Isabella Marsilio ha 66 anni, insegna lettere alla scuola media Giovanni Verga di Centocelle ed è al suo ultimo anno prima della pensione. Venerdì mattina un suo alunno di 13 anni l’ha aggredita in classe con spray urticante e tre coltellate al costato. La prof accoltellata a Roma è stata dimessa con sette giorni di prognosi. Nelle ore successive ha fatto due cose: ha perdonato il ragazzo e ha confermato le proprie idee sull’immigrazione. Per la seconda è stata sommersa di insulti.
Questa è la storia di come una vittima diventa imputata nel giro di un pomeriggio, e di come un movente ideologico venga cucito addosso a un caso che, per ora, racconta tutt’altro.
Cosa è successo alla scuola Verga di Centocelle
I fatti, come li ricostruisce l’ANSA, sono questi. Il ragazzo entra a scuola, va in bagno, tira fuori dallo zaino due coltelli con lame da venti centimetri, si mette un casco con il telefono fissato sopra e avvia una diretta su Telegram. Entra in aula per ultimo. Spruzza lo spray in faccia all’insegnante e la colpisce tre volte.
A fermarlo è un compagno di classe, un ragazzo di origine congolese. Quel giorno l’alunno avrebbe dovuto recuperare un debito di storia. Ai carabinieri ha detto di averla colpita perché la odiava e riteneva troppo severe le sue valutazioni. Il materiale lo aveva comprato online con la carta dei genitori. Su TikTok, ore prima, aveva postato un conto alla rovescia.
Ha 13 anni, quindi non è imputabile. È stato ricoverato sotto shock al Policlinico Umberto I. La docente è stata portata in codice giallo al Vannini e dimessa lo stesso giorno.
Non è un caso isolato: il 25 marzo, a Trescore Balneario, un altro tredicenne aveva accoltellato la sua professoressa di francese, Chiara Mocchi, trasmettendo tutto su Telegram. Su questo schema che si ripete, e sul perché il Kids Act europeo non lo fermerà, abbiamo già scritto nel Fondo sul caso di Centocelle e il divieto dei social ai minori.
Il processo social a Isabella Marsilio
Poche ore dopo l’aggressione, Repubblica intervista la docente. Le chiede se non provi disagio, visto che a salvarla è stato un ragazzo congolese e che sul suo profilo Facebook compaiono post favorevoli alla remigrazione. La risposta è netta: non c’è nulla di incongruente tra un’idea espressa sui social e l’applauso a chi l’ha salvata; il suo studente del Congo ha tutti i diritti di stare in Italia e meriterebbe una medaglia; diverso è il discorso per chi viene qui e delinque.
È una posizione che il 46 per cento degli italiani condivide, come ha certificato il sondaggio Youtrend sulla remigrazione di inizio settembre. Non è una posizione marginale. Non è una posizione illegale. È una posizione politica.
Ma la domanda stessa dice tutto. A una donna che tre ore prima ha guardato negli occhi un ragazzino che la pugnalava, il quotidiano di riferimento della sinistra italiana chiede conto delle sue opinioni. Non del suo dolore. Delle sue opinioni.
Il resto lo fa la piazza digitale. Sotto il post di Repubblica e sulla pagina Facebook della docente arrivano centinaia di commenti. C’è chi scrive che certe persone, anche dopo aver visto la morte in faccia, restano «della stessa natura dei liquami». C’è chi si compiace di aver lasciato l’Italia. C’è chi chiede come vengano selezionati i professori. La pagina, che aveva in copertina una fotografia di Giorgio Almirante, è stata resa irraggiungibile. L’ANSA lo registra in una riga: profilo chiuso, preso di mira per le sue idee di estrema destra.
Ricapitoliamo. Un tredicenne accoltella un’insegnante. L’insegnante lo perdona e dice di volerlo abbracciare. E l’indignazione collettiva si scarica su di lei.
Il movente: i debiti, l’odio confessato e il paradosso del bersaglio
Nel frattempo i giornali hanno trovato la parola magica: accelerazionismo. Il Corriere per primo, poi tutti gli altri. La tesi è che il ragazzo sia stato radicalizzato da una rete suprematista transnazionale, e che dietro le coltellate ci sia un’ideologia.
