La riserva militare torna in Italia. Il disegno di legge sul rafforzamento e l’adeguamento della capacità di difesa nazionale arriva oggi, martedì 4 agosto, sul tavolo del Consiglio dei ministri. Prevede l’aumento degli organici delle Forze armate fino a quarantamila unità entro il 31 dicembre 2033 e la costituzione di tre distinte forze di riserva.
È la revisione più profonda dello strumento militare italiano dalla sospensione della leva obbligatoria, decisa nel 2005. E arriva accompagnata da una domanda che circola da settimane sui motori di ricerca: torna il servizio militare?
La risposta breve è no. La risposta lunga è più interessante della sua caricatura.
Il ddl difesa non riattiva la coscrizione. Costruisce una riserva militare permanente, cioè un bacino di cittadini già addestrati che restano richiamabili per anni dopo il congedo.
Cosa prevede il ddl difesa in Consiglio dei ministri
Il provvedimento delega il governo ad adottare, entro dodici mesi dall’entrata in vigore, uno o più decreti legislativi che intervengono sul Codice dell’ordinamento militare, il decreto legislativo 66 del 2010.
Il criterio principale è l’incremento progressivo dell’organico complessivo, non superiore a quarantamila unità, di Esercito, Marina militare — escluso il Corpo delle capitanerie di porto — Aeronautica militare e Corpo unico della Sanità militare, in servizio permanente e in ferma prefissata.
L’aumento dell’organico delle Forze armate entro il 2033 non è automatico. Viene determinato ogni anno in sede di legge di bilancio, entro limiti già fissati: 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033.
La formula che compare nel testo è prudente: l’incremento resta subordinato alle risorse disponibili e alle «effettive capacità di reclutamento». Su questa clausola torneremo, perché è il punto in cui il disegno politico incontra l’aritmetica.
Chi può essere richiamato: la riserva operativa
La prima delle tre componenti della riserva militare è la riserva operativa. Ne fa parte il personale militare in congedo da non più di cinque anni, che mantiene il grado posseduto e resta nei ruoli del congedo della propria Forza armata.
Il vincolo è la novità vera. Chi appartiene alla riserva operativa conserva una disponibilità irrevocabile al richiamo per cinque anni, prorogabile annualmente a domanda dopo il quinto. È un bacino di personale già addestrato, impiegabile anche in tempo di pace, richiamabile periodicamente per attività di addestramento e mantenimento della prontezza.
Il richiamo può avvenire in due modi. Previo consenso, per un periodo massimo di un anno, per esigenze di formazione, addestramento o aggiornamento. Oppure d’autorità, senza limiti temporali, nelle ipotesi previste da un nuovo articolo del Codice.
Qui il ddl costruisce una procedura che merita attenzione. Il richiamo d’autorità viene deliberato dal Consiglio dei ministri, previa comunicazione al Presidente della Repubblica. La deliberazione è poi trasmessa alle Camere, che entro cinque giorni la discutono e autorizzano o negano l’autorizzazione con atti di indirizzo. Il governo deve indicare obiettivi, numero massimo di unità coinvolte e durata programmata.
Non è una delega in bianco. Ma il baricentro decisionale si sposta verso l’esecutivo, con il Parlamento chiamato a ratificare in tempi molto stretti. È lo stesso terreno costituzionale che avevamo già esaminato a proposito del voto parlamentare preventivo sull’impiego delle Forze armate.
La riserva volontaria specialistica
La seconda componente della riserva militare raccoglie competenze che le Forze armate faticano a formare al proprio interno: sanitarie, informatiche, tecniche, professionali.
Ne fanno parte ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Il testo amplia sensibilmente le possibilità di conferimento diretto del grado, introducendo disposizioni che consentono la nomina anche senza le procedure concorsuali ordinarie, in via eccezionale.
È il riconoscimento di una realtà: nella guerra dei droni e della guerra elettronica, l’ingegnere informatico di quarant’anni vale quanto il fante di venti. Il conflitto ucraino ha funzionato da laboratorio, e la Difesa italiana ne prende atto.
La riserva territoriale: come funziona
La terza componente è la più originale e la meno raccontata. La riserva territoriale nasce con una parola chiave: prossimità.
