172 Visualizzazioni
Medio Oriente

Teheran risponde a Washington: la mossa del gattopardo iraniano

Redazione - Il Politico

L'Iran accetta tutto del piano americano tranne la richiesta che conta davvero. Trasferisce l'uranio ma con clausola di restituzione, rinvia il nucleare a un secondo round. Trump grida «inaccettabile». Ma chi sta vincendo davvero il tavolo diplomatico?

Riassunto dell'articolo

Il 10 maggio 2026 l'Iran ha consegnato al mediatore pachistano la risposta al memorandum USA in 14 punti. Teheran accetta fine delle ostilità e graduale riapertura di Hormuz, ma rinvia il nucleare a 30 giorni successivi, rifiuta lo smantellamento degli impianti e propone una moratoria più breve dei 20 anni chiesti da Washington. Sull'uranio al 60% offre diluizione parziale e trasferimento in Paese terzo, ma con clausola di restituzione in caso di ritiro unilaterale americano — lezione del 2018. Trump definisce la risposta «totalmente inaccettabile». L'intelligence USA ammette che 10 settimane di guerra non hanno intaccato il programma nucleare iraniano. Teheran perde militarmente ma vince diplomaticamente, negoziando da una posizione di sovranità tecnologica intatta. L'Italia di Tajani apre ai dragamine a Hormuz solo a cornice multilaterale consolidata, coerente con la linea Meloni del 17 aprile.

Punti chiave
  • Il Giornale — L'Iran risponde agli USA, ma non cede sul nucleare.…
  • Sky TG24 — Iran, la risposta alla proposta USA per la fine…
  • ANSA — Teheran ha inviato la risposta alla proposta USA via Pakistan…
  • ANSA — Dall'uranio alle sanzioni, cosa prevede l'ultima bozza del memorandum (6…

Dopo quarantotto ore di attesa calcolata, il 10 maggio la Repubblica Islamica dell’Iran ha consegnato al mediatore pachistano la propria risposta al memorandum d’intesa in quattordici punti proposto dall’amministrazione Trump. Un documento di diverse pagine, di cui non è stato divulgato il testo ufficiale, ma di cui il Wall Street Journal ha anticipato i contenuti strutturali. La risposta iraniana al piano di pace USA non è un rifiuto. È qualcosa di più sofisticato: una controproposta che accetta la cornice americana ma ne svuota il contenuto sostanziale, lasciando intatta la sovranità tecnologica nucleare di Teheran.
Donald Trump ha reagito su Truth definendo la mossa «totalmente inaccettabile», e accusando l’Iran di prendere in giro gli Stati Uniti «da 47 anni». La reazione presidenziale, costruita per il consumo della base elettorale interna, oscura il dato strategico. Sul tavolo c’è un documento che, se firmato così com’è, sarebbe ricordato come una sconfitta diplomatica americana mascherata da accordo di pace.

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

Cosa propone l’Iran agli Stati Uniti: una concessione che protegge tutto

La struttura della proposta iraniana è il rovescio speculare del memorandum americano in 14 punti. Washington voleva impegni preliminari sul programma nucleare e sulle scorte di uranio altamente arricchito come condizione per la fine della guerra. Teheran capovolge la sequenza: prima si chiude la guerra, poi si negoziano i dettagli nucleari nei trenta giorni successivi.
Sul piano operativo, l’Iran propone la cessazione immediata delle ostilità, la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale contestuale alla revoca del blocco navale americano sui porti iraniani, e l’avvio di una finestra negoziale di un mese per definire il resto. La questione nucleare, nelle intenzioni di Teheran, viene scorporata dall’accordo-cornice e demandata a una seconda fase. È la fase in cui, secondo Washington, l’Iran avrebbe dovuto consegnare le proprie carte. Ora le terrà strette fino all’ultimo.
Sulla sostanza dell’uranio arricchito, Teheran offre due concessioni significative ma rigorosamente condizionate. La prima: la diluizione di parte delle scorte al 60 per cento, con il residuo trasferito in un Paese terzo. La seconda: una moratoria sull’arricchimento, ma di durata inferiore ai vent’anni che gli americani chiedevano. Sul punto che Trump considerava decisivo — lo smantellamento delle strutture nucleari iraniane — l’Iran si oppone integralmente.

