294 Visualizzazioni
Finanza

Il petrolio crolla, la benzina no: Urso convoca le compagnie

Bruno Bindel

Lo Stretto di Hormuz si riapre e il greggio precipita, ma il dividendo della pace si ferma alla pompa. Il 30 giugno il governo chiama Eni, Q8, Api-Ip e Tamoil. La domanda è una: chi trattiene il ribasso.

Riassunto dell'articolo

Tra il 20 maggio e il 22 giugno 2026 il Brent è calato di circa il 24% (da ~105 a meno di 80 dollari al barile) dopo il Memorandum d'intesa USA-Iran e il riavvio dei flussi nello Stretto di Hormuz, ma alla pompa il diesel è sceso solo del 2,2% e la benzina del 6,1% (rilevazioni MIMIT/associazioni dei consumatori). Il fenomeno è l'effetto razzo-piuma, la trasmissione asimmetrica dei prezzi, aggravato da una fiscalità che supera la metà del prezzo finale. Il 30 giugno il ministro Urso convoca Eni, Q8, Api-Ip e Tamoil per verificare l'adeguamento dei listini. Esiste già un meccanismo anti-speculazione (Garante per la sorveglianza dei prezzi più Guardia di Finanza) introdotto col decreto carburanti di marzo. Tesi: il dividendo del calo del greggio appartiene a famiglie e imprese e non deve fermarsi nella filiera distributiva.

Lo Stretto di Hormuz si è riaperto, il greggio è precipitato di quasi un quarto in poche settimane, eppure alla pompa il pieno costa quasi come prima. La domanda sul perché la benzina non scende, ogni volta che una crisi si chiude, torna identica a sé stessa. Questa volta, però, arriva con un appuntamento preciso in agenda.

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

Martedì 30 giugno il ministro delle Imprese Adolfo Urso convoca a Palazzo Piacentini i vertici di Eni, Q8, Api-Ip e Tamoil. Sul tavolo una sola questione: l’andamento dei listini dopo il Memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran e il riavvio dei flussi commerciali nello Stretto. Tradotto, perché il ribasso del barile non è ancora arrivato alle famiglie.

I numeri: il barile crolla, la pompa resta ferma

Tra il 20 maggio e il 22 giugno la quotazione del Brent è scesa di quasi il 24 per cento, da circa 105 a meno di 80 dollari al barile. È il movimento di un mercato che ha smesso di prezzare la guerra.

Alla pompa lo stesso periodo racconta un’altra storia. Secondo le rilevazioni del MIMIT elaborate dalle associazioni dei consumatori, il diesel è calato del 2,2 per cento e la benzina del 6,1: una frazione del crollo della materia prima.

Il dato medio nazionale conferma una discesa lenta e prudente, di pochi millesimi al giorno. Il barile è sceso come un sasso, il prezzo al distributore scende come una foglia.

L’effetto razzo-piuma

È l’effetto razzo-piuma che sui carburanti si vede meglio che in qualunque altro mercato: quando il greggio sale, il listino si adegua in fretta; quando scende, il ribasso arriva con lentezza calcolata.

Gli economisti lo studiano da decenni — il termine nacque da una ricerca dell’Università di Oxford nel 1991 — e lo definiscono trasmissione asimmetrica dei prezzi. Il sistema reagisce subito alle cattive notizie e con pigrizia a quelle buone.

Una parte della spiegazione è tecnica e legittima. Il carburante venduto oggi è stato acquistato giorni o settimane prima, quando il barile costava di più: il gestore smaltisce le scorte care prima di trasferire il ribasso. Ma la tecnica spiega il ritardo, non lo giustifica per intero.

Quando scende il prezzo della benzina

Resta la domanda che interessa a chi guida: quando scende il prezzo della benzina sul serio. La risposta storica è scomoda. I rialzi si vedono in una o due settimane, i ribassi possono richiederne molte di più.

In mezzo c’è un mercato concentrato in poche mani, dove nessun operatore ha interesse a tagliare per primo se non è certo che gli altri lo seguano. È la cautela che, sommata, diventa rendita.

Le associazioni dei consumatori parlano apertamente di speculazione sui prezzi dei carburanti. Il Codacons si è detto pronto a presentare esposti alle Procure e all’Antitrust se il calo non diventerà deciso, con posizioni analoghe espresse da Adoc, Assoutenti e Unimpresa.

Il peso del fisco

C’è poi una ragione che il consumatore percepisce poco ma pesa moltissimo: oltre metà del prezzo alla pompa non dipende dal greggio. È fiscalità.

Le accise sono una quota fissa per litro, indifferente al valore del barile. L’IVA si calcola sull’intero importo, accise comprese: una tassa sulla tassa. Quando il greggio crolla, si sgonfia solo la componente industriale, mentre il blocco fiscale resta dov’è.

Per questo un meno 24 per cento sul barile non potrà mai tradursi in un meno 24 per cento al distributore. Il margine reale di ribasso è più stretto di quanto l’automobilista immagini, ma esiste, ed è quello che il governo vuole far emergere.

Il dividendo della pace, e chi lo trattiene

Qui il discorso diventa politico. Il crollo del prezzo della benzina dopo l’accordo tra Iran e Stati Uniti non è un dono del cielo: è il risultato di rotte riaperte e di una postura nazionale che ha tenuto la linea senza farsi trascinare in una guerra non scelta.

Le famiglie e le imprese hanno pagato per mesi il conto di quel conflitto: bollette, pieni, margini erosi. Ora che la materia prima è tornata a costare poco, il dividendo della pace appartiene a loro.

Se quel dividendo si ferma a metà strada, assorbito dal margine commerciale invece di arrivare al portafoglio, non è il mercato che ha funzionato. È una rendita che ha approfittato della distrazione.

Lo strumento esiste già

La differenza, stavolta, è che lo strumento per intervenire esiste già. Non va inventato, va usato.

Il decreto carburanti varato a marzo ha istituito un meccanismo di trasparenza forzata. Il Garante per la sorveglianza dei prezzi monitora i listini; se rileva scostamenti anomali rispetto alle quotazioni internazionali, la Guardia di Finanza risale la filiera fino al costo d’acquisto del greggio. Le compagnie devono comunicare ogni giorno i prezzi consigliati, pena una sanzione.

Non è un tetto ai prezzi, misura che si sarebbe scontrata con le regole della concorrenza. È qualcosa di più sottile: rendere ogni margine speculativo tracciabile, e quindi sanzionabile. La convocazione del 30 giugno è il momento in cui quel meccanismo viene messo alla prova davanti ai vertici delle compagnie.

La posta in gioco

La questione supera il pieno di benzina. Quando il greggio scende e la pompa non segue, il beneficio atteso sull’economia reale non si materializza: l’inflazione resta più alta del necessario, il potere d’acquisto non recupera, la discesa dei tassi perde efficacia.

È il motivo per cui un governo serio non può limitarsi a registrare il calo del barile e attendere. Deve pretendere che il ribasso arrivi fino in fondo, perché è lì, nella spesa quotidiana di chi lavora, che la pace si misura davvero.

Il 30 giugno dirà se la filiera ha capito. La risposta, questa volta, sarà su un tavolo e non su un cartello.

Fonti

Tag: , , , ,
Scritto da
Bruno Bindel
Sostieni il giornalismo indipendente
Il tuo contributo ci permette di continuare a informarti liberamente

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per rimanere aggiornato/a iscriviti al nostro canale WhatsApp
Iscriviti al Canale