La fine dell’unipolarismo e l’occasione mancata dall’Europa
Se molti mali odierni sono riscontrabili per via dello snaturamento dovuto al processo di globalizzazione sarebbe anche il caso di approfittare dell’attuale scenario internazionale che a partire dalla Brexit, passando per le politiche isolazioniste della prima presidenza statunitense di Donald Trump e arrivando alla crescita esponenziale della Cina e di numerosi altri Stati annoverabili, oramai, come “potenze regionali” hanno decretato la fine dell’unipolarismo e il ripiegamento da parte dell’imperialismo anglofono. A farlo dovrebbe essere una comune politica, in termine di lavoro ma non solo, da parte dell’Unione Europea o, meglio ancora, di quel blocco continentale ancor più esteso dell’istituzione UE che risponde al millenario nome di Europa.
L’Europa a due marce e il prezzo della subordinazione atlantica
Tra i motivi del mancato rilancio europeo, però, figura la cronica divisione all’interno della cosiddetta Europa a due marce, quella centrale composta da Francia e Germania e quella mediterranea di cui fanno parte Spagna, Italia e Grecia. Fino a quando l’Unione Europea rappresenterà solamente gli interessi di alcuni stati economicamente più forti volenterosi di mantenere i propri privilegi sarà fin troppo agevole per gli Usa mantenere saldamente il bastone del comando. E’ in questa ottica che si sono sviluppate e attuate le sanzioni verso la Russia (ancor prima dello scoppio della guerra contro l’Ucraina) che dovrebbe, invece, rappresentare un’arteria stessa del motore europeo e si è trovata a veder bloccare sul nascere importanti relazioni con l’Italia (South Stream) e la Germania (North Stream) così come la nostra stessa nazione si è ritrovata a dover cedere alle mire espansionistiche francesi sulla Libia di Gheddafi con cui pure si era sviluppata una proficua collaborazione sul versante energetico e un’efficace politica volta a bloccare i flussi immigratori. Non sfruttare il cedimento della dottrina anglofona nel momento in cui si configura questa possibilità potrebbe significare, per l’Europa come per altre zone del globo (America Latina su tutte), perdere il classico treno che passa solo una volta.
Quali ricette dal mondo sindacale contro i mali della globalizzazione?
Nel nuovo millennio il peso dei sindacati come corpi intermedi è andato via via diminuendo e con esso la fiducia delle persone in chi li gestisce. Ben lontana dalla triade Cgil, Cisl, Uil sempre pronta a genuflettersi ai governi socialdemocratici o presunti tali è l’Unione Generale del Lavoro (Ugl) il cui Segretario Generale Francesco Paolo Capone ha, qualche tempo fa, dato alla luce il pamphlet “#Populeconomy. L’economia per le persone e non per le élites finanziarie”. Nell’agile volumetto del sindacalista nato a Roma emergono valori di riferimento, quello all’equità su tutti, idee programmatiche e sfide per il futuro rilancio dell’attività sindacale.
UGL erede della CISNAL: un sindacato indipendente ma non neutro
La storia dell’Ugl, erede della CISNAL, è quella di un sindacato indipendente ma non neutro per dirla con le stesse parole dell’autore e caso più unico che raro (eccetto la versione argentina dei sindacati peronisti) di un movimento sindacale “di destra”. È sulle basi dei riferimenti alla partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa e di un’Europa diversa da identificare non nelle banche o nella finanza internazionale ma nei popoli che la costituiscono e nella piena sovranità nazionale delle sue aderenti che si articola la visione antiglobalizzazione di Capone.
Populeconomy: un’economia per le persone, non per le élite
L’obiettivo è quello di una populeconomy ovvero “un’economia a favore della persona e del lavoro”. Il testo boccia senza attenuanti il Job’s act identificato come il chiaro fallimento di una classe dirigente inadeguata ad affrontare la crisi economica che ancora attanaglia il Paese. Non viene risparmiata una critica al ruolo del sindacato spesso incapace di proiettarsi alle nuove sfide poste dalla deregolamentazione del mondo del lavoro, cavallo di battaglia al pari delle privatizzazioni del neoliberismo nato negli anni Ottanta nel mondo anglosassone con il presidente statunitense Ronald Reagan e il primo ministro britannico Margaret Thatcher e importato dai governi “di sinistra” in Europa continentale nella decade successiva.
Poveri grigi, pensioni e flat tax: la diagnosi del pamphlet
Ancora più grave risulta poi la posizione dei cosiddetti “poveri grigi”, coloro che pur lavorando non guadagnano a sufficienza per arrivare alla fine del mese o non possono permettersi di far fronte ad una spesa imprevista. Una precarietà, questa, che incide anche sulla società impedendo ai giovani di far fronte a decisioni importanti come l’acquisto di una casa o l’indipendenza dal nucleo familiare. Tra i tasti dolenti non potevano mancare le tasse e le pensioni. Le prime che pongono l’Italia come una delle nazioni con il più alto tasso di imposizione fiscale mentre le seconde consentono di dare un quadro di riferimento al settore dilagante dei poveri quando si prende in esame che il 63,1% dei pensionati, pari a 11,5 milioni di persone, percepisce meno di 750 euro mensili. In quest’ottica arriva dall’autore un’accettazione della Flat tax, tacciata da molti suoi detrattori di essere una misura liberista ma “in grado di rendere il sistema fiscale più semplice e trasparente, riducendone i costi per gli adempimenti”.
Alleanza tra Capitale e Lavoro contro dumping sociale e delocalizzazioni
Tra le tante mancanze dell’attuale Unione Europea figurano anche le mancate lotte ai fenomeni di delocalizzazione e dumping sociale che colpiscono sempre maggiormente la nostra nazione. In opposizione ad una lotta di classe, cavallo di battaglia (e forse solo tale) di altre sigle sindacali, Capone propone una nuova alleanza tra Capitale e Lavoro in grado di ridare a quest’ultimo il valore e la dignità che gli sono propri proponendo l’attivazione di meccanismi di protezione per le nostre fasce sociali e produttive più deboli in modo da sottrarle alla selvaggia concorrenza internazionale.
Fonti
- UGL – La Confederazione: profilo istituzionale e storia del sindacato
- Treccani – UGL (Unione Generale del Lavoro): voce enciclopedica
- Unione Generale del Lavoro – Storia e fondazione CISNAL (1950)
- La Notizia – “Difendere il lavoro è di destra”: il nuovo corso UGL di Capone
- Il Diario del Lavoro – Capone (UGL): «Finita la lotta di classe, arriva la partecipazione»
- Euronews – Capone (UGL): un sindacato di destra con apertura internazionale

