Il referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo 2026 ha prodotto un risultato netto: il No ha ottenuto il 53,7% dei voti, il Sì si è fermato al 46,3%. L’affluenza ha raggiunto il 58,9%, un dato che nessun istituto di sondaggi aveva previsto e che rappresenta la seconda partecipazione più alta nella storia dei referendum costituzionali italiani, dopo quello del 2016 sulla riforma Renzi. A ventiquattro ore dalla chiusura dei seggi, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il capo di gabinetto Giusi Bartolozzi si sono dimessi, Palazzo Chigi ha chiesto un passo indietro alla ministra del Turismo Daniela Santanchè, e le opposizioni hanno già trasformato il risultato in una prova generale per le politiche del 2027.
I numeri sono inequivocabili. L’interpretazione, molto meno. Quello che segue è un tentativo di leggere il voto per quello che è stato — non per quello che ciascuna parte ha interesse a raccontare.
L’analisi dei flussi elettorali che abbiamo pubblicato nelle ore successive allo spoglio ha già mostrato la meccanica del voto: la polarizzazione politica, il muro identitario tra i fronti, le fratture interne al centrodestra. Qui la prospettiva è diversa. Non i flussi, ma il significato.
Il referendum è stato politicizzato?
Sì, e la responsabilità principale è del governo. Il ministro Nordio ha trasformato una riforma costituzionale in una bandiera personale. Delmastro e Bartolozzi hanno condotto la campagna con toni che appartenevano più alla rissa politica che alla pedagogia istituzionale. La presidente del Consiglio è entrata nella campagna referendaria da leader di partito, non da garante della Costituzione — anche se va detto che è stata, in parte, trascinata in quella posizione dalla personalizzazione del voto operata dalle opposizioni.
Il punto è che una riforma costituzionale non si vince come si vince un’elezione. Richiede un registro diverso, una credibilità diversa, una distanza dalla contingenza politica che il governo non è riuscito — o non ha voluto — mantenere. Se la destra avesse tenuto il dibattito sul merito e avesse “addormentato” la campagna, l’esito avrebbe potuto essere diverso. L’affluenza record è stata alimentata dalla politicizzazione dello scontro: e l’affluenza, come i dati YouTrend confermano, ha favorito il No.
Il centrosinistra ha vinto il referendum?
No. E questa è la lettura più fuorviante che circola nelle ore successive al voto. Il PD era spaccato sul merito della riforma — lo abbiamo documentato ricostruendo le sette volte in cui la sinistra ha chiesto la separazione delle carriere. Senza il M5S e Alleanza Verdi-Sinistra, il fronte del No non avrebbe avuto la massa critica organizzativa per mobilitare un elettorato che, in condizioni normali, non si sarebbe mosso per un referendum sulla giustizia.
Ma soprattutto: il dato più significativo non è il voto di chi ha un partito. È il voto di chi non ce l’ha. Secondo le stime Opinio per la Rai, il 57,7% di chi non aveva votato alle europee 2024 ma è andato alle urne per il referendum ha scelto il No. Sono elettori che non appartengono a nessun partito. Non si riconoscono nell’offerta politica di centrosinistra. Non hanno un leader di riferimento. Sono tornati a votare per una ragione precisa: dire no.
E allora perché il No ha vinto?
Perché circa quindici milioni di italiani hanno ritenuto che la Costituzione non potesse essere cambiata in quel modo, da quelle persone, con quel metodo. La bocciatura è palese — ma è una bocciatura del metodo, non necessariamente del merito.
I dati di YouTrend lo confermano: la motivazione principale di chi ha votato No è stata il desiderio di non modificare la Costituzione (61%). Solo il 31% ha dichiarato di aver votato per opposizione al governo Meloni. E appena il 4% si è detto contrario alla separazione delle carriere in quanto tale. Il che significa che la maggioranza di chi ha bocciato la riforma non l’ha fatto perché la riteneva sbagliata nel contenuto, ma perché non si fidava di chi la proponeva e del modo in cui veniva proposta.
