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Laboratorio / Economia Economia

Il potere delle multinazionali: come e perché le corporation sovvertono il rapporto tra economia e politica

Luca Lezzi

Dai GAFAM statunitensi ai colossi cinesi Alibaba e WeChat: come le grandi multinazionali hanno rovesciato il rapporto tra economia e politica, riducendo gli Stati-nazione a semplici spettatori.

Riassunto dell'articolo

Le grandi multinazionali — dai GAFAM statunitensi ai colossi cinesi Alibaba e WeChat — hanno rovesciato il rapporto storico tra economia e politica, superando in fatturato e influenza molti Stati-nazione. Attraverso outsourcing, offshoring e il controllo dei dati personali, queste imprese transnazionali agiscono ormai come agenti politici a pieno titolo. La sfida contemporanea per il dominio delle informazioni contrappone il capitalismo della sorveglianza americano al sistema di credito sociale cinese.

La crisi incontrovertibile degli stati nazionali ha origine nel XX secolo ma è entrata nel vivo solo a partire dal nuovo millennio. La crescita esponenziale dei profitti delle principali multinazionali e il settore in cui queste operano gestendo milioni di dati personali di cittadini divenuti nuovamente sudditi sotto l’epiteto di “utenti” ha reso queste ultime leader mondiali di un mondo in cui il rapporto tra economia e politica è stato del tutto sovvertito a favore della prima.

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

Il pensiero corre immediatamente alle Big five o, come da acronimo, GAFAM: Google (Alphabet), Amazon, Facebook, Apple e Microsoft. Tutte made in Usa ma in grado di generare, proprio per la capacità dimostrata, simili modelli in altri luoghi del globo terrestre, come ad esempio in Cina.

Cosa sono d’altronde aziende quali Alibaba e WeChat se non i corrispondenti di Amazon e WhatsApp nella nazione del dragone?

Per comprendere meglio il tutto occorre, però, fare prima un passo indietro.

Cosa sono e come funzionano le multinazionali

Come in ogni buon discorso fra interlocutori è bene chiarire i concetti e il loro significato partendo dalla base per non incorrere in fraintendimenti sul significato che vogliamo sviluppare e portare a conclusione nel seguente articolo.

In Italia con il termine “multinazionale” si vuole indicare una grande impresa, in genere una società di capitali, con attività anche all’estero (rispetto alla casa madre). Le società di capitali, che in inglese sono definite corporation, si evolvono in transnational (o più di rado) multinational corporations, cioè “associazioni transnazionali o multinazionali”: espressione che indica una società di capitali o un’impresa che opera in almeno due distinte nazioni.

La definizione comunemente accettata è quella proposta dalla United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), cioè dalla Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo, secondo la quale una corporation transnazionale, per esser tale, deve avere il controllo di almeno una filiale all’estero, giustificato dal possesso di un minimo del 10% del suo capitale.

Nel corso del Novecento e in maniera specifica dagli anni Ottanta ai Novanta le multinazionali hanno ampliato i loro guadagni ricorrendo a due formule principali, veri e propri crack per il mercato del mondo del lavoro, quali l’outsourcing e l’offshoring. In altre parole, il subappalto a partner esterni per alcuni settori del processo produttivo o per l’offerta di servizi e, nel secondo caso, la delocalizzazione all’estero. L’outsourcing serve a trasferire alcune fasi della produzione a ditte in grado di svolgere tali lavori a costo competitivo rispetto a quanto la sede centrale dovrebbe pagare producendo in casa; l’offshoring moltiplica le possibilità di risparmio, e quindi di guadagno, in quanto l’esternalizzazione avviene in mercati dove il costo del lavoro è infinitamente più basso

Le tre età del capitalismo, dal borghese al turbocapitalismo

Questo sviluppo segue quello delle tre fasi del capitalismo: il primo capitalismo, che domina l’intero XIX secolo, è incarnato dal “borghese” così ben descritto da Werner Sombart e dall’imprenditore o capitano d’industria, che manifesta prima d’ogni altra cosa il gusto del rischio e dell’innovazione. È un capitalismo patrimoniale e familiare, largamente legato alle classi borghesi che esercitano il potere. L’elemento di eccitazione è rappresentato dalla volontà di scoprire e di intraprendere. Il discorso di legittimazione si confonde con il culto del progresso.

Il secondo capitalismo si sviluppa a partire dagli anni Trenta. È quello della grande impresa, e del compromesso fordista, in cui il proletariato rinuncia progressivamente alla critica sociale in cambio della garanzia di avere accesso alla classe media. L’innalzamento dei salari favorisce il consumo, che attenua i conflitti. La figura emblematica di questo secondo capitalismo è quella del presidente di consiglio di amministrazione o del direttore di società, assieme a quella del dirigente superiore. L’eccitazione risiede nella volontà dell’impresa di svilupparsi quanto più possibile. Il discorso di legittimazione fa cadere l’accento sull’aumento del potere d’acquisto, nonché sulla valorizzazione del “merito” e della competenza. Questo periodo, che corrisponde all’era della redistribuzione da parte dello stato assistenziale, del keynesismo e della regolare espansione della classe media, si conclude in contemporanea con i trent’anni d’oro del dopoguerra, a seguito della crisi petrolifera del 1973.

