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Italia

Preferenze, il ritorno che spezza l’oligarchia dei listini

Matteo Di Bello

Lo Stabilicum riapre la questione costituente di trent'anni: liste bloccate o legame eletto-elettore? Sotto l'emendamento di Fratelli d'Italia c'è la rifondazione della rappresentanza popolare contro la cooptazione partitocratica.

Riassunto dell'articolo

Lo Stabilicum, la nuova legge elettorale del centrodestra in discussione alla Camera, riapre il dibattito sulle preferenze. Fratelli d'Italia, attraverso Giovanni Donzelli, ha annunciato un emendamento per reintrodurre il voto di preferenza, sostenuto culturalmente dal think tank Nazione Futura. Si oppongono Lega e Forza Italia, mentre da fuori coalizione il partito Futuro Nazionale di Roberto Vannacci presenta un emendamento parallelo. La questione non è tecnica: dopo trent'anni di liste bloccate, restituire all'elettore la scelta diretta dei parlamentari è la condizione minima per ricostruire il legame eletto-elettore e contrastare la disaffezione che ha portato l'astensione al 37 per cento.

Il dibattito parlamentare sulla nuova legge elettorale, lo Stabilicum, è entrato nella fase decisiva. Le audizioni in commissione Affari costituzionali alla Camera si chiuderanno questa settimana, a giugno si apre la stagione degli emendamenti, a luglio il voto in Aula. E dietro l’apparente questione tecnica – soglie, premi, ballottaggi – si sta consumando una battaglia di civiltà politica che attraversa la maggioranza, divide gli elettorati e riapre una ferita istituzionale lunga trent’anni: le preferenze.
Lo dice apertamente Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, padre del testo insieme al deputato Angelo Rossi: il partito presenterà un emendamento per reintrodurre il voto di preferenza. Lo dice ricordando che FdI «è da sempre favorevole alle preferenze» e che la stessa proposta è stata avanzata anche su precedenti leggi elettorali. Si oppongono frontalmente la Lega, che attraverso il governatore friulano Massimiliano Fedriga le definisce «distorsive» e capaci di «confondere» l’elettore, e Forza Italia, che ufficialmente non ha «una posizione ideologica» ma attraverso il portavoce Raffaele Nevi mette in guardia dai rischi nelle aree esposte alla criminalità organizzata. Da fuori coalizione, Roberto Vannacci con il suo Futuro Nazionale annuncia un emendamento parallelo, lamentando l’esclusione dai tavoli della maggioranza. Sullo sfondo, il think tank Nazione Futura di Francesco Giubilei – area conservatrice contigua a FdI – alimenta la pressione culturale per riportare al centro la questione della rappresentanza diretta.
Non è una sfumatura tecnica. È il vero nodo politico della legislatura.

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L’oligarchia dei listini, il vero volto della partitocrazia contemporanea

Da quasi vent’anni il Parlamento italiano è composto da persone che gli elettori, in larga parte, non hanno scelto. Le hanno scelte i segretari di partito, le correnti interne, le mediazioni di apparato. Dal Porcellum del 2005 in poi – con la breve parentesi delle preferenze sui listini all’epoca dell’Italicum mai applicato – il meccanismo è stato sempre lo stesso: liste bloccate, ordine dei candidati deciso dai vertici, elettore costretto a votare un simbolo senza poter intervenire sui nomi.
I numeri della disaffezione sono lo specchio fedele di questo svuotamento. Alle ultime politiche del 2022 l’astensione ha sfiorato il 37 per cento, il dato peggiore della storia repubblicana. Uno studio recente Area Studi Legacoop-Ipsos certifica che il 63 per cento degli italiani non crede di poter influire sulla politica con il proprio voto. È la fotografia di una rappresentanza percepita come finzione cerimoniale, non come strumento di sovranità popolare.
I costituzionalisti ascoltati in commissione Affari costituzionali alla Camera lo hanno detto con chiarezza, attaccando proprio il punto: la legge attualmente in vigore «sottrae ai cittadini il diritto di scegliere» i propri rappresentanti. Non un dettaglio procedurale, ma una mutilazione del principio cardine dell’articolo 1 della Costituzione, secondo cui la sovranità appartiene al popolo. Difendere oggi le liste bloccate significa difendere un sistema in cui i parlamentari rispondono ai segretari che li hanno nominati, non ai territori che dovrebbero rappresentare. Significa accettare che la democrazia sia ridotta alla scelta di un’etichetta, mentre i volti restano decisi nelle stanze dei capi.

