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I Rostri / Il corsivo del Tribuno Rostri

Draghi fonda il club dei miliardari per comandare l’Europa. E nessuno li ha votati

Il Tribuno del Popolo

Nasce il Rhine Group: banchieri, speculatori e tecnocrati si autonominano custodi del futuro europeo. Le radici greco-romane non sono pervenute.

Riassunto dell'articolo

Il Rhine Group è un think tank privato fondato nell'agosto 2026 da Mario Draghi e Patrick Collison (Stripe), con Luis Garicano come direttore esecutivo, per rilanciare la competitività europea a partire dal Rapporto Draghi del 2024. Ne fanno parte economisti, finanzieri e grandi imprenditori come Giavazzi, Reichlin, Pignataro, Colao, Niel e Le Maire. L'articolo satirico de I Rostri critica il gruppo come espressione di un modello tecnocratico e finanziario privo di mandato popolare, contrapposto a un'idea di Europa fondata sulle radici greco-romane e sulla sovranità delle Nazioni.

C’era una volta l’Europa che nasceva ad Atene, si faceva diritto a Roma e cattedrale a Chartres. Oggi, a quanto pare, rinasce sul Reno. Si chiama Rhine Group il nuovo cenacolo fondato da Mario Draghi insieme a Patrick Collison, miliardario irlandese dei pagamenti digitali: nella brochure c’è scritto che il Rhine Group servirà a salvare la competitività europea. Nella realtà, il messaggio è un altro, ed è sempre lo stesso: dell’Europa devono occuparsene loro. I banchieri, i tecnocrati, gli speculatori. Esattamente quelli che il declino lo hanno amministrato, benedetto e in qualche caso firmato.
Scorrete la lista degli invitati al banchetto e ditemi se sbaglio. Gli economisti Francesco Giavazzi e Lucrezia Reichlin, gloria dei salotti buoni. Il finanziere Andrea Pignataro. Il numero uno di Bending Spoons Luca Ferrari. L’ex ministro Vittorio Colao. Il presidente di Iliad Xavier Niel. Bruno Le Maire, l’uomo che ha custodito i conti francesi con i risultati che tutti ammirano. E, ciliegina, il vertice del gruppo Le Monde, perché un circolo di potere senza il giornale amico è come un rinfresco senza spumante. Direttore esecutivo: un ex eurodeputato spagnolo. Voti popolari raccolti dal gruppo: zero. Mandato istituzionale: nessuno. Titolo autoassegnato: guida spirituale del continente.
Il capolavoro comico, però, sta nella genesi. Il celebre Rapporto Draghi fu consegnato alla Commissione nel settembre 2024, accolto con applausi commossi e poi lasciato a stagionare negli armadi di Bruxelles. Due anni dopo, la soluzione dei nostri eroi non è chiedersi perché l’apparato che loro stessi incarnano non muova mai un dito: è fondare un circolo privato per parlare del rapporto. Il declino europeo curato con un altro convegno. La casa brucia e loro istituiscono il comitato scientifico sull’incendio.
Nel manifesto si legge che i cittadini europei chiederebbero ai propri capi di “sollevare lo sguardo dalle preoccupazioni quotidiane” verso un destino comune. Sollevare lo sguardo è facilissimo quando le preoccupazioni quotidiane le hai delegate al maggiordomo. Chi fa la fila in farmacia, chi chiude la saracinesca per i costi dell’energia, chi guarda la bolletta del gas che racconta anni di dipendenza energetica mal gestita proprio da questa classe dirigente, forse lo sguardo preferirebbe tenerlo dritto: sul conto in banca, che non è quello di Stripe.
E poi c’è il nome, che vale da solo un trattato di psicanalisi. Il Reno: il fiume di Francoforte, della Banca centrale, dei caveau. Non il Tevere del diritto, non l’Egeo della polis, non la Senna delle cattedrali. Quando hanno dovuto scegliere un simbolo per l’Europa da salvare, questi signori hanno scelto il fiume delle banche. Eppure il Reno, nella grande civiltà europea, è anche altro: è il fiume di Wagner. In fondo alle sue acque giace l’oro, e Alberico, il nano che rinuncia all’amore pur di impossessarsene, ne forgia l’anello del dominio. Ecco: il Rhine Group è il Reno dei nani, di chi accumula l’oro nei caveau e in cambio ha rinunciato a tutto ciò che rende umana una civiltà. Ma esiste un altro Reno, e sarebbe ora di riscoprirlo: il Reno di Sigfrido, dell’eroe che spezza la maledizione dell’oro e restituisce il destino a chi ha il coraggio di impugnarlo. L’Europa dovrà scegliere quale dei due navigare. La loro, intanto, non è la civiltà greco-romana che ha inventato la persona, la libertà politica e la bellezza, ma un’area valutaria con annesso mercato dei capitali da integrare. Le radici non compaiono nel documento fondativo, e come potrebbero: le radici non si quotano in borsa.
Sia chiaro: la diagnosi del declino è persino giusta. Quattro sole aziende europee tra le prime cinquanta tecnologiche del mondo, dipendenze energetiche ovunque, innovazione al palo. Ma è il medico a essere sospetto. L’Europa non tornerà grande nei simposi tra miliardari e banchieri centrali a riposo: tornerà grande quando le Nazioni che la compongono riprenderanno in mano il proprio destino, la propria energia, la propria industria e la propria identità. Quella vera, che non nasce sul Reno dei caveau ma sull’Acropoli e sul Campidoglio. Se al Rhine Group vogliono davvero capire cos’è l’Europa, un consiglio gratuito dal Tribuno: meno seminari sulla competitività, più greco e latino.
Ave atque vale.

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