C’è un modo per misurare la velocità di un cambiamento politico: si prende un concetto, si segna il giorno in cui pronunciarlo in pubblico costava il posto di lavoro, e si segna il giorno in cui quel concetto diventa norma votata dal Parlamento europeo. Per la remigrazione, la distanza tra questi due momenti è di ventisette mesi.
Nel novembre 2023, nella villa di un imprenditore a Potsdam, l’attivista austriaco Martin Sellner presenta a una platea ristretta — tra cui esponenti di AfD e CDU — un piano per il rimpatrio organizzato di milioni di persone dall’Europa. L’inchiesta del collettivo giornalistico Correctiv porta il caso all’attenzione pubblica. Il risultato è un’onda di indignazione: manifestazioni in decine di città tedesche, richieste di messa al bando dell’AfD, un divieto d’ingresso in Germania per Sellner che durerà fino alla revoca giudiziaria del maggio 2024. La parola stessa — remigrazione — viene trattata come un marcatore di estremismo.
Il 26 marzo 2026, il Parlamento europeo approva con 389 voti a favore il regolamento rimpatri: centri di detenzione fuori dall’Unione, espulsioni verso Nazioni terze senza legame con il migrante, detenzione fino a ventiquattro mesi, priorità al rimpatrio coercitivo. L’eurodeputata dell’AfD Mary Khan, relatrice ombra del gruppo ESN, commenta: «Il firewall è caduto anche sulla politica migratoria». Charlie Weimers, negoziatore dell’ECR, dichiara che «l’era delle deportazioni è iniziata». Nicola Procaccini, copresidente ECR e uomo di Fratelli d’Italia, sintetizza: «La linea del governo Meloni è diventata la linea europea».
Tra Potsdam e Strasburgo non c’è stato un salto: c’è stata una costruzione. E ricostruirla significa capire come funziona oggi il potere in Europa.
Le radici: Sellner e la Neue Rechte
Martin Sellner non è un politico. È un attivista e teorico del Movimento identitario austriaco, che ha cofondato nel 2012 ispirandosi al Bloc Identitaire francese. Il suo percorso personale — dai contatti giovanili con ambienti neonazisti alla costruzione di un’estetica politica nuova, fatta di comunicazione digitale e provocazioni mediatiche — rispecchia la traiettoria di una generazione della destra radicale europea che ha abbandonato i simboli del Novecento per adottare il linguaggio della “difesa identitaria”.
Nel 2024, Sellner pubblica presso Verlag Antaios il libro Remigration: ein Vorschlag — “Remigrazione: una proposta”. Il testo sistematizza un concetto che fino a quel momento circolava in forma frammentaria negli ambienti identitari. La tesi centrale è che il rimpatrio volontario o incentivato di immigrati “non assimilati” non sia soltanto legittimo ma necessario per la sopravvivenza demografica e culturale dell’Europa. Sellner distingue il concetto dalla deportazione forzata di massa, presentandolo come un processo graduale e “umanamente sostenibile”, fondato su incentivi economici, revoca dei permessi e pressione amministrativa.
Il punto rilevante non è la proposta in sé — che ha precedenti intellettuali nella Nouvelle Droite di Alain de Benoist e nel pensiero di Guillaume Faye — ma la strategia di diffusione. Sellner lo dice esplicitamente al Remigration Summit di Gallarate nel maggio 2025: l’obiettivo è «rendere la remigrazione così popolare che tutti i partiti di destra la richiedano e tutti i governi d’Europa la applichino». Non è un programma politico: è un piano di penetrazione culturale che usa il ciclo summit → libro → social media → proposta legislativa per trasformare un’idea marginale in senso comune.
Da Gallarate a Strasburgo: le tappe della normalizzazione
La sequenza è ricostruibile con precisione.
Novembre 2023 — Potsdam. L’incontro alla villa genera il più grande scandalo politico tedesco degli ultimi anni. Centinaia di migliaia di persone scendono in piazza contro l’AfD. La città di Potsdam emette un divieto d’ingresso triennale contro Sellner. Il termine “remigrazione” viene associato pubblicamente a un piano di espulsione etnica. Paradossalmente, è proprio lo scandalo a rendere il concetto noto a milioni di europei che non ne avevano mai sentito parlare.