La frattura nella maggioranza è geografica prima che ideologica

L’emendamento di Fratelli d’Italia non è una mossa tattica improvvisata. È il riemergere di una tradizione politica precisa. La destra postmissina ha sempre avuto una vocazione preferenzialista, radicata in una concezione della rappresentanza che mette al centro il rapporto diretto tra eletto ed elettore, non la mediazione opaca dell’apparato. Era la posizione di Giorgia Meloni nel 2012, quando dichiarava che «le liste bloccate sono una pietra tombale sulla credibilità della politica». Era la posizione di Meloni nel gennaio 2014, quando dall’opposizione poneva l’introduzione delle preferenze come «l’unica condizione» per trattare qualunque riforma elettorale. È la posizione che oggi Donzelli, Fabio Rampelli e l’intero gruppo dirigente di FdI rivendicano con coerenza, sostenuti dal think tank Nazione Futura che da settimane porta avanti un’opera di sensibilizzazione del dibattito pubblico.
Sul fronte opposto, dentro la coalizione, la resistenza ha una logica che ha poco a che vedere con la teoria democratica e molto a che vedere con la geografia del consenso. La Lega di Matteo Salvini, oggi attestata su percentuali tra il sette e il nove per cento, sa che il proprio gruppo parlamentare dipende in larga misura dalla designazione del vertice. Le preferenze esporrebbero i deputati leghisti al giudizio diretto dei territori in una fase di evidente debolezza del marchio. La preoccupazione di Fedriga sulla «confusione» dell’elettore è la traduzione retorica di una preoccupazione molto concreta: senza listini protetti, una parte significativa dell’attuale gruppo parlamentare leghista non sarebbe rieletta.
Forza Italia segue una traiettoria simile ma con linguaggio più felpato. La posizione ufficiale di Nevi – «non siamo ideologici, ma le preferenze in alcune realtà territoriali possono diventare uno strumento delicato» – allude alla questione meridionale e ai rischi clientelari. Argomento di superficie. Sotto, c’è la consapevolezza che il partito azzurro, dopo la scomparsa del fondatore, regge soprattutto sulla capacità del vertice di distribuire posti sicuri a un ceto politico che difficilmente reggerebbe alla competizione interna. La Lega e Forza Italia, dunque, difendono le liste bloccate per la stessa ragione: perché senza non avrebbero più la classe dirigente parlamentare che hanno oggi.
Chi ha radicamento territoriale vero, militanza, sezioni vive, non teme il voto preferenziale. Chi vive di apparato sì. La faglia nella maggioranza, sotto la patina dottrinale, è esattamente questa.

