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Italia

Riconoscimento facciale, Pd e M5S fuggono dall’aula: la sinistra difende la piazza che brucia

Federico Galli

Le opposizioni abbandonano la commissione al Senato contro il decreto che permette di identificare chi ha già commesso reati. Dieci giorni fa a Bologna 64 agenti feriti. Nel 2021, dopo l'assalto alla Cgil, chiedevano scioglimenti per decreto.

Riassunto dell'articolo

Il 29 luglio 2026 Pd e M5S hanno abbandonato i lavori della commissione Politiche europee del Senato per protesta contro il decreto legislativo che consente alle forze di polizia l'uso del riconoscimento facciale con IA per identificare indiziati dopo la commissione di un reato, con dati conservati sette giorni. Il Garante della privacy ha dato parere favorevole con richieste di integrazione. L'articolo sostiene che la protesta delle opposizioni sia politica e non giuridica, ricordando la guerriglia di Bologna (64 agenti feriti), l'assalto al cantiere di Chiomonte e il proclama dei Carc, e denuncia il doppio registro rispetto al 2021, quando dopo l'assalto di Forza Nuova alla Cgil il Pd chiese e ottenne una mozione per lo scioglimento dei movimenti neofascisti.

Pd e M5S contro il riconoscimento facciale: ieri al Senato le opposizioni hanno abbandonato i lavori della commissione Politiche europee pur di non votare le osservazioni sul decreto che consente alle forze di polizia di identificare, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, chi ha commesso un reato. Non un rinvio, non un emendamento: la fuga dall’aula. La scena merita di essere fissata, perché racconta della sinistra italiana più di mille congressi.

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La fuga dall’aula

I fatti sono semplici. La maggioranza rifiuta il rinvio chiesto dalle opposizioni, la commissione approva osservazioni favorevoli allo schema di decreto legislativo che recepisce il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, e i senatori di Pd e M5S escono dall’aula denunciando un «blitz pericoloso». Il Pd evoca un passo verso lo «Stato di polizia», il segretario di +Europa Riccardo Magi ironizza sul «Grande Fratello d’Italia», Avs denuncia la compressione delle libertà fondamentali.
C’è un dettaglio che nessuno di loro cita volentieri: il Garante della privacy ha dato parere favorevole al decreto, giudicandolo coerente con il regolamento europeo e con la legge delega, chiedendo soltanto integrazioni sulla supervisione umana. La polemica, dunque, non è giuridica. È politica. E allora vale la pena chiedersi per chi, esattamente, la sinistra sta protestando.

Chi c’è dall’altra parte della telecamera

Dieci giorni fa, a Bologna, il presidio convocato dal sindaco Matteo Lepore è degenerato in guerriglia: 64 agenti feriti, auto incendiate, vetrine devastate. In Val di Susa l’assalto al cantiere di Chiomonte ha prodotto danni per quasi un milione di euro, con arresti tra i professionisti del blocco nero arrivati dalla Germania con guanti e maschere antigas negli zaini. E lunedì l’agenzia di stampa dei Carc ha messo per iscritto il programma: «imporre un governo popolare», senza distinguere tra manifestanti pacifici e violenti, perché violare le leggi sarebbe «giusto oltre che necessario». È il contesto in cui nasce la legge contro i black bloc e il decreto sul riconoscimento facciale.
Questo è il quadro. Da una parte gruppi organizzati che devastano le città e teorizzano la violenza come metodo politico. Dall’altra uno Stato che chiede di poter dare un nome ai volti ripresi mentre spaccano una vetrina o mandano un poliziotto in ospedale. In mezzo, un’opposizione che sceglie di uscire dall’aula.

Se i violenti fossero di destra

Facciamo un esercizio di memoria. Ottobre 2021: militanti di Forza Nuova assaltano la sede nazionale della Cgil. Nel giro di pochi giorni il Pd deposita e fa approvare in Senato una mozione che impegna il governo a sciogliere Forza Nuova e tutti i movimenti di ispirazione neofascista. Nessuno, allora, parlò di «Stato di polizia». Nessuno abbandonò l’aula in difesa della libertà di associazione. La richiesta era il massimo della severità possibile, subito, per decreto.
Giusto così, si dirà: chi assalta una sede sindacale va fermato con ogni strumento. Verissimo. Ma allora perché chi manda 64 agenti in ospedale e devasta un cantiere strategico della Nazione meriterebbe l’anonimato garantito? La risposta è scomoda: per una parte della sinistra la gravità della violenza dipende dal colore del passamontagna. Se la matrice è nera, servono leggi speciali. Se la piazza è quella «giusta», ogni strumento di identificazione diventa deriva autoritaria. La stessa sinistra, peraltro, al Parlamento europeo ha votato il controllo preventivo delle chat private di tutti i cittadini: la sorveglianza di massa va bene, purché non tocchi i compagni in corteo.

Il decreto identifica chi ha già commesso reati

Rileggiamo infine cosa prevede davvero il testo che ha fatto scattare la protesta: identificazione degli indiziati soltanto dopo la commissione di un reato, conservazione dei dati limitata a sette giorni, registri informatici non modificabili. Il diritto di manifestare non viene sfiorato. Chi sfila pacificamente non ha nulla da temere; chi devasta, sì.
Ed è esattamente questo il punto. La sinistra che ieri è uscita dall’aula non stava difendendo le libertà costituzionali: stava difendendo l’impunità della propria piazza. Chi spacca, incendia e aggredisce non è un manifestante, è un criminale. E una classe politica che non riesce a dirlo ha già scelto da che parte stare.

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Federico Galli
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