La Basilicata è il cuore petrolifero d’Italia. Dal suo sottosuolo, tra la Val d’Agri e la Valle del Sauro, viene estratto oltre l’80% del greggio nazionale. Il giacimento di Viggiano, gestito da ENI e Shell, è il più grande dell’Europa continentale su terraferma. Quello di Tempa Rossa, operato da TotalEnergies con Shell e Mitsui, ha iniziato a produrre nel 2020 e alimenta una filiera che attraversa l’intera regione fino alla raffineria ENI di Taranto, collegata da un oleodotto sotterraneo di 133 chilometri.
Le riserve provate ammontano a circa 1,4 miliardi di barili secondo le stime di British Petroleum. Le importazioni italiane di greggio superano di dieci volte la produzione nazionale. In un contesto geopolitico in cui la dipendenza energetica dall’estero è una vulnerabilità strategica — come la crisi dello Stretto di Hormuz sta dimostrando — la Basilicata dovrebbe essere un asset industriale di prima grandezza.
Eppure, la regione resta tra le più povere del Mezzogiorno. Si spopola al ritmo di migliaia di abitanti l’anno. Il PIL pro capite è sceso sotto la soglia del 75% della media europea, riportando la Basilicata nella classificazione UE delle regioni “meno sviluppate”. Confapi Matera ha chiesto ufficialmente di escludere l’indotto petrolifero dal calcolo del PIL regionale, perché gonfia un dato statistico che non corrisponde al benessere reale dei lucani.
Questa è la storia di come una risorsa strategica nazionale è diventata una rendita assistenziale regionale. E di come l’Italia ha trasformato il proprio Texas in un caso di studio su cosa succede quando si estrae ricchezza dal sottosuolo senza un progetto per trasformarla in sviluppo.
Quanto petrolio c’è e dove finisce
I numeri della produzione lucana sono impressionanti, ma in calo. Nei primi nove mesi del 2025, secondo i dati UNMIG, la Basilicata ha estratto 2,48 milioni di tonnellate di greggio — 310.000 in meno rispetto allo stesso periodo del 2024, con un calo dell’11%. La media giornaliera è scesa a 65.000 barili, dai 73.000 dell’anno precedente. Anche la produzione di gas naturale è calata del 7%, a 735 milioni di metri cubi.
Il dato più rivelatore è il rapporto tra potenziale e realtà. Tra Val d’Agri e Tempa Rossa, la capacità autorizzata è di 160.000 barili al giorno. La produzione effettiva ne raggiunge meno della metà. Le cause sono molteplici: autorizzazioni bloccate, manutenzioni straordinarie, lungaggini burocratiche e vicende giudiziarie — tra cui il processo Petrolgate per le 400 tonnellate di greggio sversate nell’ambiente dal Centro Olio di Viggiano nel 2017.
Il petrolio estratto non rimane in Basilicata. Viene inviato tramite oleodotto alla raffineria ENI di Taranto, dove avviene la vera raffinazione. La regione ospita l’impatto ambientale e il rischio sanitario dell’estrazione, ma il valore aggiunto della trasformazione industriale si genera altrove. È il primo cortocircuito di un sistema che penalizza strutturalmente il territorio estrattivo.
Il regime delle royalties: i numeri dietro il paradosso
Il meccanismo italiano delle royalties prevede un’aliquota del 10% sul valore della produzione di idrocarburi in terraferma — 7% più un ulteriore 3% destinato a un Fondo statale per lo sviluppo economico. Il 7% viene ripartito tra Stato (30%), Regione (55%) e Comuni (15%). Per la Basilicata, in quanto regione del Mezzogiorno, la quota statale viene interamente devoluta alla Regione, che percepisce quindi l’85% del gettito.