1991-1993: l’inganno della moralizzazione

Per capire dove siamo bisogna ricordare come ci siamo arrivati. Il 9 giugno 1991 si tenne il referendum promosso da Mario Segni per ridurre da tre a una le preferenze esprimibili sulla scheda della Camera. La Democrazia Cristiana era tiepida, il Partito Socialista di Bettino Craxi apertamente contrario – è celebre l’invito di Craxi agli italiani «ad andare al mare» quel giorno. Il referendum passò con il 95,6 per cento di sì e un’affluenza del 62 per cento: il risultato più alto della storia referendaria italiana.
Due anni dopo, nell’aprile 1993, una seconda consultazione trasformò il sistema in maggioritario uninominale, aprendo la strada al Mattarellum. La narrazione vincente fu quella della «moralizzazione»: le preferenze, si disse, alimentavano la corruzione, il clientelismo, il voto di scambio. Erano lo strumento attraverso cui Tangentopoli si era nutrita.
Trent’anni dopo, il bilancio di quella stagione è devastante. La corruzione non è diminuita. I costi della politica non sono crollati. La fiducia nei partiti è precipitata a livelli mai visti. In compenso si è prodotta una mutazione genetica della classe parlamentare: da rappresentanti dei territori a delegati dei segretari. La selezione è stata sottratta al popolo e consegnata alle correnti, ai cerchi magici, alle valutazioni di palazzo. Quella che fu venduta come una vittoria della democrazia contro la partitocrazia si è rivelata, alla prova del tempo, una sostituzione: alla partitocrazia visibile della Prima Repubblica è subentrata la partitocrazia invisibile dei vertici nominanti, infinitamente meno controllabile e infinitamente meno trasparente.
In quella stagione, la tradizione missina – futuro Movimento Sociale Italiano, poi Alleanza Nazionale – mantenne una linea diversa. Continuò a considerare il voto di preferenza come elemento costitutivo della rappresentanza popolare, in coerenza con una concezione organicista della comunità politica in cui l’eletto è figura del territorio prima che funzionario dell’apparato. Quella linea è oggi ripresa, con piena consapevolezza, dall’erede politico di quella tradizione.

Restituire al popolo l’eletto significa rifondare la rappresentanza

La questione, al netto delle tatticismi parlamentari, è semplice. O i parlamentari sono scelti dal popolo o sono scelti dai capi. Non esiste una terza opzione. Il sistema delle liste bloccate ha consegnato per quasi vent’anni le Camere a un ceto politico cooptato dall’alto, blindato contro il giudizio degli elettori, dipendente per la propria sopravvivenza dalla fedeltà al segretario di turno. Il risultato è davanti agli occhi di tutti: un Parlamento percepito come estraneo, una classe politica delegittimata, un’astensione che cresce a ogni tornata.
Le preferenze non sono una panacea. Hanno costi, presentano rischi, vanno disegnate con accortezza – tetti alle preferenze esprimibili, doppia preferenza di genere, soglie protettive contro derive clientelari nelle aree più esposte. Ma la loro reintroduzione è la condizione minima per ricostruire un rapporto fiduciario tra eletto ed elettore. È la base materiale su cui ogni discorso sulla democrazia rappresentativa può tornare ad avere senso. Un parlamentare che deve conquistare il consenso del proprio territorio, che deve rispondere a militanti e amministratori locali, che deve mostrare radicamento e seguito reale, è strutturalmente diverso da un parlamentare nominato che deve la propria sopravvivenza al segretario. Risponde a logiche diverse. Vota in modo diverso. Pesa in modo diverso negli equilibri interni al partito.
Lo Stabilicum, nella sua impostazione originaria, è una buona legge sul versante della governabilità: premio di maggioranza calibrato, soglie ragionevoli, struttura proporzionale a coalizione che restituisce alla sera del voto l’identità del vincitore. Ma sul versante della rappresentanza, finché le liste resteranno bloccate, replicherà il vizio originario del Porcellum e del Rosatellum: governi forti scelti dal popolo, parlamentari deboli scelti dai capi. Una sproporzione che lascia intatto il problema che la riforma dovrebbe risolvere.
L’emendamento di Fratelli d’Italia, se passa, sarà il primo atto di vera rifondazione della rappresentanza repubblicana dopo trent’anni di nomenklatura travestita da partiti. Se non passa, lo Stabilicum sarà ricordato come l’occasione mancata di una legislatura che aveva tutte le condizioni politiche per chiudere il ciclo aperto da Segni nel 1991 e mai davvero compiuto. La palla, adesso, è nelle mani della maggioranza. E della sua capacità di mettere il bene della Nazione davanti al calcolo di partito.

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