Alle procedure selettive possono partecipare i cittadini in possesso dei requisiti generali previsti dal Codice, con due condizioni ulteriori: età non inferiore a venticinque anni e non superiore a trentacinque, e diploma di istruzione secondaria di primo grado.
Il reclutamento avviene su base regionale. La riserva territoriale può concorrere, anche a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze, delle calamità, del soccorso e dell’assistenza alla popolazione.
Non è una forza da proiezione esterna. È una forza radicata, che serve dove vive. Il modello di riferimento, dichiarato negli ambienti della Difesa, è la guardia nazionale statunitense.
Gli incentivi per chi assume un riservista
Perché la riserva militare funzioni serve che il mondo del lavoro non la percepisca come un costo. Il ddl prevede per i datori di lavoro privati con dipendenti appartenenti alla riserva operativa o alla riserva volontaria specialistica l’esonero integrale dal versamento dei contributi previdenziali relativi al periodo di richiamo, con ulteriori sgravi.
Sul versante del riservista, le indiscrezioni raccolte in queste settimane indicano una diaria giornaliera intorno ai centotrenta euro e un bonus annuo di circa milletrecento euro. Cifre che andranno verificate sul testo definitivo.
Perché non è il ritorno della leva obbligatoria
Va detto con chiarezza, perché la confusione è diffusa. La leva obbligatoria in Italia non è stata abolita: è sospesa dal 1° gennaio 2005 per tutti i nati dopo il 1985. Il Codice dell’ordinamento militare conserva l’intera struttura giuridica del servizio obbligatorio, attivabile solo in presenza di procedure precise e di decisioni politiche del massimo livello.
Il ddl difesa in esame non tocca quella clausola. Agisce su due categorie: i volontari e chi ha già prestato servizio. Chi può essere richiamato è dunque una platea definita e circoscritta. Nessun cittadino che non abbia mai indossato la divisa viene coinvolto, salvo che scelga volontariamente la riserva territoriale.
Chi cerca in queste ore notizie sul richiamo alle armi troverà molte pagine allarmistiche. Il quadro normativo, invece, è definito e non lascia margini interpretativi.
Lo spazio cibernetico di interesse nazionale
C’è però una parte del provvedimento che i titoli hanno finora trascurato, e che a nostro giudizio è la più densa di conseguenze.
Il ddl prevede l’istituzione di uno «spazio cibernetico di interesse nazionale» per la difesa e la sicurezza militare dello Stato. Lo compongono le infrastrutture informatiche nel loro insieme: apparati fisici, programmi, capacità, dati, connessioni materiali ed elettromagnetiche.
È l’ingresso formale di un dominio nuovo nell’ordinamento militare italiano, con il rafforzamento del ruolo del Capo di Stato Maggiore della Difesa, un fondo dedicato e incentivi per il personale specializzato.
Definire uno spazio significa rivendicarne la sovranità. È una mossa che vale, sul piano dei princìpi, quanto i quarantamila uomini.
Il nodo dei soldi
Qui il disegno incontra il suo limite. La spesa militare in senso stretto per il 2026 è stimata in 32,4 miliardi di euro, pari a circa l’1,48 per cento del prodotto interno lordo. Sotto la soglia del due per cento chiesta dall’Alleanza atlantica.
La cifra con cui l’Italia si è presentata al vertice NATO di Ankara è il 2,8 per cento, ottenuta riclassificando voci come pensioni militari, Carabinieri, Guardia di finanza e spese spaziali. Una contabilità che non tutti gli alleati riconoscono senza riserve.
Sarebbe però un errore leggere questo scarto come un difetto di volontà politica. Il vincolo è a monte, ed è la cornice contabile entro cui la Nazione è costretta a muoversi: le regole di bilancio europee non distinguono tra spesa produttiva e spesa corrente, tra investimento nella sicurezza e sussidio.
È esattamente il tema che avevamo affrontato quando il governo ha chiesto una deroga al Patto di Stabilità per tenere insieme bollette e riarmo. Non si possono imporre contemporaneamente la stretta dei conti, la corsa agli armamenti e la protezione delle famiglie dal caro energia, scaricando la somma impossibile sui contribuenti.