Settembre 2024 — Vienna. Il Partito della Libertà d’Austria (FPÖ), guidato da Herbert Kickl, vince le elezioni federali inserendo la remigrazione nel proprio programma elettorale. Il termine compare in un documento ufficiale di un partito di governo per la prima volta nella storia dell’Europa occidentale.
Gennaio 2025 — Roma. Il deputato leghista Rossano Sasso dichiara dal Parlamento italiano: «La remigrazione è l’unica soluzione». È la prima volta che la parola viene pronunciata in un’aula parlamentare nazionale italiana.
Maggio 2025 — Gallarate. Il primo Remigration Summit riunisce quattrocento attivisti al Teatro Condominio, con un videomessaggio di Roberto Vannacci — all’epoca vicesegretario della Lega, oggi fondatore del movimento Futuro Nazionale — e la partecipazione di esponenti di AfD, Reconquête, Forum voor Democratie, Chega. Sellner chiude il summit promettendo di «rendere la remigrazione una realtà nei prossimi anni». L’organizzatore Andrea Ballarati dà appuntamento «per il ReSUM 2026».
Dicembre 2025 — Roma. Il Comitato “Remigrazione e Riconquista”, fondato da CasaPound, Rete dei Patrioti e altre realtà della destra extraparlamentare italiana, deposita in Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare che raccoglie cinquantamila firme in ventiquattro ore. I dieci punti del programma includono l’espulsione degli stranieri autori di reati, il “patto di remigrazione volontaria” e la limitazione dell’attività delle ONG.
9 marzo 2026 — Strasburgo. La commissione LIBE del Parlamento europeo approva il testo alternativo del regolamento rimpatri, presentato dal PPE con il sostegno di ECR, PfE ed ESN. Il testo viene negoziato in una chat WhatsApp che include l’eurodeputata AfD Mary Khan, il francese François-Xavier Bellamy (PPE), lo svedese Charlie Weimers (ECR) e l’olandese Marieke Ehlers (PfE). I socialisti, che rifiutavano il concetto di “return hubs”, vengono scavalcati.
26 marzo 2026 — Bruxelles. La plenaria approva il regolamento con 389 voti favorevoli. Lo stesso giorno, il Parlamento boccia la proroga del Chat Control (311 voti contrari) e approva l’accordo commerciale con gli Stati Uniti (417 voti favorevoli). Tre voti, tre maggioranze diverse dalla coalizione von der Leyen, tre segnali dello stesso fenomeno: a Strasburgo governa una nuova maggioranza senza nome e senza contratto.
Il regolamento: cosa prevede davvero
Il regolamento rimpatri approvato dal Parlamento europeo il 26 marzo non usa la parola “remigrazione”. Ma ne codifica l’architettura operativa.
I pilastri del testo sono quattro. Il primo è l’istituzione dei “return hubs”: centri di detenzione collocati al di fuori del territorio dell’Unione, in Nazioni terze con cui vengono stipulati accordi bilaterali. Il modello di riferimento — mai citato esplicitamente ma evidente nella struttura — è l’accordo Italia-Albania voluto dal governo Meloni. Con il nuovo regolamento, quell’esperimento diventa replicabile su scala continentale.
Il secondo è l’espulsione verso Nazioni terze senza legame con il migrante. Il testo consente di deportare una persona in un Paese in cui non è mai stata, con cui non ha connessione alcuna, a condizione che esista un accordo e che il Paese sia considerato “sicuro”. Una clausola particolarmente controversa apre alla negoziazione con «entità di Paesi terzi non riconosciuti» — formula che, secondo l’eurodeputata verde Mélissa Camara, potrebbe tradursi in accordi con i talebani per il rimpatrio di cittadini afghani.
Il terzo è la detenzione fino a ventiquattro mesi per i migranti irregolari che non cooperano al rimpatrio. Il testo include le famiglie con minori a carico tra i soggetti detenibili — un punto che ha provocato le critiche più dure da parte dei socialisti.
Il quarto è il riconoscimento reciproco delle decisioni di rimpatrio tra Stati membri e la riduzione drastica dell’effetto sospensivo dei ricorsi giudiziari. L’ordine di espulsione emesso da un Paese diventa esecutivo in tutta l’area Schengen, e l’autorità giudiziaria perde la possibilità di bloccare automaticamente l’esecuzione in attesa della sentenza.