La clausola di restituzione: il dettaglio che cambia tutto

Il punto strutturalmente più rilevante della risposta iraniana non è nelle prime righe. È in una clausola che il Wall Street Journal ha ricostruito attraverso fonti a conoscenza del documento. L’Iran chiede garanzie affinché l’uranio trasferito al Paese terzo possa essere restituito a Teheran in caso di fallimento dei negoziati o di ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo in una fase successiva.
La clausola è la lezione che gli iraniani hanno tratto dal 2018. In quell’anno il primo Trump si era ritirato unilateralmente dal Joint Comprehensive Plan of Action firmato da Obama nel 2015, lasciando l’Iran legato a impegni che la controparte americana aveva strappato. La controproposta odierna assume quel precedente come dato di fatto strutturale del rapporto bilaterale: l’amministrazione americana è inaffidabile per definizione, e qualsiasi cessione di materiale strategico deve essere reversibile.
È una clausola difensiva, ma anche profondamente offensiva nei confronti del sistema di credibilità internazionale americano. Significa: noi vi consegniamo l’uranio, ma sappiamo già che potreste tradire l’accordo, e quindi pretendiamo il diritto di rientrare in possesso del nostro materiale strategico. È il riconoscimento implicito che la parola di Washington vale meno del piombo dell’uranio.

Teheran Pakistan mediatore: la geometria della trattativa

Il ruolo del Pakistan come mediatore va letto come uno degli esiti politici più significativi della guerra. Islamabad non era un attore tradizionale del dossier iraniano. Lo è diventato dopo che, l’8 aprile, la sua mediazione ha consentito il cessate il fuoco fragile che regge tuttora. Da allora il Pakistan ha consolidato il proprio ruolo, sottraendo spazio sia al Qatar — protagonista delle trattative parallele a Miami con Witkoff e Rubio — sia all’Oman, che aveva mediato i primi contatti dell’aprile.
La scelta di Teheran di canalizzare la risposta attraverso Islamabad, e non attraverso Doha, è significativa. Il Qatar è formalmente alleato degli Stati Uniti, ospita la più grande base militare americana in Medio Oriente, e nelle ultime quarantotto ore è stato colpito sul proprio territorio: una nave mercantile in arrivo da Abu Dhabi è stata centrata da un drone a 23 miglia nautiche da Doha, mentre il Kuwait dichiarava di aver respinto un attacco con droni e gli Emirati di averne intercettati due nel proprio spazio aereo. Il messaggio iraniano è duplice: Doha può ospitare i colloqui americani quanto vuole, ma la sicurezza marittima del Golfo passa da una sola capitale, e quella capitale è Teheran.
Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi lo ha esplicitato a Londra e Parigi, che avevano inviato la portaerei Charles de Gaulle e la HMS Prince of Wales verso il Mediterraneo orientale per costruire la coalizione di sicurezza marittima auspicata da Washington: «Solo la Repubblica Islamica dell’Iran può garantire la sicurezza in questo stretto e non permetterà a nessun Paese di interferire in tali questioni». Macron, da Nairobi, ha precipitosamente chiarito che la Francia «non ha mai preso in considerazione» un dispiegamento militare a Hormuz, bensì solo «una missione ad hoc» da concordare «in concerto con l’Iran».
La parola “in concerto” pesa. Significa che Parigi riconosce — pubblicamente — che la riapertura dello Stretto non può prescindere dal consenso iraniano. È una concessione politica enorme rispetto alla retorica del 6 aprile, quando Trump minacciava di «cancellare un’intera civiltà» pur di forzare il passaggio.

Trump Iran inaccettabile: la teatralizzazione del rifiuto

La reazione di Trump al documento iraniano è arrivata in due tempi. Prima il post lungo su Truth, in cui il presidente americano ha ricostruito quarantasette anni di rapporti USA-Iran come una storia di umiliazione americana, addossandone la responsabilità a Obama («ha scaricato Israele e tutti gli altri Alleati, concedendo all’Iran una nuova, importante e potentissima linfa vitale») e a Biden. Poi il post di rigetto formale: «Ho appena letto la risposta dei cosiddetti “Rappresentanti” dell’Iran. Non mi piace — TOTALMENTE INACCETTABILE!».
Subito dopo, la telefonata con Benjamin Netanyahu, che la CNN ha registrato attraverso fonti israeliane. Il premier israeliano, intervistato dalla CBS poche ore prima, aveva già fissato il proprio paletto: la guerra «non è finita, perché c’è ancora materiale nucleare, l’uranio arricchito, che deve essere portato fuori dall’Iran». Netanyahu chiede lo smantellamento; Teheran offre il trasferimento condizionato. La distanza è strutturale, non negoziale.
Il punto politicamente rilevante è la sproporzione tra la reazione trumpiana e il contenuto effettivo della proposta iraniana. Sul piano sostanziale, l’Iran ha fatto concessioni che mai aveva fatto in passato. La diluizione delle scorte di uranio al 60 per cento e il trasferimento parziale in un Paese terzo erano sempre stati respinti nei round precedenti. Tre fonti citate da Axios avevano segnalato, nei giorni scorsi, una possibile apertura iraniana sul punto. La risposta del 10 maggio conferma quell’apertura, ma la condiziona alla clausola di restituzione.
Per la base elettorale MAGA, però, qualsiasi accordo che non preveda l’umiliazione totale di Teheran è una sconfitta. Trump non può firmare. Il presidente americano ha bisogno di una resa iraniana visibile, non di un compromesso tecnico complesso. La teatralizzazione del rifiuto sul social di proprietà presidenziale è il prezzo politico interno di un negoziato che, sul piano operativo, è molto più avanzato di quanto la retorica americana lasci intendere.

