170 Visualizzazioni
Finanza

La BCE alza i tassi mentre Hormuz brucia: la medicina sbagliata che paga l’Italia

Federico Galli

Primo rialzo dal settembre 2023: Francoforte risponde all'inflazione energetica importata dalla guerra nel Golfo con una stretta che colpisce famiglie e imprese italiane. Ma il problema non è la domanda interna: è la dipendenza energetica.

Riassunto dell'articolo

L'11 giugno 2026 la BCE ha varato il primo rialzo dei tassi dal settembre 2023: depositi al 2,25%, rifinanziamento principale al 2,40%. La decisione risponde a un'inflazione eurozona al 3,2% trainata quasi interamente dai rincari energetici causati dalla guerra USA-Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, mentre l'inflazione di fondo resta vicina al 2%. L'articolo sostiene che la stretta monetaria è inadeguata contro uno shock di offerta importato: colpisce mutui, imprese e debito pubblico italiano senza incidere sulle cause. La risposta strutturale indicata è la sovranità energetica, con diversificazione delle forniture e ritorno al nucleare.

Punti chiave
  • Il Messaggero – Bce, la decisione sui tassi. Il mercato sconta già…
  • Money.it – Previsioni riunione BCE 11 giugno: primo rialzo dal 2023
  • ANSA – Economisti, la Bce verso due rialzi dei tassi quest'anno
  • Euronews – Bce, rialzo dei tassi sotto esame con inflazione ostinata nei…

Il giorno scelto da Francoforte non poteva essere più eloquente. Mentre il comando militare iraniano ordina la chiusura dello Stretto di Hormuz e il petrolio riprende a correre, la Banca Centrale Europea vara il rialzo tassi BCE più atteso e più discusso degli ultimi anni. Venticinque punti base: il tasso sui depositi sale dal 2% al 2,25%, quello sulle operazioni principali di rifinanziamento dal 2,15% al 2,40%, il marginale dal 2,40% al 2,65%.

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

È il primo aumento dal settembre 2023. Ed è la fotografia perfetta di un paradosso: l’Eurotower cura con la medicina della domanda un’inflazione che nasce interamente dall’offerta. Dalla guerra. Dall’energia. Da una dipendenza che nessun tasso di interesse potrà mai sanare.

Tassi BCE giugno 2026: cosa ha deciso Francoforte

La decisione era ampiamente scontata. I mercati prezzavano il rialzo con una probabilità vicina al 98%, e gli economisti interpellati da Bloomberg avevano già messo in conto una seconda stretta entro fine anno, probabilmente a settembre, con il tasso sui depositi destinato al 2,5%.

A spingere il Consiglio direttivo è stata l’inflazione di maggio: 3,2% nell’eurozona, il dato più alto dal settembre 2023, ben oltre la bussola del 2%. Le nuove proiezioni macroeconomiche, riviste oggi, fotografano un 2026 più caro e più debole: inflazione attesa verso il 3,5%, crescita dell’eurozona limata a un misero +0,6%.

Dietro il tecnicismo c’è una questione di reputazione. Christine Lagarde porta ancora addosso il peso del 2021-2022, quando Francoforte negò l’evidenza dell’inflazione post-pandemica e arrivò alla prima stretta con mesi di ritardo, costringendosi poi a dieci rialzi consecutivi per 450 punti base. Questa volta l’Eurotower ha scelto di muoversi presto. Forse troppo presto. E certamente nel modo sbagliato.

Un’inflazione importata dalla guerra, non dalla domanda

Il punto decisivo sta in un numero che Francoforte conosce benissimo: depurata da energia e alimentari, l’inflazione di fondo viaggia intorno al 2,2%, sostanzialmente in linea con l’obiettivo. Sono i prodotti energetici a correre, con rincari a doppia cifra che si sono impennati da quando la guerra tra Stati Uniti e Iran ha trasformato il Golfo in una polveriera.

La notte appena trascorsa lo conferma: nuovi raid americani con 49 missili Tomahawk, rappresaglia iraniana sulle basi nel Golfo, l’ordine di chiusura dello Stretto di Hormuz e due petroliere colpite. Da quel braccio di mare passa un quinto del petrolio mondiale e una quota decisiva del gas naturale liquefatto diretto in Europa.

Questa non è inflazione da surriscaldamento. Non ci sono salari fuori controllo, non c’è una domanda interna euforica da raffreddare. C’è uno shock di offerta importato, identico nella natura a quello del 2022. E contro uno shock di offerta il rialzo dei tassi è un’arma spuntata: non riapre Hormuz, non abbassa il prezzo del gas, non riempie i rigassificatori.