In termini assoluti, le cifre sono considerevoli per una regione di poco più di mezzo milione di abitanti. Nel 2024 le royalties complessive hanno raggiunto i 141 milioni di euro. Nel 2025 sono previsti circa 120 milioni, in calo per effetto della riduzione produttiva. Solo ENI, tra il 1996 e il 2021, ha versato alla Regione Basilicata 2,035 miliardi di euro in royalties. Dal 2008 al 2024, secondo i dati UNMIG, alla Regione sono stati erogati complessivamente oltre 1,89 miliardi. Ai Comuni dell’area estrattiva sono andati circa 316 milioni, di cui 193 milioni al solo Comune di Viggiano — un borgo di 3.300 abitanti.
A questi importi si aggiungono le compensazioni negoziate direttamente con le compagnie. L’accordo ENI-Regione del 2021, ad esempio, prevede tra i 60 e i 70 milioni annui aggiuntivi per dieci anni — fino a 700 milioni complessivi — oltre alle royalties di legge. Sommando tutto, la Basilicata dovrebbe disporre di oltre 200 milioni l’anno per un decennio.
Ma il confronto internazionale rivela l’insufficienza strutturale del sistema. In Norvegia, il prelievo fiscale complessivo sulle attività petrolifere raggiunge il 78% — di cui il 28% come imposta sul reddito ordinaria e il 50% come imposta speciale sugli utili. Nel Regno Unito oscilla tra il 68% e l’82%. La differenza, però, non sta solo nell’aliquota. Il sistema norvegese tassa gli utili dopo deduzione dei costi, compensa il rischio esplorativo trasferendolo in parte allo Stato, e garantisce certezza normativa e tempi rapidi. Il sistema italiano combina un’aliquota complessiva del 63,9% (sommando royalties, IRES, IRAP e Robin Tax) a una burocrazia che allunga i tempi e deprime la redditività degli investimenti. Il risultato è che si tassa molto ma si produce poco, e quel poco non genera sviluppo sul territorio.
Dove sono finiti i miliardi: la sentenza della Corte dei Conti
Nel 2014, la Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti per la Basilicata ha presentato un’indagine di quasi 400 pagine sull’utilizzo delle royalties petrolifere. Il verdetto è stato netto: dal 2001 al 2013, oltre l’85% dei proventi petroliferi — su un totale di oltre un miliardo di euro tra Regione e Comuni — è stato assorbito dalla spesa corrente anziché investito nello sviluppo.
La Regione ha usato le royalties come “jolly” per coprire i buchi di bilancio della sanità (39 milioni), finanziare cantieri forestali, sostenere l’università e alimentare una “card idrocarburi” che offriva sconti sulla benzina ai residenti — una misura assistenziale che redistribuiva briciole senza creare valore. L’assessore Cupparo ha confermato che nel 2025 i fondi sono destinati a “sanità, trasporto pubblico, politiche sociali, forestazione e università” — tutte voci di spesa corrente.
A livello comunale, il quadro è ancora più desolante. A Viggiano, dove sono arrivati 193 milioni di royalties dal 2000, i fondi sono stati polverizzati in arredo urbano, fognature, segnaletica stradale e — caso emblematico citato dalla stampa nazionale — un viaggio in Australia tra gli emigrati lucani da 25.000 euro. A Montemurro le royalties hanno coperto la raccolta rifiuti e la manutenzione del cimitero. A Grumento Nova il 31% è servito a pagare interessi su mutui, mentre un bando da 1,2 milioni per l’occupazione giovanile è stato speso solo per il 3%.
La Corte dei Conti ha rilevato anche un errore di calcolo: la Regione ha sistematicamente sottostimato la quota vincolata al 30% per lo sviluppo territoriale, calcolandola sulla sola quota regionale anziché sull’intero gettito come previsto dalla legge. Ha inoltre documentato che fondi del Fondo sviluppo economico — circa 48 milioni relativi alle produzioni del 2015 — sono andati in perenzione perché nessuno li ha programmati in tempo. Risorse pubbliche evaporate per incapacità amministrativa.