Vale la pena guardare cosa dicono davvero gli investigatori. L’ANSA, nel lancio di ieri sera, scrive che il ragazzo «potrebbe» essere stato arruolato e «potrebbe» aver ricevuto indicazioni tecniche: quali coltelli comprare, il gas urticante, come usare Telegram. I carabinieri stanno identificando le quattro persone che seguivano la diretta. Il profilo social principale del ragazzo, ora chiuso, aveva 4.332 follower. Un giornalista, Leonardo Bianchi, sostiene che militanti americani gli abbiano persino scritto un manifesto. Tutto al condizionale, tutto da verificare.
Quello che invece non è al condizionale è il movente dichiarato. Il ragazzo ha detto ai carabinieri che odiava la professoressa per i voti. I compagni lo confermano: ne parlava da tempo, nessuno lo prendeva sul serio. Aveva due debiti, uno da recuperare proprio quel giorno.
E qui la narrazione ideologica inciampa su un fatto che nessuno vuole guardare. Se davvero il ragazzo si muoveva in una rete suprematista, ha scelto come bersaglio l’unica insegnante della sua scuola che sta, politicamente, dalla stessa parte di chi lo avrebbe reclutato. Un militante dell’estrema destra che colpisce una docente con Almirante in copertina non è un attentato ideologico: è un controsenso. Non è una prova di nulla. Ma è un’incongruenza che chi ha già titolato sull’ideologia dovrebbe almeno spiegare.
La distinzione da tenere ferma, con le indagini ancora in corso, è questa: una cosa è chi ti insegna come si fa, un’altra è perché lo fai. La rete estera, se esiste, può aver fornito il manuale. L’odio, per ammissione dell’aggressore, era per una prof severa.
Cos’è l’accelerazionismo suprematista
Poiché la parola è entrata nel dibattito, conviene sapere di cosa si parla. Perché i giornali stanno mescolando due cose che non c’entrano nulla l’una con l’altra.
Esiste un accelerazionismo filosofico. Nasce negli anni Novanta all’Università di Warwick, attorno a Nick Land, e sostiene che il capitalismo e la tecnologia vadano spinti fino in fondo, non frenati. Ha una versione di sinistra, quella di Srnicek e Williams, che sogna l’automazione totale e il reddito universale. Ha una versione di destra, quella dello stesso Land e di Curtis Yarvin, antidemocratica e tecno-autoritaria. Ha una versione californiana, quella dei tecno-ottimisti della Silicon Valley. Sono teorie. Discutibili quanto si vuole, ma teorie.
Poi esiste l’accelerazionismo suprematista, che con tutto questo condivide solo il nome. La sua bibbia è «Siege», una raccolta di scritti del neonazista americano James Mason. La tesi è brutale: il sistema è marcio e va fatto crollare, e il modo per farlo crollare è la violenza indiscriminata che accelera il collasso. Non ci sono partiti, capi o sedi. Ci sono canali Telegram, manuali che circolano, e un culto degli attentatori precedenti, chiamati «santi», da imitare e superare.
Da questo mondo discendono gruppi come Atomwaffen negli Stati Uniti e, più di recente, reti come 764 e la galassia dell’Ordine dei Nove Angoli, che reclutano minorenni sui social, li spingono all’autolesionismo e alla violenza e trasformano l’aggressione in contenuto da diffondere. Selvaggia Lucarelli, che segue questi ambienti da mesi, descrive un algoritmo che in meno di ventiquattr’ore riempie un feed di stragisti e riferimenti a queste sigle. Il modello è l’emulazione: il casco con la telecamera, la diretta, il conto alla rovescia sono la firma di questo ecosistema, non di una dottrina.
Ecco perché appiccicare a un tredicenne di Centocelle la genealogia da Nick Land a Elon Musk, come hanno fatto alcuni quotidiani, è un cortocircuito. Il ragazzo non ha letto un manifesto filosofico. Se qualcuno lo ha guidato, lo ha fatto con un tutorial.
Cosa dicono davvero le indagini
La domanda giusta, allora, non è quale ideologia abbia armato la mano. È chi c’era dall’altra parte del telefono. Le indagini si concentrano sui dispositivi del ragazzo e della madre, sulle chat, sui contatti delle settimane precedenti, sui quattro spettatori della diretta. Se emergerà una regia esterna, sarà un fatto gravissimo, e andrà raccontato per quello che è: adulti stranieri che addestrano un bambino a colpire.
