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Approfondimenti Politici

La Francia arma la culla: il congedo di nascita e la sfida demografica che tocca anche l’Italia

Carlotta De Marchi

Dal 1° luglio Parigi introduce due mesi di congedo retribuito per ogni genitore. Dietro il lessico bellico del "riarmo demografico" c'è una verità che vale anche per Roma: senza figli non c'è Nazione.

Riassunto dell'articolo

Dal 1° luglio 2026 la Francia introduce il congedo di nascita supplementare (congé supplémentaire de naissance), pilastro del piano di "riarmo demografico" annunciato dopo il primo saldo naturale negativo dal dopoguerra. Ogni genitore ha diritto a uno o due mesi individuali e non trasferibili, retribuiti al 70% il primo mese e al 60% il secondo, entro un tetto legato al massimale previdenziale, da fruire entro nove mesi dalla nascita. L'Italia, con la Manovra 2026, sceglie una strategia diversa: non intensità nei primi mesi ma estensione dell'arco temporale del congedo parentale fino ai quattordici anni del figlio, con tre mensilità all'80% e le restanti al 30%, oltre a un miliardo destinato a famiglia e natalità. L'articolo confronta i due modelli — intensità francese contro durata italiana — e ne individua il limite comune: nessun congedo raggiunge la radice culturale della denatalità. Per invertire la curva servono casa accessibile, fisco aggressivamente pro-famiglia e un mutamento di clima civilizzazionale che rimetta il figlio al centro.

C’è una parola che la classe dirigente francese ha smesso di temere, e che dice più di qualunque decreto: réarmement démographique, riarmo demografico. Un lessico di potenza, quasi militare, gollista nel suono. Non lo si usa per caso. La denatalità in Francia ha raggiunto una soglia che nessun eufemismo può più coprire: nel 2023, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Nazione ha registrato un saldo naturale negativo, con più morti che nascite. Da quella cifra è nato il piano dell’Eliseo, e la sua misura-bandiera entra in vigore proprio ora.

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Cosa prevede il congedo di nascita in Francia

Dal 1° luglio 2026 la Francia introduce il cosiddetto congé supplémentaire de naissance, un congedo di nascita che si aggiunge — non sostituisce — ai congedi di maternità e paternità già esistenti. È un diritto individuale e non trasferibile: ogni genitore ha il proprio e non può cederlo al partner. La logica è chiara, e va detto senza infingimenti: spingere anche i padri a fermarsi accanto al figlio nei primi mesi.

Ciascun genitore può astenersi dal lavoro per uno o due mesi, in un unico periodo o in due frazioni da un mese. La retribuzione è la parte che conta: il primo mese è coperto al 70 per cento dello stipendio netto, calcolato sulla media degli ultimi tre mesi; il secondo scende al 60 per cento, con un tetto legato al massimale della previdenza sociale, fissato per il 2026 a poco più di quattromila euro mensili.

La platea è ampia. Ne beneficiano i dipendenti privati, i funzionari pubblici — inclusi militari e personale sanitario — gli autonomi, i liberi professionisti e gli agricoltori. Persino i disoccupati vi accedono, con l’indennità sospesa per la durata del congedo e ripristinata al termine. Il congedo va utilizzato entro nove mesi dalla nascita o dall’arrivo del bambino in famiglia, e parte solo dopo la scadenza dei congedi obbligatori.

Perché Parigi parla di “riarmo demografico”

Il congedo di nascita è un tassello di una strategia più larga, quella che il capo dell’Eliseo ha battezzato appunto riarmo demografico. La fotografia scattata dall’istituto statistico nazionale non ammette repliche: le nascite sono crollate dagli oltre ottocentocinquantamila bambini del 2010 a circa seicentoquarantacinquemila negli ultimi rilevamenti, mentre i decessi hanno superato stabilmente le culle. Una commissione parlamentare ha risposto con decine di proposte, invocando un vero e proprio riassetto della politica familiare: dal mutuo agevolato a ogni nascita al potenziamento dell’assistenza all’infanzia.

