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Laboratorio / Politica Approfondimenti Politici

Il sogno del Turan: il panturanismo di Erdogan e la sfida alla Russia in Asia Centrale

Alberto Rosselli

L'ideologia panturanista alla base dei, più o meno, segreti progetti espansionistici di Recep Erdoğan in Asia Centrale, e la possibile collisione con la Russia di Putin. Di Alberto Rosselli.

Riassunto dell'articolo

Il panturanismo è la dottrina geopolitica ottocentesca, formulata dall'ungherese Arminius Vambery, che teorizza l'unità di tutti i popoli turco-altaici dai Monti Altai al Bosforo. Oggi questa ideologia orienta la proiezione della Turchia di Erdogan verso il Centro Asia turcofono (Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Uzbekistan), regione ricca di idrocarburi e minerali rari, facendo leva sul soft power culturale e linguistico di Ankara. La strategia rischia di entrare in collisione con la Russia di Putin, che considera l'area parte della propria sfera d'influenza, e con la Cina, già radicata economicamente nella regione.

In sintonia con la sua mai sopita propensione imperialista in chiave ‘neo-ottomana’ ‘panturanista’ (il ‘panturanismo’ è una dottrina geopolitica formulata dal linguista ed etnologo ungherese Arminius Vambery alla metà del XIX secolo) la Turchia di Recep Tayyip Erdogan sta cercando di allargare la sua influenza economica, diplomatica e militare ai Paesi turcofoni dell’Asia centrale. Trattasi di un’operazione decisamente ambiziosa, ma abbastanza rischiosa in quanto un domani potrebbe metterla in rotta collisione con la Russia di Vladimir Putin e con la Cina di Xi Jinping, potenze con le quali, almeno per il momento, la Turchia mantiene discreti se non buoni rapporti. L’attuale processo di avvicinamento di Ankara verso i BRICs (unione delle economie mondiali emergenti, di cui fanno parte Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia ed Iran: un blocco che vale oltre il 40% dell’economia mondiale) confermerebbe questa tendenza, se non ci fossero di mezzo le suddette mire egemoniche del ‘sultano’ turco che – lo ricordiamo – il 2 settembre 2024, alla vigilia del 16mo meeting delle Potenze emergenti (Kazan, Russia, 22-24 ottobre), chiese l’adesione ufficiale al gruppo.

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Erdogan e il Centro Asia turcofono

Ora, il premier Erdogan spera di poter rafforzare i legami etnici e linguistici della Turchia con il Centro Asia turcofono (Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistan e Uzbekistan), regione ricca di idrocarburi, gas e minerali rari, per esaltare il proprio ruolo in quest’area fino ad oggi controllata da Russia e Cina.

Il soft power turco tra Mosca e Pechino

Secondo la politologa turca Chagdash Ungor “uno dei vantaggi più significativi di cui gode la Turchia nei confronti di russi e Cina è il suo soft power. Se da una parte Mosca prevale nelle questioni della sicurezza e dell’esercizio della forza militare, e Pechino per quanto concerne la sfera economica, nessuno dei due può vantare l’innegabile peso che esercitano le relazioni culturali e linguistiche tra Ankara e i popoli dell’Asia centrale”. Ed è proprio in virtù di questo legame che Erdogan preme per allargare ad oriente le sue prospettive egemoniche, cosa, in realtà, non gradita a Pechino (già attiva in Kazakistan e Uzbekistan, ed anche in Afghanistan, con molte sue imprese) e soprattutto a Mosca che desidera mantenere neutrali – ma alleati – i Paesi centroasiatici aderenti alla CSI, cioè i già citati Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Uzbekistan con l’aggiunta del Tagikistan.