L’osservazione più severa della Corte riguardava la natura stessa della spesa: un “eccesso di risorse rispetto alla capacità di poterle programmare e spendere”. All’audizione pubblica del 2014 in cui venivano presentati questi rilievi, Regione e Comuni — con un paio di eccezioni — non si sono nemmeno presentati.
Il fondo sovrano che non c’è: il confronto con la Norvegia
Il Government Pension Fund norvegese, alimentato dai proventi petroliferi, è il più grande fondo sovrano al mondo — oltre 1.700 miliardi di dollari di patrimonio. La sua funzione è strutturale: convertire una risorsa esauribile in un capitale finanziario permanente che genera rendimenti per le generazioni future. La Norvegia, grazie a questa architettura, è lo Stato con il più alto indice di sviluppo umano al mondo secondo le classifiche ONU.
In Basilicata, l’idea è stata formulata. Il Centro Studi sociali e del lavoro della UIL Basilicata, con il supporto del Censis, ha proposto un fondo sovrano regionale sul modello norvegese e dell’Alberta Heritage Savings Trust Fund canadese, stimando che per ogni euro depositato si potessero generare circa 1,7 euro di redditi da investimenti per lo sviluppo. Il Sole 24 Ore ha calcolato che con 200 milioni l’anno per dieci anni — una cifra raggiungibile sommando royalties e compensazioni — la regione avrebbe potuto costruire un patrimonio trasformativo.
Non è mai stato realizzato. La classe dirigente lucana ha preferito la distribuzione immediata alla capitalizzazione. Le ragioni sono comprensibili in una logica di consenso elettorale: in una regione povera, ogni euro che arriva viene speso subito per tamponare emergenze. Ma questa logica è esattamente ciò che perpetua la povertà: senza un meccanismo di accumulazione e investimento produttivo, le royalties si dissolvono nel bilancio corrente e il territorio resta strutturalmente dipendente dalla prossima estrazione.
L’Emilia-Romagna, con volumi estrattivi incomparabilmente minori, ha usato le proprie royalties per finanziare il trasporto pubblico — un investimento infrastrutturale con ricadute moltiplicative. La Basilicata le ha usate per tappare il disavanzo sanitario — una spesa a fondo perduto che non genera nulla.
Il PIL gonfiato e la trappola statistica
C’è un’ulteriore perversione nel meccanismo. L’attività estrattiva incide sul PIL regionale, gonfiandolo artificialmente. Per anni, questo effetto statistico ha classificato la Basilicata come regione “in transizione” anziché “meno sviluppata” nella tassonomia europea dei fondi di coesione — con una riduzione di 10 punti percentuali negli aiuti rispetto a Puglia, Campania e Calabria.
Confapi Matera ha denunciato il paradosso: la crescita del PIL non riflette una crescita strutturale, ma i fatturati di ENI e TotalEnergies che transitano contabilmente per la regione senza generare ricadute proporzionali sull’economia locale. Quando la produzione di autoveicoli a Melfi (l’altro grande player industriale della regione, lo stabilimento Stellantis) è calata, il PIL è immediatamente sceso sotto la soglia del 75%, confermando la fragilità del dato.
La proposta di Confapi — escludere l’indotto petrolifero dal calcolo del PIL ai fini della classificazione europea — è rivelatrice. Una regione che chiede di essere riconosciuta come più povera di quanto le statistiche dicano per accedere a maggiori fondi europei è una regione che ha compreso di essere vittima di un’illusione contabile.
La doppia dipendenza: prima dal petrolio, poi dalla sua assenza
Il quadro che emerge dall’inchiesta delinea una trappola strutturale. La Basilicata non è ricca per il petrolio, ma non può nemmeno farne a meno. L’IRES-CGIL ha stimato che la chiusura delle attività estrattive costerebbe circa 1.800 posti di lavoro su scala regionale, con un calo significativo del PIL e delle esportazioni. I sindaci dei comuni petroliferi, come ha riportato la UIL, hanno confermato che il calo delle royalties si traduce immediatamente in riduzione dei servizi ai cittadini.
