapre i flussi energetici. Il silenzio di Meloni e l’assenza di FdI dalla piazza fotografano una frattura politica che apre una finestra per ripensare la sovranità energetica europea contro l’ortodossia di Von der Leyen.

Dal palco di piazza Duomo, sabato pomeriggio, Matteo Salvini ha pronunciato la frase che nessun membro del governo italiano aveva ancora osato formulare pubblicamente con tanta nettezza: «Gli Usa hanno sospeso in queste ore, fino al prossimo 16 maggio, le sanzioni che bloccavano commercio e acquisto di petrolio russo. Non l’ha fatto uno staterello dell’ex Unione Sovietica, l’ha fatto la più grande democrazia mondiale. Se lo fanno a Washington, lo devono fare anche a Bruxelles». E ancora: «Piuttosto che chiudere scuole e fabbriche, torniamo a prendere gas che arriva da tutto il mondo, Russia compresa, visto che non siamo in guerra contro la Russia».
La manifestazione dei Patrioti per l’Europa, chiusa dal segretario della Lega dopo gli interventi di Jordan Bardella, Geert Wilders e del ministro Giuseppe Valditara, passerà agli atti come l’evento in cui la destra sovranista europea ha messo in scena la propria identità politica. Ma il fatto che conta davvero, quello destinato a pesare sul dibattito delle prossime settimane, non è la piazza. È la rottura del tabù. Un vicepremier in carica, in una Nazione fondatrice dell’Unione Europea e membro della NATO, ha chiesto esplicitamente a Bruxelles di seguire Washington e di sospendere le sanzioni energetiche contro Mosca. E lo ha fatto agganciando la propria richiesta non a una preferenza ideologica, ma a un atto amministrativo americano pubblicato la notte prima.

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La General License 134B: cosa ha fatto davvero il Tesoro americano

Il riferimento di Salvini non è retorico. Il 17 aprile l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro USA ha pubblicato la General License 134B, che autorizza operazioni di vendita, consegna e scarico di greggio e prodotti petroliferi di origine russa caricati su navi entro il 17 aprile, valide fino al 16 maggio 2026. La licenza sostituisce una precedente autorizzazione scaduta l’11 aprile e arriva in un momento di forte volatilità dei mercati energetici globali, legato in particolare alle tensioni sullo Stretto di Hormuz nel quadro del conflitto con l’Iran.
Non si tratta di un ripensamento estemporaneo. È la seconda estensione consecutiva, dopo quella pubblicata il 12 marzo, ed è arrivata in contraddizione con le dichiarazioni pubbliche di Washington. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent, appena tre giorni prima, aveva assicurato che l’amministrazione non intendeva prorogare alcuna deroga. La realtà economica ha dettato il contrario. Come Il Politico Web aveva già scritto nell’analisi strutturale di marzo, la logica è elementare: chiudere il rubinetto iraniano e quello russo contemporaneamente non è sostenibile per i mercati globali, e l’amministrazione americana ha scelto di sacrificare la coerenza dichiarativa alla stabilità dei prezzi. Washington ha fatto i conti. Bruxelles no.

Il mondo produttivo italiano aveva già parlato

Salvini non è arrivato da solo a questa posizione. È arrivato dopo. Il giorno prima del raduno dei Patrioti, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, da Genova, aveva dichiarato: «Mi meraviglio che l’Europa non stia vedendo questa cosa e non abbia pronte misure, che si stia parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico. Ancora oggi il cambio euro-dollaro vale 1,16, questa miopia mi spaventa, forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa».
L’attacco frontale del presidente della principale confederazione industriale italiana a Ursula von der Leyen non è un incidente di percorso. È il sintomo di una frattura che si è aperta dentro il blocco produttivo europeo e che non si ricompone più. Nei giorni scorsi anche Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI, aveva aperto pubblicamente alla necessità di riconsiderare le forniture di gas russo. Il sistema industriale italiano sa esattamente cosa sta accadendo: i costi energetici, già raddoppiati rispetto al 2021, sono in nuova risalita dopo la chiusura parziale di Ras Laffan e la crisi di Hormuz. La corsa all’Algeria — che oggi copre circa il 41% del fabbisogno italiano di gas — è contesa con Madrid e Parigi, e Algeri aumenta la propria domanda interna. L’aritmetica è impietosa. Senza il gas russo, non ci sono margini.