Quarantamila uomini e una domanda di sostenibilità
Restano due elementi di realismo che è onesto registrare.
Il primo è il calendario. Il primo scaglione consistente parte dal 2028: due anni pieni di distanza, oltre l’orizzonte della legislatura in corso. Nei prossimi ventiquattro mesi l’incremento atteso è di circa cinquemila unità.
Il secondo è il reclutamento. Le Forze armate italiane faticano già oggi a saturare i bandi esistenti. La clausola che subordina l’aumento alle effettive capacità di reclutamento è insieme una precauzione seria e una possibile via d’uscita: se i giovani non arrivano, l’obiettivo di organico si adatta.
Il ddl, in questo senso, costruisce un contenitore. Riempirlo dipenderà da una variabile che nessuna legge può decretare, e cioè da quanti italiani riterranno che valga la pena.
Il principio che torna
Ed è qui che la vicenda smette di essere una questione di organici.
Per vent’anni l’Italia ha adottato il modello interamente professionale: la difesa come servizio erogato da un corpo separato, tecnicamente competente, socialmente invisibile. Il cittadino pagava e delegava. La divisa era un mestiere come un altro, con la differenza di comparire due volte l’anno nelle celebrazioni.
La riserva militare rompe quello schema. Non perché imponga obblighi, ma perché riapre una domanda che sembrava archiviata: la difesa della Nazione è una funzione della comunità politica nel suo insieme, oppure un servizio esternalizzato a professionisti?
La riserva territoriale è la forma più esplicita di questa riapertura. Reclutamento regionale, impiego di prossimità, concorso al soccorso della popolazione: il cittadino che serve dove vive, nella comunità che conosce. Non l’astrazione dell’esercito, ma il legame concreto tra chi difende e ciò che è difeso.
Vale la pena osservare che l’Europa intera si sta muovendo in questa direzione, ciascuna Nazione con la propria storia. La Germania ha rilanciato la coscrizione e fissato l’obiettivo di 460mila uomini, dopo aver scoperto che senza esercito non si è una potenza. La differenza è che Berlino ha scelto l’obbligo, Roma la volontarietà.
Difesa comune europea o fornitura di truppe
Il testo motiva l’incremento degli organici con la necessità di assicurare la piena integrabilità dello strumento militare nei contesti internazionali e nella prospettiva di una politica di difesa comune europea.
È una formula ambigua, e conviene dirlo. La cooperazione militare fra le Nazioni europee è una necessità evidente: nessuna di esse, presa singolarmente, regge il confronto con le potenze continentali. Ma la cooperazione fra eserciti nazionali robusti è una cosa; la dissoluzione degli eserciti nazionali in un comando sovranazionale è un’altra.
Chi conserva uno strumento militare proprio, addestrato e ampliabile, siede al tavolo e decide. Chi lo lascia atrofizzare finisce per fornire uomini alle decisioni altrui. Il ddl difesa, costruendo capacità nazionale prima che integrazione, sembra aver capito da che parte sta la differenza.
Che cosa succede adesso
Dopo il passaggio in Consiglio dei ministri il testo va al Parlamento, che potrà modificarlo. Sono previste audizioni dei vertici delle Forze armate per illustrarne i contenuti. Poi la delega, dodici mesi, i decreti legislativi attuativi.
La riserva militare non sarà operativa domani. Ma il quadro è tracciato, e il dibattito che si aprirà in autunno dirà molto di come questa Nazione intende sé stessa: una comunità che si difende, o un territorio che compra sicurezza.
Fonti
- ANSA — Attesi al Cdm del 4 agosto ddl per rafforzare la Difesa e norme sul riconoscimento facciale
- Il Sole 24 Ore — Difesa, ecco la riforma Crosetto: l’Italia gioca la carta della riserva
- Infodifesa — La riserva militare “pronta all’uso”: richiami, volontari e organici
- La Verità — Riforma Difesa: Crosetto lancia tre riserve per 40.000 soldati
- Il Plurale Quotidiano — Il 4 agosto al Consiglio dei Ministri: più soldati e riconoscimento facciale
- Today — Il piano Crosetto con la riserva operativa: chi viene richiamato

