C’è un’immagine che da due giorni gira sui social e che nessuna smentita potrà cancellare: un uomo con il numero 44 scritto sulla fronte con un pennarello nero. È un giornalista palestinese, si chiama Mahmoud Zakarneh, ed è stato fermato lunedì 17 agosto durante un’operazione dell’esercito israeliano a Qabatiya, a sud di Jenin. I palestinesi con numeri sulla fronte e sulle braccia non sono un fotomontaggio della propaganda. Lo ha confermato l’IDF stessa. E non è la prima volta.
Cosa è successo a Qabatiya
Lunedì le forze israeliane hanno condotto un’operazione a livello di brigata nel villaggio di Qabatiya, nella regione di Menashe. Un rastrellamento esteso: un centinaio di edifici perquisiti, decine di fermi, interrogatori sul posto.
È in questo contesto che alcuni soldati hanno scritto numeri identificativi sul corpo dei fermati. Sulla fronte. Sulle braccia. Con il pennarello, come si etichetta un pacco.
Zakarneh, rilasciato dopo l’interrogatorio, ha raccontato di non essere stato l’unico. Altri fermati sarebbero stati numerati allo stesso modo, in attesa del proprio turno. In tutti i suoi arresti precedenti, ha precisato, una cosa del genere non era mai accaduta.
L’IDF ammette: ma è la seconda volta
Davanti al video diventato virale, l’esercito israeliano non ha potuto negare. Ha confermato che le forze di sicurezza hanno “segnato con dei numeri” alcuni sospetti durante gli interrogatori, aggiungendo che i comandanti hanno spiegato ai soldati la gravità dell’atto e che si è trattato di una lezione appresa.
Qui però la versione ufficiale si sgretola. Come ha notato la stessa stampa israeliana, quella dichiarazione è pressoché identica a quella diffusa lo scorso aprile, quando altri video mostrarono numeri segnati sulle mani dei palestinesi all’ingresso del campo profughi di Jenin.
Stessa prassi, stessa ammissione, stessa formula assolutoria. La lezione, evidentemente, non era stata appresa. Quando un episodio si ripete a distanza di quattro mesi con le medesime scuse fotocopiate, smette di essere un incidente. Diventa un metodo.
Anna Foa: “La disumanizzazione resta”
A rendere impossibile ogni minimizzazione sono state le parole di chi non può essere accusato di pregiudizio anti-israeliano. Anna Foa, storica ebrea e Premio Strega Saggistica 2025 con “Il suicidio di Israele”, ha parlato di un grande dolore nell’assistere a queste scene, soprattutto per gli ebrei come lei, la cui storia comprende la Shoah.
Foa distingue con onestà intellettuale: un numero scritto con il pennarello non è il tatuaggio impresso sul braccio dei deportati. Ma la sostanza, avverte, non cambia: “la disumanizzazione resta” e il richiamo a quella pratica è evidente per chiunque abbia memoria.
Dalla Knesset, il deputato arabo-israeliano Ahmad Tibi ha definito le immagini “scioccanti e ripugnanti”: cancellare la persona e trasformarla in un numero, ha scritto, è la definizione stessa di disumanizzazione.
Da chi custodiva la memoria
Ed è qui il punto che brucia. Ridurre un uomo a numero è il gesto che il Novecento ha consegnato alla memoria come il fondo dell’abiezione. Che oggi quel gesto venga compiuto — sia pure con un pennarello e non con un ago — da soldati dello Stato nato per dare rifugio ai sopravvissuti di quell’orrore è un cortocircuito storico che non ha bisogno di aggettivi.
Non serve gridare all’equivalenza. Bastano i fatti, messi in fila. E i fatti dicono che la deriva della Cisgiordania non è fatta di episodi isolati: è un sistema che avanza per gradi. Lo avevamo documentato quando l’ordinanza militare ha reso operativa la pena di morte nei tribunali militari solo per i palestinesi, con i cittadini israeliani esplicitamente esclusi. Un binario giudiziario per etnia ieri, un numero sulla fronte oggi.
Ben Gvir: “Non sono nemmeno persone”
E il pennarello di Qabatiya smette definitivamente di sembrare un eccesso di truppa se si ascolta cosa diceva, appena due giorni prima, un ministro del governo israeliano. Il 16 agosto, nel primo episodio del suo podcast registrato con l’ex ostaggio Rom Braslavski, il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha chiesto omicidi mirati a Gaza al ritmo di “30-40 persone ogni notte”.
Non solo chi rappresenta una minaccia immediata, ha precisato. Lì, secondo il ministro, ci sono persone che non meritano di vivere: “non sono nemmeno persone”.
Nella stessa conversazione Ben Gvir ha rivendicato di vedere tutta Gaza come territorio israeliano, con nuovi insediamenti e la massima emigrazione possibile dei palestinesi. E sui prigionieri ha promesso di fare l’impossibile perché vengano giustiziati, auspicando che siano impiccati uno per uno — in forza di quella stessa legge sulla pena di morte a binario unico di cui ci eravamo occupati.
Il quadro si compone da solo. Un ministro che nega ai palestinesi lo statuto di persone. Soldati che, quarantotto ore dopo, ne numerano i corpi con il pennarello. Non è un caso che dichiarazioni di questo tenore, pronunciate da Ben Gvir e da altri funzionari israeliani, siano state depositate alla Corte internazionale di giustizia come prove di intento genocida. La disumanizzazione non è più un incidente di percorso: è una linea politica enunciata ai massimi livelli.
Una Cisgiordania al punto di rottura
L’episodio di Qabatiya non nasce dal nulla. Dal gennaio 2025 l’esercito israeliano conduce nel nord della Cisgiordania l’operazione Iron Wall, partita da Jenin ed estesa progressivamente. Secondo le Nazioni Unite, solo nel 2026 circa 3.800 palestinesi — quasi la metà bambini — sono stati costretti a lasciare le proprie case tra violenze dei coloni, demolizioni ed espulsioni. L’11 agosto l’ONU ha avvertito che la regione è vicina a un punto di rottura.
Nel frattempo procede la ricostituzione degli insediamenti evacuati nel 2005: tre su quattro sono già stati ripristinati.
L’Italia, va ricordato, è stata l’unica Nazione europea a passare dalle parole agli atti, sospendendo il rinnovo del memorandum di difesa con Israele. Parigi, Londra e Berlino sono ferme ai comunicati. Bruxelles nemmeno a quelli.
I palestinesi con i numeri sulla fronte fermati a Qabatiya rimarranno nelle immagini di questi giorni come un monito. La memoria non è un patrimonio di parte: o vale per tutti, o non vale per nessuno. E una civiltà che marchia gli uomini come colli da spedire ha smesso di poterla invocare.
Fonti
- Askanews — Israele ammette: segnati con numeri i detenuti palestinesi in Cisgiordania
- Famiglia Cristiana — Palestinesi con numeri marchiati sulla pelle, l’intervista ad Anna Foa
- Quotidiano Nazionale — Cisgiordania, l’IDF marchia con numeri scritti in fronte i palestinesi fermati
- News Prima — Cisgiordania, palestinesi fermati e “marchiati” con numeri: l’IDF conferma
- LaPresse — Gaza, Ben-Gvir: “Dovremmo uccidere 30-40 palestinesi ogni notte, non sono nemmeno persone”
- Il Fatto Quotidiano — Ben-Gvir: “A Gaza bisogna uccidere 30-40 persone ogni notte”