Il nuovo Grande Gioco: Mosca, Washington e Ankara

L’attivismo del presidente turco va anche interpretato come una mossa per ridurre la sofferta dipendenza di Ankara dalla UE, come spiega la professoressa Tatiana Mitrova, dell’Institut Français des Relations Internationales di Parigi “le politiche turche accentuano di fatto il disagio della Russia, che si scontra con i cambiamenti radicali della sua logistica, visto che la maggior parte degli itinerari verso Occidente risultano ormai bloccati”. Anche gli Stati Uniti, del resto, pongono molta attenzione all’Asia Centrale, cercando di impedire a Mosca di trovare vie d’uscita al suo isolamento e di trattenere la crescente influenza della Cina, e questo potrebbe favorire una convergenza d’interessi tra Washington ed Ankara, anche se quest’ultima si sta dimostrando molto ostile nei confronti di Israele e accomodante con una Russia intenzionata a fare piazza pulita dell’Ucraina appoggiata dalla UE e da Gran Bretagna e Stati Uniti. D’altra parte, continua la Mitrova “la Turchia rimane un importante alleato per la Nato, soprattutto nel confronto con Cina e Russia”, quest’ultima abituata fin dai tempi del Grande Gioco ottocentesco a considerare i Paesi del cosiddetto cortile asiatico come un’area naturale della propria sfera d’influenza. Ragion per cui – lo ripetiamo – Mosca non può certo rallegrarsi dell’attivismo di Erdogan nella regione, non impedendo, tuttavia, a Putin di mantenere, obtorto collo, buoni rapporti con Erdogan per l’aggiramento delle sanzioni imposte dalla UE al Cremlino. Tutto ciò almeno allo stato attuale.

Asia Centrale, la polveriera del ‘sultano’

In prospettiva futura, e in concomitanza con l’invadenza turca in Asia Centrale, non è infatti improbabile che Mosca intenda rivendicare il proprio primato, innescando una fase di concorrenza aggressiva nei confronti della potenza anatolica. In un modo o nell’altro, secondo i pronostici degli esperti, l’Asia Centrale potrebbe diventare una polveriera la cui miccia è in mano al ‘sultano’ Erdogan, intenzionato a rivestire un ruolo di guida non soltanto economica ma anche culturale e militare nella partita che si sta profilando non soltanto in Asia Centrale, ma anche nel Caucaso, con il suo deciso appoggio al governo del ricco Azerbaigian petrolifero, impegnato a sua volta nella sanguinosa contesa del Nagorno Karabak con l’Armenia cristiana, un tempo protetta dalla Russia ed ora abbandonata a se stessa. Il tutto sullo sfondo del duplice conflitto russo-ucraino e israelo-palestinese-iraniano che vedono in gioco, sullo sfondo, il ruolo di una potenza mondiale piuttosto logora, cioè gli Stati Uniti, che a partire dallo sgombero dell’Afghanistan dell’agosto del 2021, non sembra più in grado di fare valere la propria forza nell’Asia di mezzo.

Cosa è il Panturanismo

Il panturanismo venne formulato come dottrina nella seconda metà del XIX secolo in Europa dall’orientalista, linguista, etnologo ed esploratore ebreo ungherese Arminius Vambery (1832-1913). Docente di lingue orientali dal 1865 al 1905 presso l’Università di Budapest, Vambery pubblicò numerosi testi nei quali riportò anche le sue esperienze di studio compiute in Asia. Va ricordato che il movimento turaniano (inteso anche come raggruppamento etnico) – in lingua turca Tûran cemiyti, e in lingua tartara Turan cämğiäte – era nato invece nel 1839 in seno al popolo tartaro. Secondo la dottrina Vambery, la “nazione” turca non poteva essere limitata entro i confini anatolici in quanto la preponderante maggioranza dei popoli centro-asiatici era turcofona poiché vantava la stessa origine di quella anatolica proveniente anch’essa dall’antico Turan, area geografica e linguistica di cui abbiamo già parlato. Ragione per cui, secondo lo studioso magiaro “i popoli turchi avrebbero avuto diritto di formare una grande entità politica compresa tra i Monti Altai e il Bosforo”. Ma a questo punto occorre però rammentare che, secondo diversi studiosi, Vambery – che fu agente al servizio del governo britannico impegnato, a partire dalla metà del XIX secolo, nel tentativo di bloccare un’espansione russa in direzione dell’Afghanistan, della Persia e dei Dardanelli (mossa che rientrava nel ‘Grande Gioco’) – avrebbe avuto per così dire i suoi interessi nel sostenere la tesi panturanista. Tesi che, nel 1894, venne anche ripresa dall’orientalista e linguista francese David Léon Cahun (1841-1900), in occasione della sua partecipazione e consulenza alla stesura dell’importante trattato di cooperazione economica e militare franco-russo del 18 agosto 1892.