Il silenzio di Meloni e la geografia politica del dissenso

La fotografia politica è chiarissima. Alla manifestazione di piazza Duomo non c’erano esponenti di Fratelli d’Italia. Forza Italia ha organizzato un contro-evento con le seconde generazioni. A parlare erano la Lega, il Rassemblement National di Bardella, il PVV olandese di Wilders, la greca Latinopoulou. Giorgia Meloni non si è espressa sul tema energetico, né prima né dopo la manifestazione. La premier continua a tenere la linea dell’ortodossia atlantica sulle sanzioni, una linea che però Washington stessa sta abbandonando nei fatti, una licenza OFAC dopo l’altra.
Il paradosso politico è lampante: il governo italiano rischia di essere più atlantista di Donald Trump, più sanzionatorio di Scott Bessent, più oltranzista di quanto la stessa amministrazione americana sia disposta a sostenere sul piano operativo. È una posizione insostenibile sul piano logico e costosissima su quello economico. Salvini lo ha capito prima e lo dice apertamente. Meloni, per ora, tace.

La distinzione fondamentale: Europa civiltà contro UE di Von der Leyen

Qui sta il nodo politico che il raduno di Milano, al di là della coreografia, ha messo sul tavolo. Costruire l’Europa come civiltà — l’Europa delle Nazioni sovrane che cooperano, delle tradizioni comuni, della sicurezza energetica intesa come precondizione della libertà politica — significa oggi staccarsi dalla linea di una Commissione Europea che ha confuso la difesa dell’Ucraina con l’autolesionismo economico continentale.
Le sanzioni decise da Bruxelles dopo febbraio 2022, combinate con l’abbandono precipitoso del gas russo e con la distruzione dei gasdotti Nord Stream mai chiarita, hanno prodotto un risultato oggettivo: il trasferimento del peso energetico dell’Europa dall’asse eurasiatico a quello atlantico, con l’Italia che oggi importa GNL americano a prezzi sensibilmente superiori a quelli che pagava per il gas russo. Non si tratta di un effetto collaterale. È la struttura stessa della scelta politica compiuta da Von der Leyen. E mentre la Casa Bianca, proprietaria di quella scelta e principale beneficiaria dei suoi effetti, comincia a farne marcia indietro perché i mercati lo impongono, la Commissione Europea resta l’ultima difensora di un dispositivo che essa stessa aveva costruito su richiesta americana.
Il regolamento UE 2026/261, che introduce il divieto giuridicamente vincolante di importazione nell’Unione europea di gas naturale e GNL di origine russa, con applicazione graduale dal 25 aprile 2026 per il GNL e dal 17 giugno 2026 per il gas via gasdotto, è la certificazione normativa di questa autocondanna. Entra in vigore proprio mentre Washington si muove nella direzione opposta.

La finestra americana e la sovranità europea

Salvini da piazza Duomo ha colto un momento di passaggio. La General License 134B è una finestra. Non è una politica strutturale — Washington non riaprirà completamente il mercato russo — ma è il segnale che la logica del disaccoppiamento totale ha incontrato il proprio limite fisico. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, questa finestra è l’occasione di ripensare un’architettura energetica costruita contro i propri interessi materiali.
Una vera sovranità europea oggi si misura sulla capacità di distinguere ciò che è difesa dell’Ucraina da ciò che è distruzione del tessuto industriale continentale; ciò che è solidarietà atlantica da ciò che è servitù volontaria verso una potenza che sta cambiando linea senza consultare gli alleati. Il vicepremier italiano ha detto in piazza ciò che in questi tre anni si sussurrava nei consigli di amministrazione e si taceva nei palazzi europei. Lo ha detto con la consapevolezza che il costo politico di dirlo, oggi, è minore del costo economico di non dirlo.
Il tempo della finestra è breve: la licenza scade il 16 maggio. In quelle quattro settimane si decide se l’Europa comincia a comportarsi come una civiltà con interessi propri, o se resterà l’unica parte dell’Occidente ancora prigioniera del consenso del 2022 — con Bruxelles che impone divieti mentre Washington firma deroghe.

Fonti

Il Sole 24 Ore – Salvini: stop a green deal e patto di stabilità, torniamo a comprare gas e petrolio dalla Russia
Adnkronos – Salvini contro l’Ue: no a esercito e armi, stop a patto di stabilità e sì a gas Russia
ANSA – A Milano corteo dei Patrioti e della Lega in piazza Duomo, Salvini chiude l’evento
TASS – US allows sales of Russian oil loaded before April 17 to continue until May 16
RFE/RL – US Quietly Renews Russian Oil Waiver Amid Market Turmoil
US Treasury OFAC – Recent Actions, 17 April 2026
ANSA – Orsini: dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa
LaPresse – Orsini (Confindustria): Ue miope rischia recessione
Consiglio Nazionale Spedizionieri Doganali – Regolamento UE 2026/261, divieto importazione gas russo
AGEEI – Gas algerino: l’Italia resta l’hub europeo nel 2025
Il Politico Web – Gli USA sospendono le sanzioni sul petrolio russo. L’Europa resta a guardare

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