Lo spionaggio di Israele sugli Stati Uniti non è più un sospetto sussurrato negli ambienti dell’intelligence. È diventato una classificazione formale. Nelle ultime settimane il Pentagono ha portato al livello “critico” — il più elevato della scala — la minaccia di controspionaggio attribuita allo Stato ebraico. A rivelarlo è la NBC, che cita due funzionari statunitensi in carica e un ex funzionario.
Il dato pesa più del singolo episodio. Perché non è Donald Trump a parlare in un comizio. È l’apparato permanente della Difesa americana a mettere nero su bianco un giudizio.
Cosa ha deciso il Pentagono e perché ora
A produrre la nuova valutazione è stata la Defense Intelligence Agency, l’agenzia di intelligence militare del Pentagono. La DIA ha diffuso un messaggio interno che innalza il livello di minaccia per Israele a “critico”.
La motivazione è esplicita. Gli Stati Uniti temono che Israele stia sorvegliando in modo mirato i propri alti funzionari. L’obiettivo presunto: ottenere informazioni sulle deliberazioni interne dell’amministrazione Trump riguardo ai conflitti in Medio Oriente.
Il tempismo non è casuale. La decisione matura mentre il rapporto tra Washington e Gerusalemme attraversa la sua fase più tesa da decenni.
Il documento riservato: cosa contiene la valutazione DIA
Secondo le fonti, la valutazione si articola in un documento di sette pagine, accompagnato da un grafico. Il testo sostiene che la capacità israeliana di condurre spionaggio e raccolta informativa è cresciuta a livelli “preoccupanti”.
Il documento elenca una serie di esempi concreti. È prassi nota che alleati e avversari si spiino a vicenda. Ma i funzionari interpellati hanno precisato un punto: le attività recenti di Israele sono andate ben oltre le pratiche normali e prevedibili tra Nazioni amiche.
Non è chiaro se un singolo episodio abbia fatto scattare l’innalzamento. La fotografia è quella di un accumulo progressivo di segnali.
Le smentite di Casa Bianca e ambasciata
La reazione è stata immediata e durissima. Sia la Casa Bianca sia l’ambasciata israeliana a Washington hanno respinto il report. Il Pentagono, invece, ha preferito non commentare.
Un portavoce dell’ambasciata ha definito la notizia “completamente falsa”. La linea ufficiale di Gerusalemme è netta: l’intelligence israeliana raccoglie informazioni sui nemici, non sugli alleati. Qualsiasi affermazione contraria, secondo l’ambasciata, è disinformazione o ha movente politico.
Dalla Casa Bianca un funzionario ha liquidato l’intera ricostruzione come falsa e attribuita a una fonte priva di reale conoscenza dei fatti.
Dietro l’allerta: lo scontro tra Trump e Netanyahu
Lo scontro tra Trump e Netanyahu è il vero sfondo della vicenda. Il presidente americano spinge per una soluzione negoziale con Teheran. Il premier israeliano ha invece premuto per nuovi attacchi all’Iran e ha resistito alle pressioni di Washington per ridimensionare le operazioni in Libano.
La frattura è già esplosa in pubblico. Nei giorni scorsi Trump ha confermato di aver dato del “pazzo” a Netanyahu durante una telefonata sul fronte libanese.
Qui emerge la logica di fondo. Per la dottrina dell’interesse nazionale che guida la seconda presidenza Trump, l’alleanza con Israele resta strategica ma non più incondizionata. Quando gli interessi divergono, è l’agenda americana a prevalere. E l’apparato di sicurezza si adegua.
Il caso Pollard e la regola mai più violata
Per capire la portata del segnale serve la memoria storica. Dal 1985 il rapporto tra i due servizi porta una cicatrice precisa: il caso Jonathan Pollard.
Pollard era un analista dell’intelligence della Marina americana. Fu arrestato e accusato di spionaggio a favore di Israele. Si dichiarò colpevole e scontò trent’anni di carcere prima della scarcerazione nel 2015.
Dopo quel terremoto, Israele assunse un impegno di lungo periodo: nessuna operazione di intelligence sul suolo americano. Per quarant’anni quella regola ha retto, almeno formalmente. La nuova classificazione del Pentagono è il primo, pesante incrinarsi pubblico di quell’argine.
Cosa cambia davvero tra i due apparati
Sul piano operativo l’effetto più probabile è prudenziale. I funzionari statunitensi adotteranno maggiori cautele nei viaggi in Israele e negli incontri con controparti israeliane.
Un funzionario lo ha detto senza giri di parole: gli Stati Uniti già prendono precauzioni extra quando visitano Israele, perché la raccolta informativa dell’alleato è notoriamente aggressiva.
Allo stesso tempo, la condivisione di intelligence ad alto livello non si è interrotta. Continua su base quotidiana, in particolare sul fronte iraniano. È il paradosso di un’alleanza che resta operativa mentre la fiducia politica si svuota.
Il punto resta questo. Quando il sospetto entra nei documenti ufficiali dell’apparato di sicurezza, il rapporto cambia natura. Non è più un legame tra fratelli. È una collaborazione tra interessi che, sempre più spesso, non coincidono.
Fonti
- The Times of Israel – Pentagon raised threat assessment of Israeli spying on US to ‘critical’ level
- ANSA – Massima allerta al Pentagono contro lo spionaggio di Israele
- NBC News – Pentagon raised threat of Israeli spying on US to highest level
- Giornale di Sicilia – Spionaggio israeliano contro gli USA: al massimo il livello d’allerta