Il Parlamento ha inoltre rimosso dalla proposta originaria della Commissione la creazione di un organismo indipendente di monitoraggio dei centri esterni — lasciando il controllo ai singoli Stati che stipulano gli accordi bilaterali.
Il firewall che non c’è più
Per decenni, la politica europea ha funzionato secondo un principio informale: il “cordone sanitario” — o firewall — che impediva ai partiti del centro di collaborare con la destra radicale. In Germania il principio era particolarmente rigido, e la sua violazione rappresentava un tabù politico assoluto. Manfred Weber, presidente del PPE e vicepresidente della CSU bavarese, aveva ancora a fine 2024 ribadito l’esistenza di «un firewall a protezione dei valori europei».
La cronologia del regolamento rimpatri dimostra che quel firewall è ora un relitto retorico. La chat WhatsApp rivelata dall’agenzia dpa documenta non una convergenza casuale di voto, ma un coordinamento attivo: il PPE ha condiviso la propria bozza legislativa con AfD, ECR e PfE, ha recepito emendamenti dall’ufficio di Mary Khan, ha organizzato un incontro a quattro il 4 marzo per redigere insieme il testo finale. Dopo l’approvazione in commissione, nella chat qualcuno scrive «grazie per l’eccellente cooperazione», e lo staff del PPE risponde con l’emoji dell’applauso.
Weber, interpellato dal quotidiano Bild, non nega l’esistenza della chat ma declassa il ruolo dell’AfD: «Non ha alcun ruolo quando si tratta di maggioranze e contenuti. Come capogruppo, sono io a stabilire la strategia. Tuttavia, non controllo le chat dei collaboratori». È una difesa che contraddice i fatti: la collaborazione non è stata accidentale ma strutturale, non è avvenuta a livello di staff ma di eurodeputati, e ha prodotto un testo legislativo congiunto.
Il punto che Weber non può ammettere — ma che la realtà parlamentare ha già reso evidente — è che a Strasburgo esiste una maggioranza di destra stabile e operativa, composta da PPE + ECR + PfE + ESN, che legifera su migrazione, commercio e privacy digitale scavalcando sistematicamente la coalizione che sostiene la Commissione von der Leyen. Il giornalista svedese Charlie Weimers l’ha detto con una franchezza che a Berlino suona come una provocazione: «Il firewall non deve impedire all’UE di approvare leggi urgentemente necessarie. Servono più gruppi come questo».
L’Italia al centro
In questa dinamica, l’Italia occupa una posizione singolare. Da un lato, il governo Meloni rivendica il regolamento rimpatri come una vittoria della propria linea politica: il modello Albania, i centri esterni, la stretta sui rimpatri erano tutti elementi della piattaforma italiana prima di diventare posizione del Parlamento europeo. Procaccini lo dice esplicitamente: la linea Meloni è diventata linea europea.
Dall’altro, l’Italia è il Paese dove la distanza tra la remigrazione istituzionale e quella extraparlamentare è più sottile. La proposta di legge di iniziativa popolare del Comitato “Remigrazione e Riconquista” — sostenuta da CasaPound e dalla Rete dei Patrioti — va molto oltre il regolamento europeo: prevede non solo l’espulsione degli irregolari ma anche quella di qualsiasi straniero autore di reati, la revoca della cittadinanza in casi specifici e la formalizzazione di un “patto di remigrazione volontaria”. Roberto Vannacci, eurodeputato che il 3 febbraio 2026 ha lasciato la Lega per fondare il movimento Futuro Nazionale — uscendo anche dal gruppo Patrioti per l’Europa — aveva inviato il proprio videomessaggio di sostegno al Remigration Summit di Gallarate e definito la remigrazione «una battaglia di libertà e civiltà». La rottura con Salvini è avvenuta proprio sul terreno dell’identità politica: Vannacci ha accusato il Carroccio di compromessi e ha rivendicato una destra «non moderata», più vicina al linguaggio identitario di Sellner che alla tradizione leghista.