Da allora in poi siamo entrati nella “terza età” del capitalismo, momento che corrisponde al passaggio da un capitalismo ancora inquadrato al capitalismo sfrenato del mondo attuale, il “turbocapitalismo” del quale parla Edward N. Luttwak. La sua figura essenziale è quella del capo progettazione (coach) o del creatore di reti (networker), che si limita a coordinare l’attività di unità dalla durata limitata. I suoi valori chiave sono l’autonomia, la creatività, la mobilità, l’iniziativa, la convivialità, lo sviluppo. Il nuovo capitalismo contorna il principio di gerarchia con un nuovo dispositivo di gestione del personale. Ci sono sempre meno “capi” e sempre più responsabili che lavorano in squadre. Il manager attento alle risorse umane, adattabile, flessibile, “comunicativo”, sostituisce il dirigente rigido e pianificatore. L’impiegato è mobile, con assai scarsa fedeltà alla ditta che gli dà lavoro. A causa dell’intensificazione della concorrenza, l’impresa funziona sempre meno “in interni”. Trasferisce all’esterno i servizi, che vengono alimentati dal trattamento nell’indotto e dalla precarietà. L’impresa tayloriana o fordiana lascia progressivamente il posto alla ditta-rete, fenomeno che va di pari passo con l’emersione di un mondo, postmoderno, essenzialmente “connessionista”. L’elemento di eccitazione è rappresentato dallo sviluppo di nuove tecnologie. Il discorso di legittimazione è quello di una “nuova economia” che farebbe entrare l’umanità in una nuova era di crescita durevole.

Multinazionali e Stati-nazione, la sfida per la sovranità

Il principale ostacolo rispetto all’ampliamento del potere economico delle corporations è dato dalla forza degli Stati-nazione, cioè dal principio secondo il quale esistono settori d’interesse strategico per un paese (le risorse energetiche, il sistema educativo, quello sanitario, i trasporti ecc.) che non possono essere privatizzati. L’ascesa delle multinazionali si è quindi accompagnata e imposta grazie all’uso di strumenti di coercizione e di convincimento nei confronti dei governi. La storia economica del Novecento è in buona parte la storia di questo contrasto: da esso le multinazionali sono uscite ampiamente vincitrici. Tale vittoria si è registrata con ogni evidenza nei paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, in quanto le macerie della decolonizzazione hanno lasciato governi deboli e facilmente corruttibili, e il cui Prodotto interno lordo (Pil) è complessivamente troppo basso per poter competere con quello delle multinazionali maggiori.

Multinazionali come agenti politici

Se gli Stati-nazionali soffrono la concorrenza dei nuovi agenti è anche per via di classi dirigenti accomodanti che hanno fatto propria la massima poundiana secondo la quale «i politici sono i camerieri dei banchieri».

È per questo che sempre più spesso «a prendere le decisioni non sono i capi di stato e di governo: sono le grandi multinazionali. Quel che fanno Gates e Soros, quel che fanno l’IBM, la Nestlé, la Nike e L’Adidas è ormai molto più importante nell’equilibrio e nello sfruttamento del mondo di quel che decidono il presidente francese o il cancelliere tedesco; forse, perfino di quel che pensa e fa il presidente degli Usa» scrive Franco Cardini nel suo La globalizzazione. Tra nuovo ordine e caos edito da Il Cerchio.

Quello che Francis Fukuyama profetizzava come il trionfo del capitalismo liberale su tutto il pianeta ha reso le multinazionali gli agenti politici più importanti a livello internazionale. Perfino lo scontro da nuova guerra fredda tra gli Stati Uniti e la potenza emergente, quella cinese, si ripercuote in questo meccanismo. Se, ad oggi, la nazione nordamericana ha ancora un netto predominio in campo economico potendo annoverare sessantadue società fra le prime cento del mondo per capitalizzazione di borsa contro le tredici cinesi il suo modello di corporation diventate multinazionali è diventato planetario, connotando il capitalismo della globalizzazione estesosi, con modelli politici differenti, anche alla Cina stessa.

Capitalismo della sorveglianza e credito sociale cinese

Se il potere oggi risiede in chi gestisce i dati la sfida per il dominio delle informazioni predispone, ai due lati del ring, il capitalismo della sorveglianza a stelle e strisce al comunismo della sorveglianza dello stato cinese dove il grande fermento intorno all’high-tech ha già prodotto un sistema di credito sociale per valutare l’affidabilità dei suoi cittadini, misurando, attraverso un punteggio, la fiducia da riporre nei loro confronti.

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