Il segretario generale della UIL Basilicata Vincenzo Tortorelli ha sintetizzato la contraddizione: la fine della centralità del petrolio non è un’ipotesi astratta, ma una traiettoria già in atto. La produzione cala, le autorizzazioni si complicano, la transizione energetica europea fissa al 2050 la scadenza del fossile. Eppure la concessione Tempa Rossa è stata rinnovata con una prospettiva di sfruttamento fino al 2068 — diciotto anni oltre il termine europeo.
Questa è la condizione di una regione che non ha mai convertito la rendita in autonomia economica. Ha speso le royalties per sopravvivere, non per investire. Ha coperto le emergenze, non costruito infrastrutture. Ha distribuito bonus, non creato occupazione qualificata. E ora, con la produzione in declino, si trova contemporaneamente dipendente dal petrolio e incapace di trarne beneficio.
Una metafora italiana
La vicenda della Basilicata non è solo una questione regionale. È il caso di studio più nitido di un’attitudine nazionale: l’incapacità di trasformare le risorse disponibili in sovranità economica.
L’Italia importa dieci volte la propria produzione nazionale di petrolio, eppure non riesce a massimizzare nemmeno quel poco che estrae. Siede su riserve provate paragonabili a quelle del Mare del Nord — 225 milioni di tonnellate di greggio e 115 miliardi di metri cubi di gas secondo Nomisma Energia — ma le sfrutta a regime ridotto, tra blocchi autorizzativi, opposizioni locali e assenza di visione industriale.
La Basilicata produce ricchezza energetica che viene estratta, trasportata e raffinata altrove. I proventi tornano sotto forma di royalties che vengono dissipate in spesa corrente. Il PIL si gonfia e poi si sgonfia seguendo i cicli delle commodity, senza che il territorio abbia mai costruito un’economia autonoma. I giovani emigrano. I comuni si svuotano. E la classe dirigente continua a negoziare compensazioni anziché costruire alternative.
La Norvegia ha dimostrato che il petrolio può essere una leva di trasformazione strutturale — a condizione di avere una visione, un’architettura istituzionale adeguata e la disciplina di non spendere tutto subito. La Basilicata ha dimostrato l’esatto contrario: che senza queste condizioni, anche il più grande giacimento d’Europa resta solo un buco nel terreno da cui qualcun altro estrae valore.
Fonti
ENI in Basilicata – Royalty e fiscalità
Italia2news – Basilicata, calo di petrolio e gas: Cupparo invita a usare meglio royalties e fondi no-oil (febbraio 2026)
Gazzetta del Mezzogiorno – Idrocarburi, produzione in picchiata (febbraio 2026)
Il Sole 24 Ore – Gli errori della Basilicata sulle royalties del petrolio (agosto 2018)
Il Sole 24 Ore – Dai giacimenti di petrolio e gas un accordo da 700 milioni per la Basilicata (maggio 2021)
Il Sole 24 Ore – Basilicata: petrolio, royalties verso il record. E si pensa a un fondo sovrano (agosto 2018)
Pagella Politica – Quanto gas e petrolio produce la Basilicata (marzo 2024)
Il Mulino – Chi trae vantaggio dalla ricchezza della Basilicata? (gennaio 2020)
Pisticci.com – Royalties petrolifere e giustizia territoriale in Basilicata (aprile 2025)
Assorisorse – Royalties e fiscalità: confronto internazionale
Confapi Matera – Calo del PIL pro capite: la Basilicata torna tra le regioni meno sviluppate (novembre 2025)
Basilicata Notizie – Meno produzione di idrocarburi, occorre pensare al dopo petrolio (febbraio 2026)
Altreconomia – In Basilicata lo sfruttamento petrolifero continua a minacciare abitanti e ambiente (maggio 2024)
Linkiesta – Tasse basse per i petrolieri, come negli anni Cinquanta (aprile 2016)
Linkiesta – La bufala delle royalty all’80% sul petrolio norvegese (aprile 2016)