La medicina sbagliata: cosa colpisce davvero la stretta

Ciò che il rialzo tassi BCE colpisce, invece, è l’economia reale delle Nazioni europee. Rende più caro il credito a imprese che già affrontano bollette energetiche in crescita. Comprime investimenti e consumi in un’eurozona che cresce dello zero virgola. E aggrava il servizio del debito degli Stati, con l’Italia in prima fila.

Il meccanismo è noto: per spegnere un incendio divampato nel Golfo Persico, Francoforte toglie ossigeno a Milano, Torino e Bari. La febbre è causata dalla guerra, ma il salasso lo subisce il malato europeo. Con un’aggravante: gli indici anticipatori segnalano già rischi di stagflazione, lo scenario peggiore, in cui i prezzi salgono mentre il prodotto rallenta. La stretta monetaria rischia di consegnare all’eurozona entrambe le cose insieme.

Aumento tassi BCE e mutui: il conto per le famiglie italiane

Per le famiglie italiane la traduzione è immediata. I mutui a tasso variabile, oggi mediamente più convenienti del fisso, sono i primi a muoversi: su un finanziamento trentennale da 150.000 euro la rata variabile si aggira intorno ai 600 euro mensili, e ogni rialzo dell’Eurotower si scarica direttamente sull’Euribor e quindi sulla rata.

Se le previsioni degli economisti si confermeranno, con una seconda stretta a settembre, il conto si farà più pesante nel pieno dell’autunno, proprio quando arriveranno anche le bollette gonfiate dalla crisi del Golfo. Le famiglie pagheranno due volte: come consumatori di energia e come debitori.

Per l’Italia c’è poi il nodo del debito sovrano. Ogni punto base in più sul costo del denaro si riflette, nel tempo, sul rifinanziamento di uno stock superiore ai 3.000 miliardi. Risorse sottratte a sanità, difesa, investimenti: il prezzo della tecnocrazia monetaria si misura anche così.

L’Italia chiede prudenza, Francoforte tira dritto

Il governo italiano non è rimasto in silenzio. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva chiesto esplicitamente a Lagarde una riduzione dei tassi, non un aumento. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini aveva invitato l’Eurotower a restare ferma, per non aggiungere un altro fardello a un sistema produttivo già provato, osservando che è prematuro combattere l’inflazione con i rialzi quando la febbre è appena percettibile.

Voci inascoltate. La governance monetaria europea risponde a una logica propria, sottratta per costruzione al circuito democratico delle Nazioni: è il limite strutturale di un’architettura in cui le decisioni che incidono sulla rata del mutuo di una famiglia di Brescia vengono assunte a Francoforte guardando alla media ponderata di venti economie diverse. Non è un incidente: è il sistema che funziona esattamente come è stato progettato. Ed è per questo che il problema non si risolve con un comunicato di protesta, ma ripensando i rapporti di forza dentro l’Unione.

La vera risposta è la sovranità energetica

C’è infine la lezione più profonda di questa giornata. L’eurozona alza i tassi perché è ostaggio energetico di uno stretto largo cinquanta chilometri dall’altra parte del mondo. Questa è la vulnerabilità che nessuna banca centrale può correggere e che la politica, invece, può e deve affrontare.

L’Italia lo ha già sperimentato con la crisi delle forniture qatariote da Ras Laffan: ogni scossone nel Golfo si trasforma in un prelievo forzoso sulle tasche degli italiani. La risposta strutturale non passa da Francoforte ma dalla diversificazione delle forniture, dai rigassificatori, e soprattutto dal ritorno al nucleare, l’unica tecnologia in grado di restituire alla Nazione il controllo del proprio destino energetico.

Il rialzo tassi BCE di oggi, in definitiva, è il sintomo di un’Europa che subisce la storia invece di farla: paga la guerra degli altri con la recessione propria. Finché l’energia resterà una variabile dipendente da Hormuz, ogni riunione dell’Eurotower sarà soltanto la gestione contabile di una debolezza politica. La sovranità energetica non è un’opzione ideologica: è l’unica vera politica anti-inflazione.

Fonti

Tag: , , ,
Scritto da
Federico Galli
Sostieni il giornalismo indipendente
Il tuo contributo ci permette di continuare a informarti liberamente

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per rimanere aggiornato/a iscriviti al nostro canale WhatsApp
Iscriviti al Canale