L’intelligence americana e il vero rapporto di forza

C’è un dato che la stampa italiana ha riportato sottovoce, e che spiega perché la posizione iraniana sia così solida nonostante dieci settimane di bombardamenti. Secondo le valutazioni dell’intelligence statunitense rese pubbliche nei giorni scorsi, le operazioni militari condotte da Washington e Tel Aviv — l’Operazione Epic Fury americana e l’operazione Ruggito del Leone israeliana — non sono riuscite a infliggere colpi significativi al programma nucleare iraniano. Il tempo necessario a Teheran per la costruzione di un ordigno atomico, in caso di decisione politica in quella direzione, non sarebbe sostanzialmente cambiato rispetto all’estate scorsa.
Tradotto: la guerra non ha distrutto la capacità nucleare iraniana. L’ha solo allontanata dagli ispettori. L’ultima fotografia tecnica pubblica dell’AIEA, datata 13 giugno 2025, stimava in 9.874,9 chilogrammi l’uranio arricchito complessivo iraniano, di cui 440,9 chilogrammi al 60 per cento. Quel materiale, dopo gli attacchi e le restrizioni di accesso, non è verificabile. Ma non è sparito. È stato sigillato, disperso, protetto. È sotto il controllo della Repubblica Islamica, e nessuna operazione militare lo ha sottratto al suo legittimo proprietario.
Da questa posizione, Teheran negozia oggi con Washington. La controparte americana ha speso miliardi di dollari, ha esaurito decine di intercettori antimissile, ha logorato i propri rapporti con il Vaticano, con Roma, con Parigi, con il mondo cattolico globale. E si trova davanti a un Iran che propone un accordo sostanzialmente accettabile in termini occidentali, ma con clausole che proteggono integralmente la sovranità nucleare e tecnologica della Nazione iraniana.

La lezione iraniana per l’Europa delle Patrie

C’è un insegnamento, in questa vicenda, che attraversa il dossier specifico e investe la questione strutturale della sovranità nazionale in tempo di crisi globale. La Repubblica Islamica dell’Iran è una Nazione che, nelle ultime dieci settimane, ha subito un attacco militare congiunto delle due maggiori potenze occidentali in Medio Oriente. Ha perso il proprio Leader Supremo Ali Khamenei nelle prime fasi del conflitto. Ha visto colpita ed isolata buona parte della propria dirigenza politica. Eppure, oggi, si presenta al tavolo del negoziato con una controproposta scritta, articolata, tecnicamente solida, che protegge gli interessi nazionali fondamentali.
Lo fa perché ha costruito, negli ultimi venti anni, una capacità tecnologica indigena sul nucleare civile che nessun bombardamento può cancellare. Lo fa perché ha mantenuto rapporti diplomatici aperti con tutti gli attori non occidentali — Pakistan, Cina, Russia, alcuni Paesi del Golfo — che oggi le consentono di canalizzare la propria voce senza dipendere dai mediatori scelti da Washington. Lo fa perché ha un’élite politica che, nonostante le faide interne, riconosce lo Stato come soggetto della propria storia.
Il presidente Masoud Pezeshkian, riformista, ha pronunciato in queste ore una formula che meriterebbe di essere studiata nelle scuole di politica europea: «Se parliamo di avviare colloqui, non significa che ci arrendiamo o ci ritiriamo, ma piuttosto che puntiamo a realizzare i diritti dell’Iran e a difendere con forza gli interessi nazionali». È la dottrina classica della sovranità: il negoziato è un’arma, non una resa.
L’Europa che vorrebbe contare nel mondo dovrebbe interrogarsi seriamente su come una Nazione di novanta milioni di abitanti, isolata, bombardata, sanzionata da quarantasette anni, riesca a esprimere oggi una linea diplomatica più coerente di quella che Bruxelles ha saputo formulare in tre anni di guerra ucraina. La risposta è la stessa che hanno sussurrato, nelle ultime settimane, sia Meloni sia Crosetto: la sovranità non si dichiara, si pratica nei dettagli operativi delle relazioni internazionali.