La Lega stessa, prima della scissione, aveva progressivamente incorporato il termine nelle proprie comunicazioni ufficiali. Salvini aveva difeso il summit di Gallarate dichiarando: «Non capisco perché si dovrebbe vietare a priori il libero pensiero di qualcuno. Mica siamo in Unione Sovietica». Il responsabile Esteri della Lega Giovani, Davide Quadri, era stato ancora più diretto: «La remigrazione è un tema del nostro partito». Ma la nascita di Futuro Nazionale dimostra che il concetto di remigrazione, una volta entrato nel lessico politico, genera una dinamica centrifuga: chi lo abbraccia per primo tende a radicalizzarsi più velocemente di quanto il partito ospitante sia disposto a seguire.
Quello che emerge è un meccanismo a doppio binario. Il regolamento europeo crea l’infrastruttura legale — i centri esterni, le procedure accelerate, il riconoscimento reciproco. La proposta italiana di iniziativa popolare crea la domanda politica — la pressione dal basso che spinge i partiti di governo ad andare oltre il perimetro di Bruxelles. Le due cose avanzano in parallelo, si rafforzano reciprocamente, e producono un effetto cumulativo che nessuna delle due, da sola, avrebbe potuto generare.
Cosa significa per l’Europa
Il percorso della remigrazione da concetto tabù a principio normativo illustra un fenomeno più ampio: la capacità della destra identitaria europea di imporre i propri termini al dibattito pubblico prima ancora di conquistare il potere esecutivo. Non è la prima volta che accade nella storia politica del continente — il processo è simile a quello che ha portato il concetto di “sovranità alimentare” dai movimenti contadini alle politiche agricole comunitarie, o quello che ha fatto della “transizione ecologica” un obiettivo istituzionale partendo dall’attivismo ambientalista.
La differenza è la velocità. La remigrazione è passata dal discorso di un attivista in una villa privata alla legislazione del Parlamento europeo in ventisette mesi. Lo ha fatto sfruttando tre leve simultanee: la penetrazione culturale (libri, summit, social media), la traduzione legislativa dal basso (la proposta italiana di iniziativa popolare) e la convergenza parlamentare dall’alto (la “maggioranza Venezuela” a Strasburgo che lega PPE e destre su tutti i dossier sensibili).
Il risultato è un’Europa in cui il dibattito sulla migrazione non si svolge più tra chi vuole accogliere e chi vuole respingere, ma tra chi vuole rimpatriare e chi vuole remigrare — tra chi considera il regolamento rimpatri un punto d’arrivo e chi lo vede come un punto di partenza verso politiche ancora più radicali. La distanza tra le due posizioni è più sottile di quanto la retorica parlamentare lasci intendere. E il fatto che il Parlamento europeo abbia rimosso l’organismo indipendente di monitoraggio dei centri esterni suggerisce che la direzione del viaggio è già tracciata.
Fonti
Euronews – European Parliament approves return hubs outside the EU (26 marzo 2026)
France 24 – EU Parliament clears the way for offshore migrant detention centres (26 marzo 2026)
Euronews – EU Parliament firewall breached: EPP reportedly worked closely with AfD (15 marzo 2026)
ANSA – Via libera dell’Eurocamera alle norme sui rimpatri, sì ai return hubs (26 marzo 2026)
Domani – Il regolamento deportazioni al passaggio finale in UE (26 marzo 2026)
ECR Group – Europe is waking up to a new consensus: illegal migrants will be returned (26 marzo 2026)
Hungarian Conservative – EP votes toughest deportation framework pushed by Patriots-led coalition (26 marzo 2026)
InfoMigrants – Far-right activists call for remigration at controversial European summit (maggio 2025)
Euronews IT – Remigration Summit: estrema destra europea riunita a Gallarate (17 maggio 2025)
L’Espresso – Il Remigration Summit, l’espulsione degli stranieri non assimilati e le sponde con la Lega (17 maggio 2025)
Il Foglio – Dalle banlieue francesi alla proposta di legge che piace a Vannacci. Breve storia della remigrazione (febbraio 2026)
Wikipedia – Martin Sellner
Illiberalism.org – Remigration, or the Rebranding of Extremism (2025)
Remigrazione.org – Sito ufficiale del Comitato Remigrazione e Riconquista
Free West Media – Wave of national elections reshaping the EU (27 marzo 2026)
CyberInsider – EU votes to block extension of Chat Control rules (26 marzo 2026)
Euronews – EU lawmakers support EU-US trade deal with conditions (26 marzo 2026)