Dal panturchismo al panturanismo: i movimenti turaniani

Tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX, il panturanismo si sviluppò ulteriormente trasformandosi in una vera e propria corrente di pensiero che trovò molti adepti non soltanto in “Tartaria” o in Anatolia, ma anche – come si è accennato – tra talune popolazioni europee e asiatiche che vantavano antiche radici turaniane. Nel 1910, nacque la Società Turaniana Ungherese e nel 1920 l’Alleanza Turaniana d’Ungheria, seguita poi, nel 1921, dall’Alleanza Nazionale Turaniana giapponese (divenuta nel 1930 Società Turaniana Giapponese). Fino ad arrivare – come abbiamo avuto già modo di spiegare – ai giorni nostri, con la nascita spontanea di movimenti turaniani bulgari, prussiani, estoni e finlandesi. Come si è visto, a differenza del panturchismo, il panturanismo non comporterebbe l’unità delle sole genti che risiedono entro i confini dell’attuale Turchia, ma quella di tutti i popoli turco-altaici. E proprio per questa ragione non pochi studiosi sono soliti sovrapporre il termine panturanico a quello panaltaico.

I padri dell’ideale panturanico

Tra i più noti sostenitori della teoria panturanica vi furono Ahmet Ağaoğlu (1869-1939, uomo politico, giornalista e scrittore turco), Yūsuf Akçuraoğlu (1879-1933, scrittore, pubblicista e uomo politico turco) e la scrittrice turca Khalide Edip Adïvar (1883-1964). All’inizio del Novecento, Ahmet Ağaoğlu, uno dei capi del movimento nazionalista turco, fondò i giornali Vita e La giusta via, pubblicò numerose opere sulla riforma della società e dello stato turchi, e in seguito fece parte del Comitato Unione e Progresso e del Movimento dei Giovani Turchi, diventando poi membro della Grande Assemblea Nazionale. Insieme con Yūsuf Akçuraoğlu, un tartaro-turco del Volga, egli si batté per l’ideale panturanico, ma le sue speranze rimasero disattese dopo la morte del leader ottomano Enver Pascià (1922) di cui parleremo più avanti. Yūsuf Akçuraoğlu, emigrò ancora fanciullo a Istanbul dove studiò presso la locale Scuola di Guerra. Esiliato a causa della sua attività politica giudicata sovversiva, aderì anch’egli al movimento dei Giovani Turchi. Rientrato in Russia, egli continuò a fare propaganda e proselitismo fra le comunità tartare della regione di Kazan e della Crimea. Nel 1903, pubblicò l’opuscolo I tre modi della politica, un’opera ritenuta fondamentale per la comprensione del movimento panturanico. Nel 1908, in seguito alla concessione della costituzione da parte del sultano turco Abdul Hamid II, entrò a fare parte della Grande Assemblea Nazionale. Khalide Edip Adïvar concretizzò invece il suo impegno politico soprattutto attraverso la narrativa. Il romanzo Il nuovo Turan (1912), ispirato al dibattito sul panturchismo o panturanismo, fu uno dei primi e più significativi esempi di letteratura politica del primo Novecento. Nell’autunno del 1918, alla caduta dell’impero ottomano, dopo una breve adesione alla Lega Wilsoniana, Khalide Edip Adïvar si unì al movimento nazionalista capeggiato da Kemal Atatürk che ella seguì in Anatolia in concomitanza con lo scoppio del conflitto greco-turco del 1920-1922. Esperienza che in seguito ella descrisse nel romanzo La camicia di fuoco (1923).

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