Lo Stretto di Hormuz come banco di prova della cornice italiana

L’Italia osserva la vicenda con un interesse strutturale. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato al Corriere della Sera, nella stessa giornata della risposta iraniana, che i dragamine italiani «potrebbero essere inviati a Hormuz per contribuire a garantire la libertà di movimento alle navi di tutto il mondo», ma solo «con una tregua consolidata e un quadro di intese internazionali». La sequenza temporale dell’apertura italiana è significativa: Tajani parla in apertura di giornata, sapendo che entro sera arriverà la risposta iraniana; e la condiziona esplicitamente al consolidamento di una cornice negoziale che, in queste ore, è precisamente ciò che Teheran sta proponendo a Washington.
Roma, dunque, non ha cambiato la propria linea sovrana. Le tre condizioni che Meloni aveva imposto al vertice di Parigi del 17 aprile — cornice di intesa internazionale, presenza italiana solo in coalizione multilaterale, esclusione della cobelligeranza — restano operative. La differenza è che oggi, grazie alla mossa iraniana, quella cornice diventa concreta. Se Trump accettasse il piano iraniano — o una sua versione lievemente emendata — l’Italia potrebbe contribuire alla riapertura di Hormuz con un asset strategico (i dragamine, di cui la Marina italiana ha la maggiore capacità europea dopo quella britannica) senza partecipare alla guerra. Esattamente la posizione che Meloni difende dal 14 aprile.
La domanda non è dunque se Tajani abbia mutato linea — non l’ha mutata. La domanda è se Trump accetterà di firmare un accordo che chiude la guerra senza umiliare Teheran. Se sì, l’Italia entrerà in scena come potenza tecnica indispensabile alla riapertura dello Stretto. Se no, la guerra continuerà, e Roma manterrà la propria distanza operativa.

Chi vince il tavolo

La risposta iraniana al piano di pace USA non chiude il negoziato. Lo apre nella sua fase decisiva. Trump può rifiutare oggi, può minacciare bombardamenti aggiuntivi, può schierare nuove portaerei. Ma il fatto strutturale resta: dopo dieci settimane di guerra, l’Iran negozia da una posizione di forza tecnologica e diplomatica che nessun bombardamento ha intaccato. Teheran perde militarmente — ha subito perdite enormi, ha visto morire il proprio Leader Supremo, ha pagato un prezzo umano altissimo — ma vince sul piano diplomatico, perché negozia da una Nazione che esiste ancora come soggetto di se stessa.
È la lezione che le destre europee dovrebbero studiare. Una Nazione si difende non solo con le armi, ma con la capacità di pensare il proprio interesse in autonomia, di costruire alleanze fuori dall’asse occidentale obbligato, di mantenere una élite politica che riconosca la propria continuità storica. L’Iran di Pezeshkian, nato dalla Rivoluzione del 1979 e oggi guidato dal figlio del fondatore dopo la morte del padre, è — al netto di ogni distanza ideologica — una Nazione che ha praticato per quarantasette anni quello che molti nei circoli sovranisti europei predicano e raramente applicano: il primato della sovranità sulla convenienza di breve termine.
L’America di Trump può rifiutare la proposta iraniana per ragioni di consumo elettorale interno. L’Europa delle Patrie, invece, dovrebbe leggerla con attenzione. Perché il documento che Islamabad ha consegnato ieri al Dipartimento di Stato americano contiene, in filigrana, la mappa di come una Nazione media sopravvive in un mondo multipolare. Teheran l’ha scritta sotto le bombe. Roma, Berlino, Parigi, Madrid hanno meno scuse.

Fonti

Tag: , , , ,
Scritto da
Redazione - Il Politico
Sostieni il giornalismo indipendente
Il tuo contributo ci permette di continuare a informarti liberamente

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per rimanere aggiornato/a iscriviti al nostro canale WhatsApp
Iscriviti al Canale