Il punto politico, per noi, non è la singola misura. È il fatto che una guida di orientamento progressista sia stata costretta dai numeri ad adottare un vocabolario che chi mette la Nazione e la sua continuità al centro usa da decenni. La demografia della Francia torna a essere quello che è sempre stata nelle Nazioni serie: una questione di sovranità, non una voce di bilancio del sostegno sociale. Un popolo che smette di generare non ha un problema contabile. Ha un problema di esistenza.

Il congedo parentale in Italia con la Manovra 2026

Sul congedo parentale la Francia e l’Italia scelgono strade diverse, e il confronto è istruttivo. Roma, con la Manovra 2026, non punta sull’intensità dei primi mesi ma sull’estensione nel tempo. L’arco entro cui si può fruire del congedo si allunga fino ai quattordici anni del figlio, laddove prima il limite era dodici. Restano fino a tre mensilità indennizzate all’80 per cento della retribuzione, mentre i periodi ulteriori — nel tetto complessivo di nove mesi — scendono al 30.

Accanto a questo, il quadro italiano conferma cinque mesi di maternità obbligatoria all’80 per cento, dieci giorni di paternità obbligatoria interamente retribuiti dall’ente previdenziale, e un ampliamento dei giorni per la malattia dei figli nella fascia dai tre ai quattordici anni. Il governo ha destinato circa un miliardo alle misure per la famiglia e la natalità, tra sgravi contributivi e miglioramenti dell’indennità.

Sono passi concreti, e vanno registrati come tali. L’esecutivo eredita un declino che affonda le radici in decenni di scelte altrui, e muove nella direzione giusta con le risorse che il vincolo dei conti pubblici consente. Ridurre tutto a un’accusa al governo sarebbe malafede: il problema è più antico e più profondo di qualunque manovra.

Due modelli, un limite comune

Confrontare il congedo parentale di Francia e Italia serve a vedere due filosofie. La prima concentra risorse alte in una finestra breve, per rendere sostenibile il momento decisivo, quello della nascita, e per tirare dentro anche i padri con un diritto che non si può regalare alla madre. La seconda distribuisce la tutela su un arco lungo, privilegiando la flessibilità della famiglia nel tempo. Entrambe hanno una loro razionalità. Entrambe, però, condividono lo stesso limite.

Nessuna delle due tocca la radice. Un congedo, per quanto ben retribuito, agisce su chi un figlio ha già deciso di farlo. Non parla a chi non lo fa. E il vuoto delle culle europee non nasce dalla mancanza di due mesi all’80 per cento: nasce prima, in un ordine culturale che ha smesso di considerare la generazione un atto di fedeltà al futuro. Come abbiamo argomentato analizzando le cause profonde del crollo delle nascite, non sono soltanto i soldi a fermare i giovani, ma una civiltà che ha trasformato la libertà in rifiuto del legame.

La radice che nessun congedo raggiunge

Se davvero si vuole un riarmo demografico, e non un cerotto, servono tre cose che vengono prima del congedo. La prima è la casa: senza un’abitazione accessibile non si costruiscono famiglie stabili, ed è la ragione per cui il tema è tornato al centro del dibattito italiano, dal piano abitativo del governo alle proposte parlamentari per un dicastero dedicato. La seconda è un fisco che smetta di punire chi mette al mondo figli e premi in modo aggressivo la natalità interna, sul modello di quelle Nazioni europee che hanno legato l’imposizione al numero dei figli. La terza, la più difficile, è un clima di civiltà che rimetta il figlio al centro dell’esistenza, invece di descriverlo come un ostacolo all’autorealizzazione.

La denatalità in Francia e in Italia è lo stesso sintomo di una malattia continentale. L’Europa delle Patrie — le Nazioni che cooperano custodendo ciascuna la propria identità e la propria continuità — non può reggersi su popoli che non si riproducono. Il congedo di nascita francese è un segnale positivo, perché nomina il problema per quello che è. Ma la battaglia vera si combatte a monte: nella casa, nel fisco, e soprattutto nella testa di una generazione a cui bisogna tornare a dire che avere figli non è un peso, ma il modo più antico e più alto in cui un popolo dichiara di credere in se stesso.

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Carlotta De Marchi
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