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Finanza

Reattori in mare: la propulsione nucleare navale è la prova del nove della sovranità italiana

Redazione - Il Politico

La legge apre ai reattori a bordo, ma il cervello industriale del nuovo nucleare italiano sta spostando il baricentro Oltralpe.

Riassunto dell'articolo

il ddl delega sul nucleare approvato dalla Camera il 4 giugno 2026 include l'apertura alla propulsione nucleare navale. La filiera esiste già — accordo Newcleo-Fincantieri-RINA per reattori LFR da 30 MW a bordo — ma il baricentro industriale di Newcleo si sta spostando in Francia (sede a Parigi, primo reattore in Francia nel 2031) e verso gli USA. La tesi: la sovranità energetica non è solo decidere di tornare all'atomo, ma trattenere talenti, brevetti e capitalizzazione della filiera sul suolo nazionale.

Nel passaggio parlamentare del disegno di legge delega sul nucleare, approvato dalla Camera il 4 giugno con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, è comparsa una riga che i grandi quotidiani hanno relegato a nota di colore: l’apertura alla propulsione nucleare sulle navi. È invece il punto in cui si misura davvero la sovranità energetica della Nazione. Perché decidere di tornare all’atomo è un atto di volontà politica; trattenere la filiera che quell’atomo lo costruisce è un atto di potenza industriale. E le due cose non coincidono affatto.

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La norma che apre il mare al nucleare

Il testo licenziato da Montecitorio non autorizza la costruzione di alcun impianto: conferisce al Governo una delega da esercitare entro dodici mesi, con l’obiettivo di emanare i decreti attuativi entro la fine dell’anno e di costruire la cornice giuridica del ritorno all’energia nucleare. Tra le novità introdotte durante l’esame parlamentare spiccano le misure per incentivare la filiera industriale nazionale ed europea e, appunto, l’apertura all’utilizzo della propulsione nucleare navale. Una riga di legge che apre un mercato, ma che vale soltanto se a valle esiste chi quel mercato lo sa servire.

Una filiera già in campo: Newcleo, Fincantieri, RINA

Il punto è che, sulla propulsione nucleare navale, l’Italia non parte da zero. Dal 2023 esiste un accordo tra Newcleo, Fincantieri e RINA per uno studio di fattibilità sull’applicazione dei reattori al settore navale. Newcleo è la scale-up del nuovo nucleare fondata dal fisico Stefano Buono, formatosi al CERN, e sviluppa reattori veloci di quarta generazione raffreddati al piombo. Non è l’unica alleanza: la società ha intese strategiche anche con Maire Tecnimont nella chimica verde e con Saipem per lo studio di reattori su piattaforme galleggianti, mentre la ricerca di base poggia sulla collaborazione ventennale con l’ENEA presso il Centro Ricerche del Brasimone, nel bolognese. Sulla carta, un campione industriale a trazione italiana. Capitale umano italiano, ricerca italiana, cantieristica italiana.

Come funziona un reattore a bordo

La tecnologia chiarisce perché la posta sia alta. Si tratta di un mini reattore modulare di tipo LFR, un reattore veloce raffreddato al piombo, installato a bordo come una batteria nucleare chiusa capace di erogare circa trenta megawatt elettrici. Brucia combustibile MOX ricavato dalle scorie nucleari esistenti, va rifornito una sola volta ogni dieci-quindici anni e, a fine vita, l’intera unità viene rimossa e sostituita. Sul versante della sicurezza, il piombo liquido si solidifica al contatto con l’acqua fredda in caso di incidente, sigillando il nucleo e contenendo le radiazioni. Ma il dato che conta, in chiave strategica, è un altro: una nave a propulsione nucleare non dipende più dal rifornimento di combustibile fossile. Per una Nazione marittima, esposta ai colli di bottiglia delle rotte energetiche, è autonomia operativa allo stato puro.

Il baricentro che scivola verso Parigi

Qui si apre la contraddizione che nessuno racconta. Mentre l’Italia scrive nella legge l’apertura ai reattori nucleari sulle navi, il cervello industriale che dovrebbe realizzarli sta spostando il proprio baricentro. Newcleo ha trasferito l’headquarter da Londra a Parigi per consolidarsi all’interno dell’Unione e facilitare l’accesso ai finanziamenti istituzionali. Il primo reattore dimostrativo da trenta megawatt elettrici sorgerà in Francia nel 2031, sostenuto da un piano francese che vale fino a tre miliardi di euro. In Italia resta il Precursor, un prototipo non nucleare in costruzione al Brasimone entro il 2026, e poco meno di quattrocento dipendenti: la ricerca, non il centro di gravità. Nel frattempo la società guarda agli Stati Uniti, dove ha avviato interlocuzioni con la Nuclear Regulatory Commission e siglato una partnership con Oklo, e si muove verso una quotazione a Wall Street. L’agenzia per l’energia nucleare dell’OCSE la riconosce come il progetto di reattore veloce più avanzato d’Europa: una corona europea, costruita in larga parte da mani italiane, che però rischia di essere capitalizzata altrove.

Sovranità è trattenere la filiera

È esattamente il nodo che la destra di governo non può permettersi di eludere. Il voto della Camera è necessario, non sufficiente. La sovranità energetica nucleare non si esaurisce nella scelta di tornare all’atomo: si gioca sulla capacità di ancorare al suolo nazionale i talenti, i brevetti, la capitalizzazione e i cantieri. Cooperare in Europa, nell’orizzonte di nazioni sovrane che mettono in comune competenze, è un valore; subordinarsi, lasciando che la ricerca germogli qui e il valore venga raccolto a Parigi o a New York, è il contrario della sovranità. La norma sulla propulsione nucleare navale è precisamente questo banco di prova. I decreti attuativi che il Governo emanerà entro l’anno diranno se l’Italia intende limitarsi a comprare la tecnologia da chi l’avrà industrializzata, oppure costruire le condizioni — fiscali, finanziarie, regolatorie — perché quella filiera resti dove è nata. È la differenza tra avere il nucleare e contare nel nucleare.

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