È un dato che dovrebbe far riflettere entrambi i fronti.
Chi ha votato No, quale partito vota alle politiche?
Una parte cospicua di quel 53,7% non vota alle elezioni politiche, o lo fa in modo discontinuo. È l’elettorato che il sondaggista Antonio Noto ha definito “antipolitico”: non ideologico, non stabile, non organicamente collegato a nessun partito. È un blocco che si è attivato per questa consultazione e che potrebbe tornare all’astensione alla prossima. L’opposizione lo rivendica come proprio, ma non ha strumenti per trattenerlo: non ha un programma politico condiviso, non ha un leader riconoscibile al di fuori delle bolle mediatiche, non ha una presenza sul territorio tangibile.
Il No ha vinto in 17 regioni su 20. Il Sì ha prevalso solo in Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Le grandi città — Milano, Roma, Torino, Napoli, Bologna, Firenze, Genova — hanno tutte votato No. Tra gli under 34 il No ha superato il 60%. È un dato demografico e sociologico che il centrodestra non può ignorare: la riforma è stata respinta con particolare forza proprio dalle fasce della popolazione che la politica dovrebbe saper intercettare.
Meloni si dovrebbe dimettere?
No. Ha dichiarato che non si sarebbe dimessa e non c’è ragione istituzionale per farlo. Il referendum costituzionale non è un voto di fiducia sul governo. Palazzo Chigi ha escluso la richiesta di fiducia in Parlamento, e la maggioranza dei sondaggi post-voto (YouTrend per Sky TG24: 54%) indica che gli italiani ritengono che Meloni debba restare alla guida del governo.
Ma c’è un aspetto che la presidente del Consiglio è tenuta a considerare — e che in parte ha già iniziato a considerare. Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, arrivate poche ore dopo lo spoglio, sono state un segnale necessario ma tardivo. Delmastro era al centro di una bufera per i suoi rapporti societari con la figlia di un uomo legato al clan Senese. Bartolozzi era stata coinvolta nel caso Almasri e aveva definito i magistrati un “plotone di esecuzione”. L’abbiamo scritto prima del voto: il fronte del Sì non poteva chiedere credibilità sulla giustizia con queste figure in prima linea.
Votare No ha significato, per una parte consistente dell’elettorato, votare No a un modo autoassolutorio di gestire la cosa pubblica. Se vuoi riformare la giustizia, devi essere credibile. Santanchè, Delmastro e le ambiguità che hanno accompagnato la campagna del Sì hanno dato al No un argomento che nessun merito tecnico poteva controbilanciare.
Ma la riforma era davvero così sbagliata?
Non è detto che i cittadini siano entrati nel merito della riforma. Anzi, i dati suggeriscono il contrario: solo il 10% degli italiani si dichiarava molto informato sul contenuto della riforma alla vigilia del voto — un dato che avevamo evidenziato nella nostra guida pre-voto.
C’è un aspetto che va detto con chiarezza, anche nel giorno della sconfitta del Sì: la giustizia italiana ha bisogno di essere riformata, e le ragioni che stavano alla base della riforma restano valide. La separazione delle carriere è un principio sostenuto da una tradizione garantista trasversale — da Falcone a Pisapia, passando per D’Alema e la Commissione Bicamerale del 1997. Il sorteggio al CSM rispondeva a un problema reale, documentato dallo scandalo Palamara.
Il problema non era il cosa, ma il come. Riformare la Costituzione, andando a ridefinire le prerogative di uno dei poteri che reggono l’equilibrio democratico della Nazione, è un esercizio che richiede un consenso che va oltre la maggioranza parlamentare. Richiede legittimità. E la legittimità non si costruisce con Delmastro, con Bartolozzi, con una campagna che ha trasformato un voto costituzionale in una partita di calcio.
E come si può riformare la giustizia?
Con un grande compromesso costituzionale. L’unica strada percorribile — e la storia della Repubblica lo dimostra — è che maggioranza e opposizione propongano una riforma insieme.