Ma sarà comunque un fatto diverso da quello che la stampa sta già dando per acquisito. Istigazione e indottrinamento non sono la stessa cosa di un attentato ideologico. E un’insegnante di destra accoltellata da un ragazzo che i suoi compagni descrivono come ossessionato dai voti non è, allo stato, una vittima politica dell’estrema destra. È la vittima di un tredicenne che qualcuno ha lasciato solo davanti a uno schermo.
Una docente di destra nella scuola pubblica: la vera anomalia
C’è un aspetto del caso che nessun quotidiano ha voluto toccare. Isabella Marsilio è un’eccezione. Nella scuola pubblica italiana un’insegnante che espone le proprie idee di destra, con una foto di Almirante in copertina e post sulla remigrazione, è una rarità statistica e culturale. Chi ha frequentato un’aula negli ultimi quarant’anni lo sa senza bisogno di sondaggi.
Non è un problema di legge. Ogni docente ha diritto alle proprie opinioni politiche, e nessuno pretende di censirle. È un problema di clima. Per decenni la scuola è stata il luogo in cui una sola visione del mondo era considerata neutrale e tutte le altre erano considerate ideologia. Chi non si allineava imparava a tacere.
La reazione al caso di Centocelle mostra esattamente il meccanismo. Una prof di sinistra accoltellata sarebbe stata, giustamente, una martire della scuola. Una prof di destra accoltellata diventa, nel giro di un’intervista, un caso da spiegare. Le si chiede se si sente a disagio. Come se la coltellata fosse una lezione, e lei dovesse dimostrare di averla imparata.
Il doppio standard: la vittima sbagliata
La stessa opinione pubblica che da anni ci spiega che le parole sono pietre, che l’odio online uccide, che le vittime vanno credute e protette, ha dedicato il fine settimana a insultare una sessantaseienne con sette punti di sutura. Non perché abbia fatto qualcosa. Perché pensa qualcosa.
Questo è il doppio standard nella sua forma più pura. La solidarietà alle vittime non è un principio: è un privilegio, concesso a chi ha le idee giuste e revocato a chi ha quelle sbagliate. La condanna della violenza vale finché la violenza colpisce dalla parte giusta. Quando colpisce dall’altra, si passa in fretta al «però».
Isabella Marsilio ha perdonato il ragazzo che l’ha accoltellata. Ha detto di volergli bene, di volerlo abbracciare, di voler capire da dove nasca tanta rabbia. È il gesto di un’educatrice, non di un’estremista. Chi la insulta da dietro una tastiera non le arriva nemmeno alla caviglia.
La Nazione che si dice preoccupata per la violenza nelle scuole dovrebbe chiedersi perché, davanti a una prof ferita, la prima domanda sia stata per chi vota. Finché non lo farà, ogni discorso sull’odio resterà quello che è oggi: un’arma da usare contro gli avversari, non un valore da difendere per tutti.
Fonti
- ANSA — Accoltella la prof e tenta di filmare tutto. L’insegnante: “Gli voglio bene, vorrei abbracciarlo” (18 settembre 2026)
- ANSA — Le chat del 13enne, forse arruolato da gruppi estremisti (19 settembre 2026)
- Fanpage — Prof accoltellata a Roma salvata da studente congolese: “Resto per la remigrazione”. Indagini sui telefoni
- Libero — Roma, la prof accoltellata a scuola sostiene la remigrazione? Insultata sui social
- Il Messaggero — Isabella Marsilio è la prof accoltellata: ha 66 anni, all’ultimo anno prima della pensione
- RomaToday — Prof accoltellata a Centocelle, il piano del 13enne: l’annuncio sui social e la “vestizione” in bagno
- Selvaggia Lucarelli — Dietro l’accoltellamento di una prof a Roma c’è molto più di un brutto voto
- The Social Post — Accelerazionismo, la galassia estremista dietro l’aggressione alla prof
- Open — Che cos’è l’accelerazionismo: la teoria filosofica dietro il caso della prof accoltellata