La Costituzione italiana è stata scritta abbattendo gli steccati ideologici tra forze politiche che si erano combattute nella guerra civile. La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, che si consideravano reciprocamente una minaccia esistenziale, trovarono il modo di scrivere insieme le regole fondamentali della convivenza democratica. Fu possibile perché entrambi i fronti riconobbero che sulle regole del gioco non ci si divide: ci si divide sulle politiche, sulle scelte economiche, sulla visione di società. Ma l’architettura istituzionale deve essere patrimonio comune.
Una politica matura, sui temi che toccano l’equilibrio tra i poteri dello Stato, trova un momento di condivisione. Poi ognuno, legittimamente, ha la propria idea di Nazione e le battaglie politiche, anche quelle più aspre, si continuano a combattere. Ma sulle regole della democrazia, la condivisione deve restare l’unica bussola.
Questo referendum ha dimostrato, per la quinta volta nella storia repubblicana, che l’Italia non riesce a riformare la propria Costituzione quando la riforma è percepita come atto di parte. Il meccanismo è sempre lo stesso: chi governa propone, chi si oppone trasforma il voto in un giudizio sulla persona, i media amplificano la polarizzazione, e la riforma — qualunque riforma — viene sepolta. Lo avevamo scritto all’inizio di questa serie, analizzando come i media avessero trasformato il referendum in un test sul governo. Quel meccanismo si è puntualmente riprodotto.
Cosa esce da questo referendum?
Un Paese spaccato. Due tifoserie esacerbate. Una classe politica immatura. Ed è il dato più triste.
Il centrodestra esce dal voto con la consapevolezza che tredici milioni di italiani hanno votato Sì — più di quanti ne avesse ottenuti alle europee del 2024. Ma ha perso il referendum, ha perso la narrazione, e ha perso pezzi del governo. Il centrosinistra esce con una vittoria tattica che non corrisponde a nessuna forza strategica: non ha un programma alternativo sulla giustizia, non ha dimostrato di saper governare il consenso di chi è andato a votare No, e si prepara alle primarie con la stessa frammentazione di sempre.
La magistratura resta esattamente dov’era: con le correnti intatte, il correntismo non scalfito, e nessuna proposta di autoriforma credibile all’orizzonte. Il presidente dell’ANM Giuseppe Santalucia ha dichiarato la disponibilità a lavorare con il governo su una riforma dell’efficienza: vedremo se è un gesto politico reale o una cortesia istituzionale di circostanza.
Dodici milioni di italiani hanno votato Sì a una riforma della giustizia. Quindici milioni hanno votato No. La distanza tra i due fronti non è un abisso — è sette punti percentuali. Ma in quei sette punti c’è tutto il deficit di maturità istituzionale di una Nazione che continua a trattare la propria Costituzione come un terreno di scontro anziché come un patrimonio condiviso.
Fonti
Sky TG24 – Risultati Referendum Giustizia 2026, lo spoglio in diretta
Quotidiano Nazionale – Risultati referendum 2026 sulla giustizia: vince il No in 17 regioni su 20
YouTrend – Referendum Giustizia 2026, vince il No: analisi dei risultati
Il Post – I risultati del referendum sulla giustizia in dieci grafici
Pagella Politica – I risultati del referendum sulla giustizia in grafici e mappe
ANSA – Via Delmastro e Bartolozzi, Meloni chiede dimissioni Santanchè
Sky TG24 – Governo, lasciano Delmastro e Bartolozzi. Meloni auspica dimissioni Santanchè
Il Sussidiario – Sondaggi referendum giustizia: perché ha vinto il No
Sky TG24 – Referendum Giustizia, i motivi del voto secondo l’analisi YouTrend
Il Politico Web – Referendum giustizia 2026: analisi del voto e dei flussi elettorali
Il Politico Web – La più grande giravolta della Repubblica: quando la sinistra voleva separare le carriere
Il Politico Web – Referendum sulla giustizia, la vera posta in gioco oltre la battaglia politica

